Puente, Gayburg e i lavoretti spargi-fango

Dal tweet su Kadyrov alle “manie di protagonismo”, dalla quasi decina di articoli che mi dipingono come “omofoba” o “razzista” alla mia terra di origine, la Calabria. Vi spiego perché è in atto un’opera di delegittimazione che tocca me e Rec News

(Immagine tratta da beppegrillo.it). Mi scuso per l’utilizzo forse un po’ personale del sito ma corre l’obbligo, visto che la questione “Gayburg” si è allargata a macchia d’olio, ripresa da altri siti che postano contenuti rivolti agli lgbt, da aggregatori, dal sito fondato da Enrico Mentana Open e dall’indicizzazione dei principali motori di ricerca, precisare alcune cose. A partire da due commenti che ci sono stati recapitati, cui abbiamo deciso di non dare rilevanza per la loro palese bassezza ma a cui non voglio sottrarmi. Poi c’è il brusìo dei social e le sue attribuzioni surreali, parlerò anche di quelle.



Tralascio la farneticazione sulla Costituzione: tutelare l’orientamento sessuale di una persona non significa in nessun modo che questa è autorizzata a spargere illazioni, né che diventa un intoccabile per cui non è possibile confezionare inchieste giornalistiche. Ma “quello che ho fatto” – cioè ospitare qui un articolo di taglio sociologico che affronta la nascita e la costruzione del pensiero gay – agli occhi dei fanatici è imperdonabile. Inciterebbe all’odio, addirittura. Il lettore attento tragga le sue conclusioni senza ulteriori linee di indirizzo. Per quanto riguarda la stucchevole e ormai davvero noiosa questione di sapere o non sapere esercitare questo mestiere: lavoro (tutti a Rec News lo facciamo) tenendo sempre presente i documenti e la verifica delle fonti. Non lo faccio abusivamente: sono tesserata presso l’Ordine dei Giornalisti dal 2013 e nel 2015 sono diventata praticante, condizione che precede il professionismo. Sono iscritta per via di Rec News al ROC, il Registro degli operatori della comunicazione dell’AgCom di Roma.



Informazioni che non interessano al 90 per cento dei nostri lettori, ma che forse occorre ribadire visto che io e il sito siamo spesso tacciati dai detrattori – come in questo caso – di scarsa credibilità. Eppure siamo tra i pochi che a supporto di quanto scrivono pubblicano documenti integrali o ne riportano abbondanti stralci, tanto che a questo abbiamo dedicato una sezione apposita. Se il gesto dovesse risultare sgradito agli scribacchini da agenzia, inoltrare le lamentele all’Odg o al CoreCom, che nel 2014 ha voluto premiarmi per un articolo sull’innovazione nel mondo del lavoro e delle startup. C’è stato modo, ovviamente, che venisse sindacato anche quello.



Pazienza: la vita di chi rosica perennemente è fatta anche e soprattutto di questo. Solo, spiace per la loro bile. Questo non significa, come afferma sommariamente Gayburg “fare affermazioni certificate dal suo essere iscritta all’Ordine dei giornalisti”, ma semplicemente avere i requisiti legali per fare questo mestiere, per quanto io non vada a stendermi il tesserino tra i piedi prima di camminare. Questo lo lascio fare agli autori del blog che secondo la signora sono “miei colleghi”. Me ne discosto a tutti i livelli, e per il resto saranno solo le opportune sedi a stabilire se i blogger possono contare su determinati titoli per produrre quella che reputo accozzaglia eterofoba che però viene spacciata per “informazione”. Per quello che riguarda me, può piacere o non piacere lo stile, si può essere o non essere d’accordo con un opinione, ma questo è il bello del pluralismo. Sui fatti, se non piacciono è necessario parlarne con chi li commette. Se l’Unar ha un passato oscuro, non è questa la giusta sede cui inviare lamentele. La signora bussi alla porta di Spano: forse ha bisogno di avvocati che si sono formati con le puntate di Hally McBeal o forse no. Ne parli con lui, non con me.



Dei requisiti di cui ho parlato, per esempio, Gayburg non gode. Il sito Gay.it parla di direttore, ma Gayburg non può averlo: è un blog, per giunta anonimo. Un’aspetto che stride con la normativa vigente, giacché il contenitore di notizie dell’universo lgbt si pregia come detto di fare “informazione” e posta articoli dal taglio giornalistico. Non lo sono: si tratta di una bacheca di aggiornamenti sul mondo gay inframmezzati da articoli al vetriolo in cui si tenta in tutti i modi di mettere in ridicolo chi non è gradito al pensiero arcobaleno. Com’è capitato a me, prima oggetto delle mire di decine di account organizzati sui social per un tweet sulla famiglia naturale, e poi soggetto di articoli che vogliono che io abbia augurato la morte/lo sterminio/la trucidazione dei gay. Niente di più lontano dalla realtà.


