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(Immagine tratta da beppegrillo.it). Mi scuso per l’utilizzo forse un po’ personale del sito ma corre l’obbligo, visto che la questione “Gayburg” si è allargata a macchia d’olio, ripresa da altri siti che postano contenuti rivolti agli lgbt, da aggregatori, dal sito fondato da Enrico Mentana Open e dall’indicizzazione dei principali motori di ricerca, precisare alcune cose. A partire da due commenti che ci sono stati recapitati, cui abbiamo deciso di non dare rilevanza per la loro palese bassezza ma a cui non voglio sottrarmi. Poi c’è il brusìo dei social e le sue attribuzioni surreali, parlerò anche di quelle.

Tralascio la farneticazione sulla Costituzione: tutelare l’orientamento sessuale di una persona non significa in nessun modo che questa è autorizzata a spargere illazioni, né che diventa un intoccabile per cui non è possibile confezionare inchieste giornalistiche. Ma “quello che ho fatto” – cioè ospitare qui un articolo di taglio sociologico che affronta la nascita e la costruzione del pensiero gay – agli occhi dei fanatici è imperdonabile. Inciterebbe all’odio, addirittura. Il lettore tragga le sue conclusioni senza ulteriori linee di indirizzo. Per quanto riguarda la stucchevole e ormai davvero noiosa questione di sapere o non sapere esercitare questo mestiere: lavoro (tutti a Rec News lo facciamo) tenendo sempre presente i documenti e la verifica delle fonti. Non lo faccio abusivamente: sono tesserata presso l’Ordine dei Giornalisti dal 2013 e nel 2015 sono diventata praticante, condizione che precede il professionismo. Sono iscritta per via di Rec News al ROC, il Registro degli operatori della comunicazione dell’AgCom.

Informazioni che non interessano al 90 per cento dei nostri lettori, ma che forse occorre ribadire visto che io e il sito siamo tacciati da alcuni detrattori – come in questo caso – di scarsa credibilità. Eppure siamo tra i pochi che a supporto di quanto scrivono pubblicano documenti integrali o ne riportano abbondanti stralci, tanto che a questo abbiamo dedicato una sezione apposita. Se il gesto dovesse risultare sgradito agli scribacchini da agenzia, inoltrare le lamentele all’Odg o al CoreCom, che nel 2014 ha voluto premiarmi per un articolo sull’innovazione nel mondo del lavoro e delle startup. C’è stato modo, ovviamente, che venisse sindacato anche quello.

Pazienza: la vita di chi rosica perennemente è fatta anche e soprattutto di questo. Solo, spiace per la loro bile. Questo non significa, come afferma sommariamente Gayburg “fare affermazioni certificate dal suo essere iscritta all’Ordine dei giornalisti”, ma semplicemente avere i requisiti legali per fare questo mestiere, per quanto io non vada a stendermi il tesserino tra i piedi prima di camminare. Questo lo lascio fare agli autori del blog che secondo la signora sono “miei colleghi”. Me ne discosto a tutti i livelli, e per il resto saranno solo le opportune sedi a stabilire se i blogger possono contare su determinati titoli per produrre quella che reputo accozzaglia eterofoba spacciata per “informazione”.

Per quello che riguarda me, può piacere o non piacere lo stile, si può essere o non essere d’accordo con un opinione, ma questo è il bello del pluralismo. Sui fatti, se non piacciono è necessario parlarne con chi li commette. Se l’Unar ha un passato oscuro, non è questa la giusta sede cui inviare lamentele. La signora bussi alla porta di Spano: forse ha bisogno di avvocati che si sono formati con le puntate di Hally McBeal o forse no. Ne parli con lui, non con me.

