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(Immagine tratta da beppegrillo.it). Mi scuso per l’utilizzo forse un po’ personale del sito ma corre l’obbligo, visto che la questione “Gayburg” si è allargata a macchia d’olio, ripresa da altri siti che postano contenuti rivolti agli lgbt, da aggregatori, dal sito fondato da Enrico Mentana Open e dall’indicizzazione dei principali motori di ricerca, precisare alcune cose. A partire da due commenti che ci sono stati recapitati, cui abbiamo deciso di non dare rilevanza per la loro palese bassezza ma a cui non voglio sottrarmi. Poi c’è il brusìo dei social e le sue attribuzioni surreali, parlerò anche di quelle.

Tralascio la farneticazione sulla Costituzione: tutelare l’orientamento sessuale di una persona non significa in nessun modo che questa è autorizzata a spargere illazioni, né che diventa un intoccabile per cui non è possibile confezionare inchieste giornalistiche. Ma “quello che ho fatto” – cioè ospitare qui un articolo di taglio sociologico che affronta la nascita e la costruzione del pensiero gay – agli occhi dei fanatici è imperdonabile. Inciterebbe all’odio, addirittura. Il lettore tragga le sue conclusioni senza ulteriori linee di indirizzo. Per quanto riguarda la stucchevole e ormai davvero noiosa questione di sapere o non sapere esercitare questo mestiere: lavoro (tutti a Rec News lo facciamo) tenendo sempre presente i documenti e la verifica delle fonti. Non lo faccio abusivamente: sono tesserata presso l’Ordine dei Giornalisti dal 2013 e nel 2015 sono diventata praticante, condizione che precede il professionismo. Sono iscritta per via di Rec News al ROC, il Registro degli operatori della comunicazione dell’AgCom.

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Informazioni che non interessano al 90 per cento dei nostri lettori, ma che forse occorre ribadire visto che io e il sito siamo tacciati da alcuni detrattori – come in questo caso – di scarsa credibilità. Eppure siamo tra i pochi che a supporto di quanto scrivono pubblicano documenti integrali o ne riportano abbondanti stralci, tanto che a questo abbiamo dedicato una sezione apposita. Se il gesto dovesse risultare sgradito agli scribacchini da agenzia, inoltrare le lamentele all’Odg o al CoreCom, che nel 2014 ha voluto premiarmi per un articolo sull’innovazione nel mondo del lavoro e delle startup. C’è stato modo, ovviamente, che venisse sindacato anche quello.

Pazienza: la vita di chi rosica perennemente è fatta anche e soprattutto di questo. Solo, spiace per la loro bile. Questo non significa, come afferma sommariamente Gayburg “fare affermazioni certificate dal suo essere iscritta all’Ordine dei giornalisti”, ma semplicemente avere i requisiti legali per fare questo mestiere, per quanto io non vada a stendermi il tesserino tra i piedi prima di camminare. Questo lo lascio fare agli autori del blog che secondo la signora sono “miei colleghi”. Me ne discosto a tutti i livelli, e per il resto saranno solo le opportune sedi a stabilire se i blogger possono contare su determinati titoli per produrre quella che reputo accozzaglia eterofoba spacciata per “informazione”.

Per quello che riguarda me, può piacere o non piacere lo stile, si può essere o non essere d’accordo con un opinione, ma questo è il bello del pluralismo. Sui fatti, se non piacciono è necessario parlarne con chi li commette. Se l’Unar ha un passato oscuro, non è questa la giusta sede cui inviare lamentele. La signora bussi alla porta di Spano: forse ha bisogno di avvocati che si sono formati con le puntate di Hally McBeal o forse no. Ne parli con lui, non con me.

Dei requisiti di cui ho parlato, per esempio, Gayburg non gode. Il sito Gay.it parla di direttore, ma chi è? Mentre io sono qui con la mia faccia e il mio nome e cognome, lì nessuno si firma. Un’aspetto che stride con la normativa vigente, giacché il contenitore di matrice lgbt afferma di fare “informazione”, anche se in realtà si tratta di una bacheca di aggiornamenti sul mondo gay inframmezzati da invettive di bassa lega in cui si tenta in tutti i modi di mettere in ridicolo chi non è gradito al pensiero arcobaleno. Com’è capitato a me, prima oggetto delle mire di decine di account organizzati sui social per un tweet sulla famiglia naturale, e poi soggetto di articoli che vogliono che io abbia augurato la morte/lo sterminio/la trucidazione dei gay. Niente di più lontano dalla realtà.