Fosse anche solo per il fatto che dire “Campate 100 anni” vuol dire, letteralmente, “campate 100 anni”. Kadyrov? Ovviamente Gayburg non scriverà mai che in Cecenia si discute dal 2017 di manipolazioni, di gay venuti da fuori per inscenare la pantomima dei campi di tortura in cambio dei documenti per permanere all’interno dell’Unione europea. Non lo riporta il blog di qualche frustrato, ma la nota testata Правда, Pravda. Gli organismi competenti accerteranno chi abbia ragione, ma questo non cambia la sostanza che io non abbia mai detto nulla di associato a dei campi di sterminio e non voglia veder nessuno perire in situazioni drammatiche.



Sulla tolleranza, stupirà i mediocri osservatori che mi dipingono come una razzista-omofoba-dell’ultra-destra, ma il mio passato (soprattutto quello universitario), è fatto di centri sociali, dove ho coltivato le mie migliori amicizie. Nel periodo degli studi universitari ho avuto modo di apprezzare l‘ideologia comunista e l’apprezzo tutt’oggi. E’ inapplicata (in Italia nessun partito ha mai guardato alle necessità del popolo, ma solo alla conservazione delle élite) né tantomeno si può definire battaglia per la tolleranza e per l’uguaglianza quella portata avanti da partiti come il Pd o +Europa. Specchi per le allodole, prova ne sia il fatto che l’elettore “democratico” medio è forse il soggetto più intollerante che la contemporaneità abbia prodotto. Non farà mai pace con chi dimostra senso critico su migranti e omosessuali, o su chi voglia dissociarsi dalla commiserazioni pluridecennali di matrice ebrea che però ignorano foibe, vittime dell’Holodomor, armeni e ovviamente anche i milioni di meridionali periti per l’Italia unita.



Sul razzismo: come riportano i fanatici che in questi giorni mi hanno nuovamente tartassato, il mio compagno è ucraino. L’aspetto stride giusto un po’ con chi mi vuole a tutti i costi “razzista”. Empaticamente non suscita loro simpatia, forse perché viene dall’est di Putin e non dall’Africa, è venuto in aereo e non a bordo di un barcone. E’ giunto in Italia per lavorare e non per elemosinare 35 euro al giorno stando sul groppone dei contribuenti. Le sue origini in nessun modo scusano le accuse che mi sono piovute addosso di “gestire un sito filo-russo” o di essere “sovvenzionata dall’Ucraina”. Chi cerca, tuttavia, problemi diplomatici, può accomodarsi e continuare con affermazioni che è ingenuo credere passino inosservate agli oggetti della discussione.


C’è poi la questione davvero simpatica dello “stare al centro dell’attenzione”. Io, che non ho un profilo Facebook e praticamente da mai posto su Twitter cose che riguardano la mia vita privata, che pure esiste. La stessa che viene o sbandierata o negata. Così ho a tratti un compagno “nazi-ucraino”, a tratti addirittura mi sarei inventata la sua figura. Un aspetto che sarebbe comico se non rilevasse le turbe psichiche di chi si barcamena in costruzioni del genere. E’ una narrativa volta a sminuire la mia persona, ma non fa che mettere in ridicolo la debolezza degli autori.



Sono calabrese e per me è motivo di orgoglio e non di spregio: lo dico alla signora e a tutti gli altri che hanno creduto di farmi un torto sottolineando le mie origini. Orgoglio perché la generosità, la solidarietà, il calore e il buon cuore dei calabresi (che pure hanno i loro difetti), non si trova in nessun posto, tantomeno qui a Roma. Fuori dalla Calabria non mi conosce nessuno? E’ un’ammissione strana perché non sono un arancione tibetano, ma una ragazza come tante. Abito in un appartamento e non in un eremo. Ho una vita sociale normale ma certamente priva delle pratiche che Filippo Roma ha documentato avvenissero fino a qualche tempo fa all’Unar, e come per tutti esistono persone che mi trovano simpatica o antipatica.