Dei requisiti di cui ho parlato, per esempio, Gayburg non gode. Il sito Gay.it parla di direttore, ma chi è? Mentre io sono qui con la mia faccia e il mio nome e cognome, lì nessuno si firma. Un’aspetto che stride con la normativa vigente, giacché il contenitore di matrice lgbt afferma di fare “informazione”, anche se in realtà si tratta di una bacheca di aggiornamenti sul mondo gay inframmezzati da invettive di bassa lega in cui si tenta in tutti i modi di mettere in ridicolo chi non è gradito al pensiero arcobaleno. Com’è capitato a me, prima oggetto delle mire di decine di account organizzati sui social per un tweet sulla famiglia naturale, e poi soggetto di articoli che vogliono che io abbia augurato la morte/lo sterminio/la trucidazione dei gay. Niente di più lontano dalla realtà.

Fosse anche solo per il fatto che dire “Campate 100 anni” vuol dire, letteralmente, “campate 100 anni”. Kadyrov? Ovviamente Gayburg non scriverà mai che in Cecenia si discute dal 2017 di manipolazioni, di gay venuti da fuori per inscenare la pantomima dei campi di tortura in cambio dei documenti per permanere all’interno dell’Unione europea. Non lo riporta il blog di qualche frustrato, ma la nota testata Правда, Pravda. Gli organismi competenti accerteranno chi abbia ragione, ma questo non cambia la sostanza che io non abbia mai detto nulla di associato a dei campi di sterminio e non voglia veder nessuno perire in situazioni drammatiche.

Sulla tolleranza, stupirà i mediocri osservatori che mi dipingono come una razzista-omofoba-dell’ultra-destra, ma il mio passato (soprattutto quello universitario), è fatto di centri sociali, dove ho coltivato le mie migliori amicizie. Nel periodo degli studi universitari ho avuto modo di apprezzare l‘ideologia comunista e l’apprezzo tutt’oggi. E’ inapplicata (in Italia nessun partito ha mai guardato alle necessità del popolo, ma solo alla conservazione delle élite) né tantomeno si può definire battaglia per la tolleranza e per l’uguaglianza quella portata avanti da partiti come il Pd o +Europa. Specchi per le allodole, prova ne sia il fatto che l’elettore “democratico” medio è forse il soggetto più intollerante che la contemporaneità abbia prodotto. Non farà mai pace con chi dimostra senso critico su migranti e omosessuali, o su chi voglia dissociarsi dalla commiserazioni pluridecennali di matrice ebrea che però ignorano foibe, vittime dell’Holodomor, armeni e ovviamente anche i milioni di meridionali periti per l’Italia unita.

Sul razzismo: come riportano i fanatici che in questi giorni mi hanno nuovamente tartassato, il mio compagno è ucraino. L’aspetto stride giusto un po’ con chi mi vuole a tutti i costi “razzista”. Empaticamente non suscita loro simpatia, forse perché viene dall’est di Putin e non dall’Africa, è venuto in aereo e non a bordo di un barcone. E’ giunto in Italia per lavorare e non per elemosinare 35 euro al giorno stando sul groppone dei contribuenti. Le sue origini in nessun modo scusano le accuse che mi sono piovute addosso di “gestire un sito filo-russo” o di essere “sovvenzionata dall’Ucraina”. Chi cerca, tuttavia, problemi diplomatici, può accomodarsi e continuare con affermazioni che è ingenuo credere passino inosservate agli oggetti della discussione.

C’è poi la questione davvero simpatica dello “stare al centro dell’attenzione”. Io, che non ho un profilo Facebook e praticamente da mai posto su Twitter cose che riguardano la mia vita privata, che pure esiste. La stessa che viene o sbandierata o negata. Così ho a tratti un compagno “nazi-ucraino”, a tratti addirittura mi sarei inventata la sua figura. Un aspetto che sarebbe comico se non rilevasse le turbe psichiche di chi si barcamena in costruzioni del genere. E’ una narrativa volta a sminuire la mia persona, ma non fa che mettere in ridicolo la debolezza degli argomenti di chi la porta avanti.