Fosse anche solo per il fatto che dire “Campate 100 anni” vuol dire, letteralmente, “campate 100 anni”. Kadyrov? Ovviamente Gayburg non scriverà mai che in Cecenia si discute dal 2017 di manipolazioni, di gay venuti da fuori per inscenare la pantomima dei campi di tortura in cambio dei documenti per permanere all’interno dell’Unione europea. Non lo riporta il blog di qualche frustrato, ma la nota testata Правда, Pravda. Gli organismi competenti accerteranno chi abbia ragione, ma questo non cambia la sostanza che io non abbia mai detto nulla di associato a dei campi di sterminio e non voglia veder nessuno perire in situazioni drammatiche.

Sulla tolleranza, stupirà i mediocri osservatori che mi dipingono come una razzista-omofoba-dell’ultra-destra, ma il mio passato (soprattutto quello universitario), è fatto di centri sociali, dove ho coltivato le mie migliori amicizie. Nel periodo degli studi universitari ho avuto modo di apprezzare l‘ideologia comunista e l’apprezzo tutt’oggi. E’ inapplicata (in Italia nessun partito ha mai guardato alle necessità del popolo, ma solo alla conservazione delle élite) né tantomeno si può definire battaglia per la tolleranza e per l’uguaglianza quella portata avanti da partiti come il Pd o +Europa. Specchi per le allodole, prova ne sia il fatto che l’elettore “democratico” medio è forse il soggetto più intollerante che la contemporaneità abbia prodotto. Non farà mai pace con chi dimostra senso critico su migranti e omosessuali, o su chi voglia dissociarsi dalla commiserazioni pluridecennali di matrice ebrea che però ignorano foibe, vittime dell’Holodomor, armeni e ovviamente anche i milioni di meridionali periti per l’Italia unita.

Sul razzismo: come riportano i fanatici che in questi giorni mi hanno nuovamente tartassato, il mio compagno è ucraino. L’aspetto stride giusto un po’ con chi mi vuole a tutti i costi “razzista”. Empaticamente non suscita loro simpatia, forse perché viene dall’est di Putin e non dall’Africa, è venuto in aereo e non a bordo di un barcone. E’ giunto in Italia per lavorare e non per elemosinare 35 euro al giorno stando sul groppone dei contribuenti. Le sue origini in nessun modo scusano le accuse che mi sono piovute addosso di “gestire un sito filo-russo” o di essere “sovvenzionata dall’Ucraina”. Chi cerca, tuttavia, problemi diplomatici, può accomodarsi e continuare con affermazioni che è ingenuo credere passino inosservate agli oggetti della discussione.

C’è poi la questione davvero simpatica dello “stare al centro dell’attenzione”. Io, che non ho un profilo Facebook e praticamente da mai posto su Twitter cose che riguardano la mia vita privata, che pure esiste. La stessa che viene o sbandierata o negata. Così ho a tratti un compagno “nazi-ucraino”, a tratti addirittura mi sarei inventata la sua figura. Un aspetto che sarebbe comico se non rilevasse le turbe psichiche di chi si barcamena in costruzioni del genere. E’ una narrativa volta a sminuire la mia persona, ma non fa che mettere in ridicolo la debolezza degli argomenti di chi la porta avanti.

Sono calabrese e per me è motivo di orgoglio e non di spregio: lo dico alla signora e a tutti gli altri che hanno creduto di farmi un torto sottolineando le mie origini. Orgoglio perché la generosità, la solidarietà, il calore e il buon cuore dei calabresi (che pure hanno i loro difetti), non si trova in nessun posto, tantomeno qui a Roma. Fuori dalla Calabria non mi conosce nessuno? E’ un’ammissione strana perché non sono un arancione tibetano, ma una ragazza come tante. Non abito in un eremo, ma nella Capitale. Ho una vita sociale normale ma certamente priva delle pratiche che Filippo Roma ha documentato avvenissero fino a qualche tempo fa all’Unar, e come per tutti esistono persone che mi trovano simpatica o antipatica.