Il riferimento era professionale? In dieci anni non ho vinto il Pulitzer, ma qualche esperienza lavorativa che mi ha dato soddisfazione l’ho avuta. Da Italcementi alla prima inchiesta sulle malattie professionali interne a Trenitalia (l’azienda minacciò querela ma non fece nulla, evidentemente non potendo controbattere sul contenuto), dalle inchieste su Capo Colonna riprese da diversa media nazionali e arrivate sul tavolo di Renzi e dell’allora ministro dei Beni culturali Franceschini, al lavoro che più di recente ha riguardato l’Ordine dei giornalisti e esponenti del Vaticano. Ho intervistato l’ideatore della Blue Economy e della strategia Zeri Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, l’euro-deputata Michela Marzano, il direttore di Telejato Pino Maniaci e per chi è appassionato di musica i Modena City Ramblers. Su Rec News appena qualche mese fa, quando il sito aveva due mesi di vita abbiamo chiacchierato con l’apprezzato giornalista Cesare Sacchetti su Euro ed Europa. Il mio non è, quindi, un lavoro esattamente esiliato alle logiche calabresi.


Leggi anche le mie interviste a:

Gunter Pauli, l’ideatore della Blue Economy

Daniela Santanché – Fratelli d’Italia

Vito Crimi – Movimento 5 Stelle

Gianfranco Cerrelli – Lega



All’indomani del mio addio a una testata per cui ho lavorato senza avere i dovuti riconoscimenti economici, telefonai ad Antonello Caporale de Il Fatto Quotidiano, conosciuto durante un workshop di formazione in Calabria. Chiesi se potevo sostenere un colloquio per scrivere sul giornale per cui lavora. Mi rispose “anche domani, ma per il momento non pensare di guadagnare. All’inizio sono entrati tutti, ma ormai c’è saturazione”. Declinai, convinta come sempre che il lavoro non vada scambiato col volontariato. Sono in contatto sporadico anche con Bernardo Iovene di Report, che mi ha contattato per il mio lavoro sull’Odg e che con l’occasione mi ha chiesto alcune dritte per la sua inchiesta sul precariato nel mondo del giornalismo, e sempre per l’Odg (questa volta per quanto riguarda il tentativo di farmi retrocedere dalla strada intrapresa) sono stata in contatto con il consigliere Marco Piccaluga, ex di Sky tg24. Ho disturbato proprio contestualmente a uno degli episodi di hate-speech su Twitter Antonino Monteleone delle Iene, che ormai abituato alla mediocrità comune mi ha giustamente consigliato di investire nel proposito di rifarmi il bagno o comprarmi un’auto nuova. Il pagamento dei danni consente anche questo, ovviamente, per quanto siano fastidiosi i procedimenti legali cui purtroppo si deve ricorrere.



Nel 2015 Luca Galtieri mi ha intervistato per Striscia la Notizia a partire da un mio articolo su Villa Genoese Zerbi, mentre più di recente ho avuto modo di conoscere telefonicamente Fabio Lugano di Scenari Economici, sito impegnato in una mirevole opera di contro-informazione che ha pubblicato alcuni miei articoli prima che Rec News nascesse. Siamo in contatto con gli addetti stampa del Senato, che voglio ringraziare per la tempestività e la gentilezza che in altri contesti o ministeri latita. Contiamo sul materiale di associazioni, squadre sportive, curatori di arte, organizzatori di eventi istituzionali, scrittori, consorzi. Mi scuso con tutti se solo sporadicamente quanto inviano trova spazio: in futuro contiamo di rimediare con apposite sezioni.


Non mi pare quindi di essere “sconosciuta fuori dalla Calabria”, ma qualora lo fossi non sarebbe un problema. Sono nata nel Catanzarese, vissuta nel Vibonese e nel Cosentino prima di venire ad abitare a Roma. La vita come molti sapranno lì è più semplice ma più genuina. Lì nessuno si dispiacerebbe mai se Gayburg o David Puente non gli dedicassero un articolo. Il primo caso suscita anzi situazioni pruriginose nei più scaramantici. E a questo punto spero di non dovermi trovare a spiegare che non penso che i gay portino jattura. Il meridionale è quasi sempre un burlone, ma questo forse per gli impettiti friulani che amano prendersi troppo sul serio è difficile da comprendere.



Credo anzi che siano “gli altri” a tentare di essere in perenne favore dei riflettori, per questo si dedicano al giornalismo strillato e sempre in bilico tra il verosimile e lo scandalistico, nel tentativo di aizzare l’opinione pubblica contro questo o quello. E’ la linea di Gayburg e, prima di imbattermici, non pensavo fosse anche quella di David Puente, con cui l’hanno scorso ho avuto uno scambio su Twitter per una cantonata che lui ha preso sul giornalista ucraino Arkadij Arkad’evič Babčenko, spacciato per morto poche ore prima che si presentasse, sui suoi piedi, a una conferenza stampa. E’ un tipo di fact-checking che, abbastanza spesso, cozza proprio con i “facts“.