Sono calabrese e per me è motivo di orgoglio e non di spregio: lo dico alla signora e a tutti gli altri che hanno creduto di farmi un torto sottolineando le mie origini. Orgoglio perché la generosità, la solidarietà, il calore e il buon cuore dei calabresi (che pure hanno i loro difetti), non si trova in nessun posto, tantomeno qui a Roma. Fuori dalla Calabria non mi conosce nessuno? E’ un’ammissione strana perché non sono un arancione tibetano, ma una ragazza come tante. Non abito in un eremo, ma nella Capitale. Ho una vita sociale normale ma certamente priva delle pratiche che Filippo Roma ha documentato avvenissero fino a qualche tempo fa all’Unar, e come per tutti esistono persone che mi trovano simpatica o antipatica.

Il riferimento era professionale? In dieci anni non ho vinto il Pulitzer, ma qualche esperienza lavorativa che mi ha dato soddisfazione l’ho avuta. Da Italcementi alla prima inchiesta sulle malattie professionali interne a Trenitalia (l’azienda minacciò querela ma non fece nulla, evidentemente non potendo controbattere sul contenuto), dalle inchieste su Capo Colonna riprese da diversa media nazionali e arrivate sul tavolo di Renzi e dell’allora ministro dei Beni culturali Franceschini, al lavoro che più di recente ha riguardato l’Ordine dei Giornalisti e esponenti del Vaticano. Ho intervistato l’ideatore della Blue Economy e della strategia Zeri Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, l’euro-deputata Michela Marzano, il direttore di Telejato Pino Maniaci e per chi è appassionato di musica i Modena City Ramblers.

Leggi anche le mie interviste a:

Gunter Pauli
Daniela Santanché
Vito Crimi
Vittorio Sgarbi
Giulio Tarro
Gian Marco Centinaio
Mario Adinolfi
Mariano Amici
Vincenzo Musacchio
Armando Siri

All’indomani del mio addio a una testata per cui ho lavorato senza avere i dovuti riconoscimenti economici, telefonai ad Antonello Caporale de Il Fatto Quotidiano, conosciuto durante un workshop di formazione in Calabria. Chiesi se potevo sostenere un colloquio per scrivere sul giornale per cui lavora. Mi rispose “anche domani, ma per il momento non pensare di guadagnare. All’inizio sono entrati tutti, ma ormai c’è saturazione”. Declinai, convinta come sempre che il lavoro non vada scambiato col volontariato. Sono in contatto sporadico anche con Bernardo Iovene di Report, che mi ha contattato per il mio lavoro sull’Odg e che con l’occasione mi ha chiesto alcune dritte per la sua inchiesta sul precariato nel mondo del giornalismo, e sempre per l’Odg (questa volta per quanto riguarda il tentativo di farmi retrocedere dalla strada intrapresa) sono stata contattata dal consigliere Marco Piccaluga, ex di Sky tg24. Ho disturbato proprio contestualmente a uno degli episodi di hate-speech su Twitter Antonino Monteleone delle Iene che, ormai abituato alla mediocrità di alcuni, mi ha giustamente consigliato di investire nel proposito di rifarmi il bagno o comprarmi un’auto nuova. Il pagamento dei danni consente anche questo, ovviamente, per quanto siano fastidiosi i procedimenti legali cui purtroppo si deve ricorrere.

Nel 2015 Luca Galtieri mi ha intervistato per Striscia la Notizia a partire da un mio articolo su Villa Genoese Zerbi. Siamo in contatto con gli addetti stampa del Senato, che voglio ringraziare per la tempestività e la gentilezza che in altri contesti o ministeri latita. Contiamo sul materiale di associazioni, squadre sportive, curatori di arte, organizzatori di eventi istituzionali, scrittori, consorzi. Mi scuso con tutti se solo sporadicamente quanto inviano trova spazio: in futuro contiamo di rimediare con apposite sezioni.

Non mi pare quindi di essere “sconosciuta fuori dalla Calabria”, ma qualora lo fossi non sarebbe un problema. Sono nata nel Catanzarese, vissuta nel Vibonese e nel Cosentino prima di venire ad abitare a Roma. La vita come molti sapranno lì è più semplice ma più genuina. Lì nessuno si dispiacerebbe mai se Gayburg o David Puente non gli dedicassero un articolo.