Il riferimento era professionale? In dieci anni non ho vinto il Pulitzer, ma qualche esperienza lavorativa che mi ha dato soddisfazione l’ho avuta. Da Italcementi alla prima inchiesta sulle malattie professionali interne a Trenitalia (l’azienda minacciò querela ma non fece nulla, evidentemente non potendo controbattere sul contenuto), dalle inchieste su Capo Colonna riprese da diversa media nazionali e arrivate sul tavolo di Renzi e dell’allora ministro dei Beni culturali Franceschini, al lavoro che più di recente ha riguardato l’Ordine dei Giornalisti e esponenti del Vaticano. Ho intervistato l’ideatore della Blue Economy e della strategia Zeri Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, l’euro-deputata Michela Marzano, il direttore di Telejato Pino Maniaci e per chi è appassionato di musica i Modena City Ramblers.

Leggi anche le mie interviste a:

Gunter Pauli
Daniela Santanché
Vito Crimi
Vittorio Sgarbi
Giulio Tarro
Gian Marco Centinaio
Mario Adinolfi
Mariano Amici
Vincenzo Musacchio
Armando Siri

All’indomani del mio addio a una testata per cui ho lavorato senza avere i dovuti riconoscimenti economici, telefonai ad Antonello Caporale de Il Fatto Quotidiano, conosciuto durante un workshop di formazione in Calabria. Chiesi se potevo sostenere un colloquio per scrivere sul giornale per cui lavora. Mi rispose “anche domani, ma per il momento non pensare di guadagnare. All’inizio sono entrati tutti, ma ormai c’è saturazione”. Declinai, convinta come sempre che il lavoro non vada scambiato col volontariato. Sono in contatto sporadico anche con Bernardo Iovene di Report, che mi ha contattato per il mio lavoro sull’Odg e che con l’occasione mi ha chiesto alcune dritte per la sua inchiesta sul precariato nel mondo del giornalismo, e sempre per l’Odg (questa volta per quanto riguarda il tentativo di farmi retrocedere dalla strada intrapresa) sono stata contattata dal consigliere Marco Piccaluga, ex di Sky tg24. Ho disturbato proprio contestualmente a uno degli episodi di hate-speech su Twitter Antonino Monteleone delle Iene che, ormai abituato alla mediocrità di alcuni, mi ha giustamente consigliato di investire nel proposito di rifarmi il bagno o comprarmi un’auto nuova. Il pagamento dei danni consente anche questo, ovviamente, per quanto siano fastidiosi i procedimenti legali cui purtroppo si deve ricorrere.

Nel 2015 Luca Galtieri mi ha intervistato per Striscia la Notizia a partire da un mio articolo su Villa Genoese Zerbi. Siamo in contatto con gli addetti stampa del Senato, che voglio ringraziare per la tempestività e la gentilezza che in altri contesti o ministeri latita. Contiamo sul materiale di associazioni, squadre sportive, curatori di arte, organizzatori di eventi istituzionali, scrittori, consorzi. Mi scuso con tutti se solo sporadicamente quanto inviano trova spazio: in futuro contiamo di rimediare con apposite sezioni.

Non mi pare quindi di essere “sconosciuta fuori dalla Calabria”, ma qualora lo fossi non sarebbe un problema. Sono nata nel Catanzarese, vissuta nel Vibonese e nel Cosentino prima di venire ad abitare a Roma. La vita come molti sapranno lì è più semplice ma più genuina. Lì nessuno si dispiacerebbe mai se Gayburg o David Puente non gli dedicassero un articolo.

Credo anzi che siano altri a tentare di essere in perenne favore dei riflettori, per questo si dedicano a strilli isterici in bilico tra il verosimile e lo scandalistico, nel tentativo di aizzare l’opinione pubblica contro questo o quello. E’ la linea di Gayburg e, prima di imbattermici, non pensavo fosse anche quella di David Puente, con cui l’hanno scorso ho avuto uno scambio su Twitter per una cantonata che lui ha preso sul giornalista ucraino Arkadij Arkad’evič Babčenko, spacciato per morto poche ore prima che si presentasse, sui suoi piedi, a una conferenza stampa. E’ un tipo di fact-checking che, abbastanza spesso, cozza proprio con i “facts“.

