“Purghe” in Cecenia, ma anche Osce e Amnesty usano il condizionale

Gli unici casi noti di presunte torture si riferiscono a tre uomini: Khizir Ezhiev, Khusein Betelgeriev e Maxim Lapunov, ma a smentirli è il Comitato per le Nazioni Unite e una relazione del Comitato europeo per la Prevenzione della tortura

“Si stanno passando tutti i limiti con l’informazione gay-friendly”. A dirlo, rompendo il silenzio sull’argomento, è stato il 13 febbraio il portavoce del Primo Ministro della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov, Alvi Karimov. “Stanno seduti – ha detto a Ria Novosti –negli uffici a Ginevra, Washington e in altre città. Si citano l’un l’altro, ma non hanno né un dato oggettivo né un fatto attendibile”. Il riferimento è alle “purghe” che avrebbero colpito alcuni omosessuali in Cecenia. A scriverne per la prima volta era stato il primo aprile del 2017 il giornale anti-governativo Novaya Gazeta, che aveva parlato di “un centinaio di uomini detenuti e torturati” e di “tre morti”. A parlare di “mostruose torture” è stato a stretto giro Igor Kochetkov, il capo della comunità Lgbt. La stessa che fornisce dati considerati “verificati” ad Amnesty International.



I “dati” di Amnesty International. Ma su cosa si basano i “dati” forniti da Amnesty international? Su due filoni principali. Il primo: quanto diramato dalla Rete lgbti Russia. Lo scrive la stessa Amnesty in una breve nota del 14 gennaio 2019. Una scelta tutt’altro che imparziale: un po’ come chiedere a una multinazionale che produce vaccini se i vaccini fanno male.



Amnesty è l’organizzazione che, per sua stessa ammissione, ha ricevuto donazioni dal manipolatore mediatico George Soros, il magnate di Open Society che si è occupato di finanziare campagne come quella pro-aborto in Irlanda. Fornirebbe, stando a The Irish Times, il “2,5 per cento del totale dei fondi dell’organizzazione” che, proprio per questo, non gode di tutta questa imparzialità. Amnesty nel 2017 si è rifiutata di restituire una sua donazione di 137mila dollari, perché si riteneva “chiamata a rispettare una legge che viola i diritti umani”.


L’organizzazione riporta che “dal dicembre 2018 almeno due persone sarebbero state torturate a morte in Cecenia perché ritenute gay o lesbiche”. AI propone come “fonte attendibile” (ma di certo non imparziale) la Rete Lgbti, che parla dell’arresto di “40 persone nella città di Argun” e di un “edificio governativo” in cui gli omosessuali sarebbero stati “sottoposti a maltrattamenti e torture. Le autorità – riferisce l’associazione pro-gay – avrebbero poi distrutto i passaporti per impedire loro di lasciare il paese”. Ammissioni su cui la stessa Amnesty sente di dover andare con i piedi di piombo: “due persone sarebbero state – scrive senza fornirne ulteriori dettagli – torturate a morte”.



Il rapporto dell’Osce. Un secondo filone di certo più consistente è quello del rapporto del 28 dicembre 2018 dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e per la cooperazione europea) sulla presunta violazione di diritti umanitari stilato da Wolfgang Benedek. Diciannove pagine su 38 sono dedicate a tematiche lgbt. Dopo una serie di “raccomandazioni” alla Federazione russa e alla Cecenia (ma né l’una né l’altra rientrano nella sfera di influenza dell’Europa), Benedeck illustra il metodo utilizzato per stilare il documento. Ha, dice, “ricevuto una grande quantità di materiale attraverso la casella di posta ODIHR” aperta per la sua missione, poi ha “programmato una visita” che ha “rifiutato non appena ha compreso che sarebbe stata supervisionata dalla Federazione Russa”. Si è, quindi, limitato ad incontrare rappresentanti russi e “in particolare la rete Lgbti russa” per ricevere “materiali pertinenti”, organizzazioni per i diritti umani della Federazione Russa come il Russian Lgbt Network or Committee against Torture o rappresentanti Come Elena Milashina di Novaya Gazeta, cioè gli stessi su cui si basa la nota di Amnesty. Benedek parla di “torture elettriche sulle dita operate da esponenti delle forze dell’ordine”.