Credo anzi che siano altri a tentare di essere in perenne favore dei riflettori, per questo si dedicano a strilli isterici in bilico tra il verosimile e lo scandalistico, nel tentativo di aizzare l’opinione pubblica contro questo o quello. E’ la linea di Gayburg e, prima di imbattermici, non pensavo fosse anche quella di David Puente, con cui l’hanno scorso ho avuto uno scambio su Twitter per una cantonata che lui ha preso sul giornalista ucraino Arkadij Arkad’evič Babčenko, spacciato per morto poche ore prima che si presentasse, sui suoi piedi, a una conferenza stampa. E’ un tipo di fact-checking che, abbastanza spesso, cozza proprio con i “facts“.

Certo una precisazione che Puente non avrà gradito. Ma la deontologia ci chiama alla cooperazione nell’interesse del lettore (che per quello che mi riguarda è il mio unico padrone), non a sterili vendette da prima donna di cui poi ci troviamo a dover dare conto.

A lui e a chi si cela dietro i commenti (l’ip del secondo commento è geolocalizzato proprio in Friuli), agli autori di Gayburg, a chi ha farneticato di vicinanze e finanziamenti: sono diventata responsabile di Rec News perché troppo spesso mi sono trovata a dire “Perché nessuno scrive che” o “perché nessuno dice che”, poi perché dopo anni di precariato nonostante cercassi di affezionarmi ad altri lavori i referenti continuavano a cercarmi, così come rimaneva viva la voglia di scavare e di vedere a fondo. Ho aperto assieme a Denys Shevchenko e ad altri collaboratori tecnici un sito che ci pregiamo non abbia ancora guadagnato cifre stratosferiche o anche solo grandi.

Ci pregiamo, perché per questo modesto risultato non abbiamo dovuto mai fare i palazzinari alla ricerca di finanziamenti, non ci siamo mai accodati a qualche controversa presidente della Camera dei deputati cui dobbiamo tutta la nostra forse modesta carriera. Preferiamo quest’ultima, fosse anche fatta come dice la signora sopra dall’essere “sconosciuti”: ci consente di andare a testa alta e di tenere la lingua in bocca. Lì sta ben salda, senza prodursi in elogi o in invettive suggerite dalle sfere alte, e senza scendere mai ad insulti da osteria.

Non mi sento una santa, ho i miei difetti. Sbotto anch’io se provocata, anche se sempre meno perché ho capito il gioco di chi si diverte a mettere in cattiva luce tramite le provocazioni. Ma non sono “omofoba”, “razzista”, “nazista” e via franando. Non incito all’odio. Non faccio parte dell’estremismo cattolico e anzi voglio confidare che mi sono avvicinata a Dio solo negli ultimi anni. Non vado in chiesa da mesi, forse da quasi un anno, ma ho estremo rispetto per chi lo fa in tempi in cui la Cristianità è derisa. Lo dico all’autore di Gayburg sperando che si possa rasserenare e non vedere più “fondamentalisti” ed “estremisti” ovunque. E’ un consiglio buono ma non cancella quanto il sito ha voluto imbastire assieme ad Open e ad altri, con l’ausilio di aggregatori come Intopic, vari blog e l’azione dei motori di ricerca.

Al signore del secondo commento e al suo “state attenti“. In Calabria, se è vero che non tutti sono grazie al cielo criminali – come piace pensare ai generalisti – è altrettanto vero che il più fesso è assai più scafato della media nazionale. Siamo abituati a “faticare” per ottenere quello che abbiamo, spesso a lottare per cose che altrove sono scontate. Lo voglio ribadire a chi è avvezzo a spargere saliva per ottenere posizioni al sole ma anche a chi spera di intimorire me e il giornale, forse covando l’intima ma illusoria speranza di zittirci.

Abbandonatele, queste speranze. C’è bisogno di Rec News. Se il sito non fosse esistito, la vicenda Lucano sarebbe rimasta parziale per sempre, suonata dalle campane che all’unisono mimano la melodia del sindaco eroe. Questa hanno propinato tutti, a eccezione di un paio di testate che pure non sono state in grado o non hanno voluto documentare. Se non ci fosse stato RN, non sapremmo ancora nulla su alcuni aspetti inquietanti che aleggiano in Vaticano, o della fine amara di Becky Moses.