Certo una precisazione che Puente non avrà gradito. Ma la deontologia ci chiama alla cooperazione nell’interesse del lettore (che per quello che mi riguarda è il mio unico padrone), non a sterili vendette da prima donna di cui poi ci troviamo a dover dare conto.

A lui e a chi si cela dietro i commenti (l’ip del secondo commento è geolocalizzato proprio in Friuli), agli autori di Gayburg, a chi ha farneticato di vicinanze e finanziamenti: sono diventata responsabile di Rec News perché troppo spesso mi sono trovata a dire “Perché nessuno scrive che” o “perché nessuno dice che”, poi perché dopo anni di precariato nonostante cercassi di affezionarmi ad altri lavori i referenti continuavano a cercarmi, così come rimaneva viva la voglia di scavare e di vedere a fondo. Ho aperto assieme a Denys Shevchenko e ad altri collaboratori tecnici un sito che ci pregiamo non abbia ancora guadagnato cifre stratosferiche o anche solo grandi.

Ci pregiamo, perché per questo modesto risultato non abbiamo dovuto mai fare i palazzinari alla ricerca di finanziamenti, non ci siamo mai accodati a qualche controversa presidente della Camera dei deputati cui dobbiamo tutta la nostra forse modesta carriera. Preferiamo quest’ultima, fosse anche fatta come dice la signora sopra dall’essere “sconosciuti”: ci consente di andare a testa alta e di tenere la lingua in bocca. Lì sta ben salda, senza prodursi in elogi o in invettive suggerite dalle sfere alte, e senza scendere mai ad insulti da osteria.

Non mi sento una santa, ho i miei difetti. Sbotto anch’io se provocata, anche se sempre meno perché ho capito il gioco di chi si diverte a mettere in cattiva luce tramite le provocazioni. Ma non sono “omofoba”, “razzista”, “nazista” e via franando. Non incito all’odio. Non faccio parte dell’estremismo cattolico e anzi voglio confidare che mi sono avvicinata a Dio solo negli ultimi anni. Non vado in chiesa da mesi, forse da quasi un anno, ma ho estremo rispetto per chi lo fa in tempi in cui la Cristianità è derisa. Lo dico all’autore di Gayburg sperando che si possa rasserenare e non vedere più “fondamentalisti” ed “estremisti” ovunque. E’ un consiglio buono ma non cancella quanto il sito ha voluto imbastire assieme ad Open e ad altri, con l’ausilio di aggregatori come Intopic, vari blog e l’azione dei motori di ricerca.

Al signore del secondo commento e al suo “state attenti“. In Calabria, se è vero che non tutti sono grazie al cielo criminali – come piace pensare ai generalisti – è altrettanto vero che il più fesso è assai più scafato della media nazionale. Siamo abituati a “faticare” per ottenere quello che abbiamo, spesso a lottare per cose che altrove sono scontate. Lo voglio ribadire a chi è avvezzo a spargere saliva per ottenere posizioni al sole ma anche a chi spera di intimorire me e il giornale, forse covando l’intima ma illusoria speranza di zittirci.

Abbandonatele, queste speranze. C’è bisogno di Rec News. Se il sito non fosse esistito, la vicenda Lucano sarebbe rimasta parziale per sempre, suonata dalle campane che all’unisono mimano la melodia del sindaco eroe. Questa hanno propinato tutti, a eccezione di un paio di testate che pure non sono state in grado o non hanno voluto documentare. Se non ci fosse stato RN, non sapremmo ancora nulla su alcuni aspetti inquietanti che aleggiano in Vaticano, o della fine amara di Becky Moses.