Certo una precisazione che Puente non avrà gradito. Ma la deontologia ci chiama alla cooperazione nell’interesse del lettore (che per quello che mi riguarda è il mio unico padrone), non a sterili vendette da prima donna di cui poi ci troviamo a dover dare conto.



A lui e a chi si cela dietro i commenti (l’ip del secondo commento è geolocalizzato proprio in Friuli), agli autori di Gayburg, a chi ha farneticato di vicinanze e finanziamenti: sono diventata responsabile di Rec News perché troppo spesso mi sono trovata a dire “Perché nessuno scrive che” o “perché nessuno dice che”, poi perché dopo anni di precariato nonostante cercassi di affezionarmi ad altri lavori i referenti continuavano a cercarmi, così come rimaneva viva la voglia di scavare e di vedere a fondo. Ho aperto assieme al mio compagno Denys Shevchenko e inizialmente al nostro Saccente (oggi ci sono anche Andrea e Maxim che collaborano a distanza) un sito che ci pregiamo non abbia ancora guadagnato cifre stratosferiche o anche solo grandi.


Ci pregiamo, perché per questo modesto risultato non abbiamo dovuto mai fare i palazzinari alla ricerca di finanziamenti, non ci siamo mai accodati a qualche controversa presidente della Camera dei deputati cui dobbiamo tutta la nostra forse modesta carriera. Preferiamo quest’ultima, fosse anche fatta come dice la signora sopra dall’essere “sconosciuti”: ci consente di andare a testa alta e di tenere la lingua in bocca. Lì sta ben salda, senza prodursi in elogi o in invettive suggerite dalle sfere alte, e senza scendere mai ad insulti da osteria.



Non mi sento una santa, ho i miei difetti. Sbotto anch’io se provocata, anche se sempre meno perché ho capito il gioco di chi si diverte a mettere in cattiva luce tramite le provocazioni. Ma non sono “omofoba”, “razzista”, “nazista” e via franando. Non incito all’odio. Non faccio parte dell’estremismo cattolico e anzi voglio confidare che mi sono avvicinata a Dio solo negli ultimi anni. Non vado in chiesa da mesi, forse da quasi un anno, ma ho estremo rispetto per chi lo fa in tempi in cui la Cristianità è derisa. Lo dico all’autore di Gayburg sperando che si possa rasserenare e non vedere più “fondamentalisti” ed “estremisti” ovunque. E’ un consiglio buono ma non cancella quanto il blog ha voluto imbastire assieme ad Open e altri siti, con l’ausilio di aggregatori come Intopic, vari blog e l’azione dei motori di ricerca.


Al signore del secondo commento e al suo “state attenti“. In Calabria, se è vero che non tutti sono grazie al cielo criminali – come piace pensare ai generalisti – è altrettanto vero che il più fesso è assai più scafato della media nazionale. Siamo abituati a “faticare” per ottenere quello che abbiamo, spesso a lottare per cose che altrove sono scontate. Lo voglio ribadire a chi è avvezzo a spargere saliva per ottenere posizioni al sole ma anche a chi spera di intimorire me e il giornale, forse covando l’intima ma illusoria speranza di zittirci.



Abbandonatele, queste speranze. C’è bisogno di Rec News. Se il sito non fosse esistito, la vicenda Lucano sarebbe rimasta parziale per sempre, suonata dalle campane che all’unisono mimano la melodia del sindaco eroe. Questa hanno propinato tutti, a eccezione di un paio di testate che pure non sono state in grado o non hanno voluto documentare. Se non ci fosse stato RN, non sapremmo ancora nulla su alcuni aspetti inquietanti che aleggiano in Vaticano, o della fine amara di Becky Moses. Nel paese dell’agenzite compulsiva, dei debunker che le bufale le inventano anziché stanarle, del “cantiamo tutti la stessa messa finché non entra in ogni testa”, c’è bisogno di contro-informazione. Noi ci impegniamo a farla. Piacerà a qualcuno mentre ad altri (chi ci è dentro o chi è accomodato sulle veline istituzionali o sui suggerimenti e finanziamenti delle lobby), spiacerà. Ce ne faremo una ragione, ma senza mai indietreggiare di un millimetro. Un caro saluto ai lettori, specie a quelli affezionati.



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