Nel paese dell’agenzite compulsiva, dei debunker che le bufale le inventano anziché stanarle, del “cantiamo tutti la stessa messa finché non entra in ogni testa”, c’è bisogno di contro-informazione. Noi ci impegniamo a farla. Piacerà a qualcuno mentre ad altri (chi ci è dentro o chi è accomodato sulle veline istituzionali o sui suggerimenti e finanziamenti delle lobby), spiacerà. Ce ne faremo una ragione, ma senza mai indietreggiare di un millimetro. Un caro saluto ai lettori, specie a quelli affezionati.

Il blog Gayburg è stato parzialmente censurato. Colpa del Codacons? No, il motivo è un altro
Richiesta di rettifica. Riceviamo e pubblichiamo

Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell'attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l'abilitazione per iscriversi all'Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell'Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l'incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull'affare Coronavirus e su "Milano come Bibbiano". Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de "I padroni di Riace - Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato". Telegram: t.me/zairabartucca Twitter: @Zaira_Bartucca www.zairabartucca.it

CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Ucraina, il Parlamento europeo promuove una “war room” per censurare la versione dei fatti da parte russa

Proprio il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazi-fascismo, in Ue si pensa di infliggere un duro colpo alla libertà di espressione, al diritto di critica e a quello di cronaca. Si terrà proprio in questo giorno presso il Parlamento europeo un vertice in cui verrà discussa la creazione di una “war room” sull’informazione e sui modi approvati di trattare il conflitto russo-ucraino

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La "war room" dell'Ue per censurare la versione dei fatti da parte russa | Rec News dir. Zaira Bartucca

Proprio il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazi-fascismo, in Ue si pensa di infliggere un duro colpo alla libertà di espressione, al diritto di critica e a quello di cronaca. Si terrà proprio in questo giorno presso il Parlamento europeo un vertice in cui verrà discussa la creazione di una “war room” sull’informazione e sui modi approvati di trattare il conflitto russo-ucraino. Le premesse sono – apparentemente – buone: “contrastare la disinformazione e i modi per rafforzare le voci di fatto e di libertà di parola”, ma i presupposti dimostrano la politicizzazione dell’iniziativa.

Tutto, infatti – si legge nell’invito inviato ai giornalisti – verrà esaminato “alla luce dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Perché “è chiaro che c’è uno Stato sovrano attaccato e uno invasore”, è il mantra di un mainstream che si appella di continuo alla sovranità degli Stati sistematicamente ignorata dall’Unione europea e perfino alla terminologia cara al centrodestra in altri contesti bandita.

Ma cosa impareranno i giornalisti che correranno a Bruxelles nella “stanza della guerra” o si collegheranno in streaming per apprendere il giusto scrivere e il giusto parlare? Probabilmente, a riportare pedissequamente quanto proviene da Kiev senza approfondimento e verifica, a ignorare questioni cardine come la presenza documentata di biolaboratori in Ucraina promossi dal Pentagono, a definire i nazisti del battaglione Azov “difensori” e “nazionalisti” e – ovviamente – a forgiare epiteti sempre più dispregiativi per descrivere il presidente della Federazione russa.

Nessuna imposizione, sia chiaro, solo una serie di raccomandazioni. Che succede se i giornalisti non dovessero seguirle? Intanto la censura dei principali social funziona a gonfie vele, e se qualcosa dovesse andare storto sono sempre a disposizione gli squadroni di “fact-checker“, i vari somministratori di olio di ricino digitale e le liste di proscrizione in cui vengono inseriti i comunicatori dissidenti.

L’iniziativa è promossa dal gruppo del PPE, lo stesso del presidente del parlamento europeo Roberto Metsola. I lavori saranno ospitati dall’eurodeputata Eva Maydell e aperti dal presidente del gruppo PPE Manfred Weber.