Il caso di Khizir Ezhiev. Finalmente Benedeck cita, dopo tredici pagine di rapporto, un caso concreto, sempre tuttavia affidandosi al condizionale. E’ quello di Khizir Ezhiev, Senior economics lecturer presso la Grozny State Oil Technical University, che “sarebbe stato rapito, torturato e ucciso, dopo aver partecipato a gruppo sui social media, che era critico verso il leader della Repubblica, Il Signor Kadyrov”. Ezhiev, in realtà, con le cosiddette purghe del 2017 e i casi del 2018 denunciati da Osce ed Amnesty, non c’entra nulla, non foss’altro che il corpo, stando a quanto rilevato dall’ispettore della Objective che se n’è occupato, Kheda Saratova, è stato ritrovato il 31 dicembre 2015. Secondo Kaukasian Knot, il docente sarebbe stato rapito il 19 dicembre del 2015 e informazioni in merito sarebbero state diffuse tramite i social nel tentativo di ritrovarlo. Il corpo è stato ritrovato nei pressi del bosco di Roshni-Chu. Le autorità locali hanno aperto un’istruttoria per indagare e hanno ipotizzato la “caduta accidentale da un precipizio”.



Il caso di Khusein Betelgeriev. Un altro caso sottolineato da Benedeck è quello di Betelgeriev, ex membro dell’Università Statale Cecena, su cui il professore tuttavia non scrive di più. Il docente sparisce la sera del 31 marzo e la moglie, Karima Betelgerieva, ne denuncia la scomparsa, affermando che l’uomo sarebbe stato “preso da due uomini non identificati in uniformi nere” nei pressi del villaggio di Kalinin, a Grozny. L’11 aprile del 2016, Betelgeriev viene ritrovato e il rientro è confermato dalla ricercatrice del Gruppo di Crisi Internazionale Varvara Pakhomenko e da Ekaterina Sokiryanskaya, direttrice del progetto per il Comitato investigativo del Caucaso. “Khusein Betelgeriev – scriverà quest’ultima – è ancora vivo, anche se è stato duramente picchiato. Per il presente è una buona notizia”.


La relazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. E’ poi il mediatore inviato a fornire rapporto della relazione del CPT a dare l’unico riscontro disponibile a seguito di un’ispezione personale in Cecenia (la stessa che Benedeck dice di aver voluto rifiutare per quello che considera il parere fazioso della Federazione Russa). “Il Mediatore – lo scrive lo stesso professore che firma il rapporto Osce – ha asserito che la Commissione non ha trovato alcuna conferma di esecuzioni, punizioni extragiudiziali o torture. Relazioni che parlano di questo – è quanto ha affermato – sono fuorvianti, e non dovrebbero essere considerate riflettenti del parere espresso dal CPT nel corso della visita”.



Maxim Lapunov e l’unica denuncia alle autorità russe. Sempre attenendosi al rapporto dell’Osce, l’unico tuttavia ad aver sporto una denuncia verificabile nel settembre del 2017 è Maxim Lapunov, un “russo etnico” sparito il 15 marzo 2017 “mentre vendeva un palloncino. È stato tenuto – scrive Benedeck – per 12 giorni nella cantina di una stazione di polizia, dove è stato picchiato e torturato. Potrebbe aver assistito ad altri sottoposti allo stesso trattamento e gli è stato detto che sarebbe stato ucciso”. E’ la versione dell’Osce, ma ancora una volta non trova riscontro nell’indagine del Comitato Investigativo del Caucaso. Lapunov, tuttavia, esce dalla stazione di polizia sulle sue gambe. L’organismo, su input della Federazione Russa, avvia quelli che Benedeck chiama “pre-indagini” e “pre-controlli”, che però la Rete lgbti russa definisce “lacunosi” perché non sarebbe stato individuato lo scantinato delle affermazioni di Lapunov. Viene, a questo punto, rifiutata la richiesta di protezione internazionale e la decisione viene ribadita dalla Corte Regionale di Stavropol.



L’audizione del Comitato per le Nazioni Unite. Un’altra audizione tenuta in un’altro organismo (per giunta super-partes), asserisce poi, è sempre lo stesso rappresentante Osce ad ammetterlo, che “non è stata stabilita alcuna prova che confermi la detenzione illegale e la reclusione del Signor Lapunov”. Il caso si chiude, salvo essere riaperto per le affermazioni di una tale signora Moskalkova. Per assurdo, a dargli forza è proprio il parere che non sembra così disinteressato di Benedeck dell’Osce: “Posso confermare – scrive il professore – la credibilità del signor Lapunov dopo averlo interrogato personalmente e perché la sua storia è quasi identica a quella delle altre vittime”.


“I gay hanno avuto soldi per portare disordini”. Il 25 gennaio 2018, il Primo ministro della Repubblica Cecena è intervenuto sull’argomento in un’intervista a firma di Mikhail Youzhny di Komsomolskaya Pravda. “Noi abbiamo – ha detto – prove convincenti che i gay di altre nazionalità hanno preso soldi per radicarsi in Cecenia, poi hanno fatto le dichiarazioni rilevanti, e in seguito hanno ricevuto un rifugio all’estero. Ho le prove: video, file audio, anche messaggi vocali”. Youzhny definisce quello che viene definito “scandalo gay” come “un prodotto del network di informazione SMI (СМИ)”.



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