Nel paese dell’agenzite compulsiva, dei debunker che le bufale le inventano anziché stanarle, del “cantiamo tutti la stessa messa finché non entra in ogni testa”, c’è bisogno di contro-informazione. Noi ci impegniamo a farla. Piacerà a qualcuno mentre ad altri (chi ci è dentro o chi è accomodato sulle veline istituzionali o sui suggerimenti e finanziamenti delle lobby), spiacerà. Ce ne faremo una ragione, ma senza mai indietreggiare di un millimetro. Un caro saluto ai lettori, specie a quelli affezionati.

Il blog Gayburg è stato parzialmente censurato. Colpa del Codacons? No, il motivo è un altro
Richiesta di rettifica. Riceviamo e pubblichiamo

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Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell'attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l'abilitazione per iscriversi all'Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell'Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l'incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull'affare Coronavirus e su "Milano come Bibbiano". Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de "I padroni di Riace - Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato". Telegram: t.me/zairabartucca - sito: www.zairabartucca.it

FREE SPEECH

“Colpiti i giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi”

Il presidente dell’Odg Carlo Bartoli: “Garantire la chiara riconoscibilità degli account dei social media, così da permettere l’assunzione delle proprie responsabilità”

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"Colpiti giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi" | Rec News dir. Zaira Bartucca
Carlo Bartoli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti da dicembre 2021

In rete è tutto un fiorire (sfiorire, per meglio dire) di odiatori rigorosamente anonimi. Affollano i social nascondendosi dietro molteplici account per bacchettare chi ha opinioni e visioni politiche diverse dalle loro o, semplicemente, chi ha il brutto vizio di farsi delle domande. A volte si tratta di “schegge impazzite”, ma più spesso dietro l’anonimato di profili social e siti si nascondono veri e propri spin-doctor che sono parte di strutture manovrate da partiti e gruppi di pressione, che fanno affidamento sull’impunità che spesso gli viene garantita. La diffamazione e l’anonimato, insomma, messi insieme sono tutt’altro che casuali.

Una vera e propria deriva che sta causando problemi anche a giornalisti e comunicatori, che con il passaggio dalla carta al web sono sempre più a contatto con tematiche come il danno di immagine sul web, la diffamazione online e il risarcimento del danno professionale. Non solo: i diffusori di fake news e di allarmismi e gli autori di notizie manipolate e di contenuti di odio, tentano di inquinare anche l’informazione indipendente virtuosa, quella cioè orientata allo studio dei documenti e alla verifica delle fonti e della notizia. Si tratta di problemi annosi, è vero, ma nuovo è l’approccio al problema che sta avendo l’Ordine dei Giornalisti, da fine 2021 guidato da Carlo Bartoli.

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Il nuovo presidente da mesi promette una riforma del settore dell’Editoria e dei criteri di accesso, ha avviato progetti di collaborazione con le Forze dell’Ordine ed è deciso a mettere un freno alla diffamazione come “carburante” delle grandi piattaforme. Solo il tempo potrà dire se si tratta di proclami o se, finalmente, il settore dell’informazione potrà portare a casa un miglioramento richiesto da più parti.

“Il contrasto alle fake news e alla disinformazione – ha detto Bartoli nel corso di un convegno che si è tenuto a Firenze – si ottiene garantendo trasparenza sull’identità dei profili e sulla corretta gestione dei meccanismi di diffusione delle notizie. L’odio, la diffamazione e la discriminazione sono il super carburante del traffico web e i social non devono prestarsi a questo gioco. Contenuti di disinformazione ce ne saranno sempre. Il problema centrale è impedire la loro moltiplicazione e diffusione. Se questo è uno dei motori del profitto delle grandi piattaforme internazionali, ce ne dispiace”.

“Colpiti anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode”

“La moltiplicazione dell’hate speech è in parte – ha detto ancora Bartoli nel corso del convegno su libertà d’espressione, comunicazione digitale e  social media – un
risultato perseguito dalle grandi piattaforme e in parte un effetto collaterale. Del
resto è ben noto, oltre che esperienza quotidiana di tutti noi, il fatto che social e
motori di ricerca determinino la creazione di vere e proprie “bolle” al cui interno ci si
alimenta solo di ciò che l’algoritmo propone
, in base ad una profilazione, come già
detto, sempre più invasiva. Bolle che rappresentano il brodo di coltura di
comportamenti aggressivi e linguaggi di odio, facile sfogatoio di tensioni sociali e
individuali”.