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CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

“Bomba sull’Ucraina”, smascherato il video fake ripreso dal mainstream

A Mattino 5 il filmato di un’esplosione avvenuta in Cina nel 2015 viene fatto passare per un attacco russo. Il servizio di Striscia la Notizia

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"Bomba sull'Ucraina", smascherato il video fake ripreso dal mainstream | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il filmato di un’esplosione avvenuta in Cina nel 2015 fatto passare per un attacco russo all’Ucraina. E’ successo a Mattino 5, programma di punta di Mediaset specializzato in infotaintment. Lo scivolone è stato svelato da Striscia la Notizia, che ha dedicato all’accaduto un servizio andato in onda ieri sera.

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FREE SPEECH

Da Montagnier ad Assange, le volte che i media online indipendenti hanno anticipato (o superato) il mainstream

Luc Montagnier, dicono i vicini, prima di lasciare la vita terrena avrebbe deciso di dare uno schiaffo sonoro a quel mainstream che – irrispettoso di decenni di carriera – gli aveva fatto pagare il suo scetticismo sui vaccini anti-covid. Del suo decesso sarebbe stata messa a conoscenza un’unica testata, quel…

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Da Montagnier ad Assange, le volte che i media online indipendenti hanno anticipato (o superato) il mainstream | Rec News dir. Zaira Bartucca

Luc Montagnier, dicono i vicini, prima di lasciare la vita terrena avrebbe deciso di dare uno schiaffo sonoro a quel mainstream che – irrispettoso di decenni di carriera – gli aveva fatto pagare il suo scetticismo sui vaccini anti-covid. Del suo decesso sarebbe stata messa a conoscenza un’unica testata, quel France Soir che varie volte lo aveva intervistato e ospitato. Così, l’8 febbraio il sito francese indipendente ha firmato uno scoop mondiale, pubblicando per prima l’esclusiva sul decesso dello scienziato e surclassando dinosauri della comunicazione come Le Monde e Le Figaro, che addirittura sono arrivati sul fatto due giorni dopo. Quasi un caso da (nuova) scuola di giornalismo.

La pietra tombale su tg e “giornaloni”

Se ne può certamente trarre la conclusione che il mainstream – chiuso nel circolo dei comunicati stampa istituzionali e delle telefonate per ottenere il via libera sulla pubblicazione – si stia via via accartocciando su se stesso, perdendo sempre più la fiducia dei lettori e degli spettatori. Non ha fatto una bella figura con tutti i dispacci allarmanti relativi al virus, men che meno con l’atto di ignorare i deceduti e danneggiati a causa dei preparati sperimentali anti-covid. Adesso, con la morte di Montagnier, è stata calata la pietra tombale definitiva sui tg e sui “giornaloni“. Il caso non è prettamente francese, ovviamente, perché a voler guardare all’Italia la situazione è disastrosa.

Si affermano sempre più i siti indipendenti, ma anche quelli che fingono di esserlo

Fortuna che si va affermando sempre più una galassia di siti indipendenti, per quanto anche il settore dell’anti-mainstream – in alcuni casi presunto tale – non sia immune da problemi. Parallelamente alle testate realmente libere, si affermano infatti sempre più network che imitano l’impostazione dei media anti-sistema, ma in realtà sono foraggiati da partiti o da organismi tramite i più svariati sistemi, donazioni comprese. C’è invece del buono in chi – coerentemente – non nasconde la propria appartenenza: è il caso del network russo stanziale in Germania Ruptly, che nel 2019 firmava immagini andate in rotazione su tutti i tg del mondo: era l’11 aprile e Julian Assange veniva arrestato a Londra, portato fuori di peso dall’ambasciata dell’Ecuador che fino a quel momento gli aveva dato ospitalità.

Nel 2018 nasce Rec News, il sito italiano “lontano dal mainstream”

Proprio sulla scia dei limiti del mainstream è nato – nel 2018 – il sito che state leggendo. Non con la presunzione di fare meglio degli altri, ma con la certezza di portare avanti il lavoro giornalistico con adesione ai fatti e ai documenti (citati e riportati), con onestà e con la dose maggiore possibile di imparzialità. Da queste colonne abbiamo svelato – unici – tutte le pieghe del sistema Riace, e pubblicato – soli – la mappa del mainstream al servizio delle Procure. Abbiamo raccontato – trasversalmente – le manovre di tutti i partiti, senza raccontare massimi sistemi ma delineando precise responsabilità. La lista è piuttosto lunga ma lungi da questo sito il tentativo di autocelebrarsi, anche perché c’è ancora molto da fare e tanto da imparare. La strada da fare è ancora tanta. Però l’esempio di Rec News è forse buono per comprendere che per fare un’informazione corretta e realmente indipendente – oggi – non servono né grandi network, né grandi finanziamenti e né grandi donazioni.

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FREE SPEECH

“Accedono solo gli Host Broadcaster”, così il governo istituisce la stampa di regime

Il 28 giugno si terrà la Ministeriale della Coalizione Anti-Daesh, che vedrà anche la partecipazione del Segretario di Stato americano Blinken. Un evento atteso da molti giornalisti, che però dovranno farsi bastare la versione ufficiale di RAI e ANSA e la conferenza lampo

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"Accedono solo gli Host Broadcaster", così il governo istituisce la stampa di regime | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il 28 giugno presso la Nuova Fiera di Roma si terrà la Ministeriale della Coalizione Anti-Daesh, che vedrà la partecipazione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, del Segretario di Stato americano Antony L. Blinken e delle delegazioni di 83 Paesi. Un evento atteso da molti giornalisti, che però dovranno farsi da parte e farsi bastare la versione ufficiale che sarà diramata dall’ANSA e dalla RAI. I cronisti dovranno infatti fare fideisticamente riferimento ai partner privilegiati del governo, che oltre alle riprese e alle fotografie distribuiranno e gestiranno monopolisticamente la fruizione degli interventi. I lavori inizieranno alle 10.00 con l’arrivo delle delegazioni, e andranno avanti oltre le 15 con la conferenza stampa – ad accesso limitato – sulla Siria. Oltre 5 ore di confronti ad accesso sbarrato per i cronisti che non sono stipendiati dall’esecutivo, fatta eccezione per una conferenza stampa lampo di appena mezz’ora che, visti i tempi, sarà caratterizzata da poche domande debitamente preparate. Per accedervi, inoltre, servirà il solito tampone obbligatorio: dopo lo schiaffo in faccia ai giornalisti e alle testate accreditate trattate come se fossero di serie B, quello all’articolo 32 della Costituzione.

Cosa dovrebbero essere gli Host Broadcaster e qual è il pericolo legato alla loro applicazione in ambito istituzionale

Il sistema degli Host Broadcaster non è certo nuovo, ma fino a questo momento veniva applicato in prevalenza per gli eventi sportivi e per le grandi manifestazione di carattere non politico. In pratica una emittente “padrona di casa”, si occupa dell’acquisizione delle immagini e delle riprese, e poi le gira agli altri organi televisivi e di stampa. Un sistema che crea uniformità e se vogliamo appiattimento, che però si rivela utile per seguire da remoto un avvenimento. E’ così, per esempio, un canale televisivo può dare conto delle partite degli Europei trasmessi in esclusiva da altri, o un’emittente dal budget ridotto può avere il suo occhio sulle Olimpiadi senza inviare degli operatori. Ma che succede se questo sistema prende piede anche per gli eventi istituzionali e politici? Che si dà un colpo secco e definitivo al pluralismo dell’informazione, e perfino alla libertà dei giornalisti di fare il loro lavoro. Ad uscirne frantumato, ovviamente, sarà il diritto del lettore e del telespettatore ad essere informato e a farsi un’idea personale e soggettiva, visto che ad essere disponibile sarà solo la versione ufficiale. Il passato coinvolgimento – in epoca pre-covid – di tutta la stampa accreditata, ha fatto in modo che Rec News potesse per esempio documentare l’incontro tra il ministro Luigi Di Maio e il suo omologo russo Sergej Lavrov a Villa Madama, a Roma. Anche in quel caso si parlava di Siria, e il nostro sito ha potuto raccontare ai propri lettori tutto lo svolgimento dei lavori. Questa volta non potrà farlo, e sarà perché le testate che non dipendono dal governo sono state escluse dalla parte rilevante della Ministeriale.