“Le ondate di odio in rete, soprattutto attraverso i social, non sempre sono il frutto
casuale di risposte emotive di massa”
, ha puntualizzato ancora Bartoli. “Al contrario, molto spesso vengono “spinte” da agitatori del web, troll e simili, che con grande abilità hanno la capacità di influenzare e sollecitare gli istinti più bassi, indirizzandoli contro bersagli predefiniti o contro categorie di soggetti deboli e più vulnerabili. Immigrati, persone di colore, donne, disabili, ebrei; sono gli obiettivi preferiti dagli agitatori. Poi ci sono quelli che danno fastidio per la loro attività: tra cui anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode“.

“La garanzia dell’anonimato nel web non aiuta certo il contrasto del linguaggio d’odio. Inoltre l’anonimato viene spesso considerato come una sorta di “attenuante” in fase di giudizio nelle cause per diffamazione, e questo non è certo un fattore di deterrenza. Sarebbe piuttosto necessario garantire la chiara riconoscibilità degli account social media. L’assunzione delle proprie responsabilità così sarebbe garantita anche nelle attività digitali che sono ormai la principale dimensione nella quale si svolge la nostra vita, si assicurano i nostri redditi, si garantisce la nostra reputazione”.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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FREE SPEECH

Perché diffidare delle donazioni ai siti e del giornalismo a gettone

I motivi per cui molte testate cercano denaro facile e affiancano alla pubblicità e agli abbonamenti richieste insistenti e incessanti di soldi. Spesso il lettore inconsapevole si trova in realtà a finanziare nuovi partiti, attività di propaganda elettorale, gruppi di pressione e altri soggetti

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Perché diffidare dalle donazioni ai siti e dal giornalismo a gettone | Rec News dir. Zaira Bartucca

Da decenni si dibatte sui danni causati al settore dell’informazione dalla proliferazione dei fondi per l’Editoria. I temi sono tra i più svariati: con che criteri vengono assegnati? Ricevere finanziamenti non pone le testate in una condizione di sudditanza che finisce con l’impattare sull’imparzialità del lavoro svolto? Si tratta di un problema mai superato, che avrà soluzione solo con il taglio netto di questo tipo di contributi che ormai non provengono solo dal governo e dalle sue Task force, ma anche dall’Ue, dalle big tech, dalle big pharma e da presunti filantropi, dalle multinazionali.

In teoria le piccole testate digitali (quelle che non hanno un quotidiano cartaceo ad ampia distribuzione collegato, per intenderci) dovrebbe essere al riparo da queste infiltrazioni, ma non è così. Anzitutto perché molti siti sono finanziati direttamente da partiti vecchi e nuovi, senza che ci sia – allo stato – alcun obbligo di indicare in gerenza il loro legame con la politica. Il che è un bel problema: il lettore inconsapevole si trova spesso su siti che si dicono “indipendenti” o che fanno gli gnorri con frasi tipo “non siamo una testata giornalistica” o “siamo solo un blog” per poi trovarsi di fronte a un prodotto aggiornato giornalmente che è diretta e calcolata emanazione di gruppi di pressione, di think-thank e di piattaforme finanziatrici.

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“Racket” editoriale

La situazione peggiora quando questi siti – compresi quelli mainstream – si prestano a una sorta di racket editoriale portato avanti tramite la richiesta insistente e incessante di donazioni. C’è chi chiede di essere pagato in nome della “libertà”, chi per far fronte a “costi crescenti” e chi chiede soldi mentre racconta di essere “senza padroni”. Ci sono quelli che “non vogliamo chiudere” e quelli che “siamo gli unici a regalarti il nostro giornalismo indipendente”. Frasi roboanti e slogan da imbonitori che hanno lo stesso obiettivo: convincere i lettori a mettere mano al portafogli. Farli “donare” a tutti i costi mentre nel quotidiano combattono contro il carovita, l’aumento delle bollette e, in molti casi, la disoccupazione. Il culmine arriva nei casi in cui ci si richiama alla Verità, all’obiettività, all’oggettività dei fatti e all’indipendenza per giustificare la richiesta di denaro: pecunia non olet, dicevano i romani, ma un po’ di olezzo quando si mischiano valori alti a commerci da mercanti nel tempo, si inizia a sentire.