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FREE SPEECH

Gayburg, Odg e Garante per la Privacy rispondono: “Ambito penale”

Il presidente dell’Ordine dei giornalisti Verna: “Fatti così come descritti sarebbero deplorevoli”. Il Garante: doglianze riguardano contenuti lesivi del diritto alla reputazione e del diritto all’immagine”

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Gayburg, Odg e Garante per la Privacy rispondono: "Ambito penale" | RN dir Zaira Bartucca

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha risposto alla richiesta di parere che il direttore di Rec News Zaira Bartucca ha inviato in data 19 marzo 2021, in cui si chiedeva all’organismo un ragguaglio su Gayburg. Il sito dal 2018 colpisce con cadenza quotidiana o pressoché quotidiana la giornalista tramite articoli falsi, calunniatori e diffamatori. Scrive il presidente dell’Odg Carlo Verna: “Con riferimento alla sua in oggetto, rappresentiamo che le competenze del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti sono stabilite dalla legge istitutiva n.69/1963 e in particolare dagli artt. 20 e 21-bis. Non rientra tra queste quanto da Lei richiesto”. Il direttore di Rec News, in particolare, chiedeva lumi circa i criteri di notiziabilità che i contenuti definiti di informazione devono avere, in considerazione del fatto che le invettive di Gayburg appaiano prive della forma, dei requisiti e della sostanza per essere definiti “notizie”. Allo stesso modo, si chiedeva la verifica della presenza dei titoli necessari per esercitare attività giornalistica da parte dell’autore di Gayburg, che continua a nascondersi dietro un comodo e strumentale anonimato e che presenta il prodotto delle sue farneticazioni come “informazione, attualità, cultura e notizie”.

“Pertanto – prosegue il presidente Verna – la invitiamo a rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per gli accertamenti di competenza sui fatti che così come da Lei descritti sarebbero deplorevoli (…) Spiacenti di non poterLe essere maggiormente d’aiuto, le porgiamo distinti saluti”. Indirizzando l’iscritta verso l’ordine regionale di competenza per l’esercizio di tutte le tutele necessarie, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha parlato dunque di “Autorità Giudiziaria”, allineandosi in tal modo alle considerazioni del Garante per la Privacy, destinatario, oltre che della richiesta di parere, di un reclamo inviato negli scorsi mesi.

Scrive il Dipartimento Libertà di Manifestazione dei Pensiero e Cyberbullismo del Garante per la Privacy: “Con riferimento alla segnalazione trasmessa dalla S.V. in data 10 gennaio 2021 ed alle successive integrazioni, si rappresenta che, sulla base degli elementi forniti, la questione rappresentata appare più propriamente riconducibile all’ambito penale, tenuto conto che le doglianze manifestate riguardano essenzialmente contenuti lesivi del diritto alla reputazione e del diritto all’immagine”. Proprio per tutelare la propria immagine e reputazione e quella della sito che dirige, il direttore di Rec News in data 2 aprile 2021 ha personalmente sporto un’altra querela presso un Comando della Legione Carabinieri contro il sito Gayburg e contro il sig. Pietro Bruno, in qualità di intestatario accertato del dominio al 2020. I contenuti violenti, in grado di incitare all’odio di genere, falsi, diffamatori e calunniatori caratterizzati anche dall’utilizzo di immagini controverse rimessi alle disponibilità delle Forze dell’Ordine (e in parte richiamati anche tramite le precedenti querele depositate presso la Procura della Repubblica di Roma), sono fino a questo momento 207. Per ogni singolo articolo, in apportuna sede, si provvederà a chiedere il risarcimento per i danni causati.

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