Se le donazioni servono a finanziare nuovi partiti e attività di propaganda elettorale

Qualcuno potrà obiettare che questa situazione è causata dalla crisi dell’editoria e della precarietà che affligge molti comunicatori e colleghi. In parte è vero, ma che succede se il giornalista chiamato a essere obiettivo e ricettivo, subordina la propria attività alla ricezione o meno di una donazione, ovvero di una cifra in denaro? Che si verifica lo spettacolo indecoroso a cui molti stanno assistendo in questi giorni di campagna elettorale: giornalisti “a gettone” che si prestano a questo o a quel partito in base ai foraggiamenti ottenuti, o che – al contrario – si rifiutano di coprire determinati eventi o di fare un’intervista se prima non gli si dà una rinfrescata al (già gonfio) conto corrente. Si tratta di siti che spesso gestiscono flussi di denaro da centinaia di migliaia di euro, completamente al riparo dal Fisco perché si tratta, ufficialmente, di “donazioni”.

Per le Elezioni Politiche del 25 settembre, poi, molti comunicatori stanno rivelando il loro vero volto, con il supporto diretto di determinati soggetti politici per conquistarsi un seggio in Parlamento e il conseguente inganno svelato: le donazioni non servivano a finanziare testate che si auto-dichiaravano indipendenti, ma a perseguire obiettivi politici e finanziare attività di propaganda elettorale.

Il vero giornalista è come il buon medico

Niente di più lontano, insomma, dal lavoro di giornalista. Che può – chiaramente – candidarsi e fare politica, ma ha il dovere di comunicare con chiarezza e senza sotterfugi la sua aspirazione. Molte volte pubblicamente ci è capitato di ricordare che questa professione non è diversa da quello del medico. Un dottore, fosse anche uno specialista privato, non può rifiutarsi di curare una persona o di offrire assistenza a chi ne ha bisogno, perché dal suo lavoro dipende la preservazione della salute degli individui e in alcuni casi la loro vita, un bene supremo che va sempre tutelato. Allo stesso modo il vero giornalista non può tapparsi occhi, orecchie e bocca perché non è arrivato il bonifico o la donazione è in ritardo: se lo fa, non è credibile e non merita la fiducia che gli viene accordata. Va liquidato, perché l’indipendenza, piaccia o meno, non ha davvero nulla a che vedere con il monitoraggio del proprio conto corrente, anzi.

Indipendenza per un giornalista significa anche e soprattutto non avere nessun legame diretto con le proprie fonti di finanziamento, se queste non coincidono con i ricavi della testata per cui lavora: chi pretende “donazioni” da un’intervistato o da chi cura una rubrica, non è indipendente. Chi minaccia di chiudere un sito in risposta al ritardo di una donazione, non è indipendente e non è la persona giusta per lotte politiche di ampio respiro, perché tradisce obiettivi prevalentemente commerciali che mal si conciliano con determinati ideali e con piani di rinnovamento sociale.

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Compleanno in prigione per Julian Assange

Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019

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"Giustizia per il fondatore di Wikileaks" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Julian Assange trascorrerà anche il suo cinquantunesimo compleanno presso il carcere di Belmarsh. Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019, quando è stato arrestato presso l’ambasciata dell’Ecuador. Assange rischia l’estradizione negli Stati Uniti e 175 anni di carcere per la presunta violazione di documenti riservati.

Wikileaks negli anni ha svelato le corrispondenze segrete inviate da Hillary Clinton in campagna elettorale a soggetti esteri: a essere temuta è ora la possibile vendetta dei democratici americani, che potrebbe far in modo che Biden opti per un’estradizione che Trump ha sempre rimandato. Grazie ad Assange sono state anche rese note le brutture commesse dall’esercito americano in Afghanistan e in Iraq.

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Il lavoro della piattaforma consultabile liberamente Wikileaks ha riguardato milioni di documenti sul malaffare che aleggia intorno alla politica, all’imprenditoria, alle banche, e che riguarda lobby e potentati vari.

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