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Vaccini, prevenzione, app e cure. Tarro scioglie il nodo coronavirus (audio-intervista)


Curò il male oscuro e isolò il vibrione del colera: “Ho salvato molte vite, e quella che era una bambina mi ha commosso”. I consigli del luminare per chi è sano e per chi per lavoro sta a contatto con i pazienti covid-19



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Il dottor Giulio Tarro dopo i bluff dei burocrati del mainstream è diventato più virale del coronavirus, che già di per sé a sentire un luminare come lui non è questo gran mostro. Solo che Tarro è comparso sulla scena con due-tre mesi di ritardo, quando cioè “gli altri”, dal fissato con i tamponi, al pediatra, al fan di Obama e a “Miss Italia”, erano giunti a conclusioni errate. Oggi il virologo napoletano viene, sì, interpellato, ma spesso per processi da Santa Inquisizione, come quello che ha dovuto subire ieri da un giornalista televisivo: in un articolo è comparsa una raffica di 74 domande, che hanno lasciato un margine di risposta quasi nullo. Il luminare, inoltre, aveva annunciato un’intervista per un serale di rete 4, che in realtà non è ancora andata in onda. Tarro parla chiaro e, forse, il suo parere spaventa. Perché è davvero autorevole, e perché con poche parole e consigli pratici è in grado di sciogliere il nodo coronavirus. Quello che a qualcuno fa comodo tenere aggrovigliato.


Che effetto le ha fatto la “fase 1” del dibattito sul coronavirus, prima che lei venisse scomodato?

Era una notizia che già circolava dalla Cina, allora io mi ero tenuto molto informato su come era andata la situazione, anche perché avevo già fatto un paio di lavori in inglese per giornali asiatici su questo problema. Quando abbiamo chiuso, per così dire, le nostre frontiere in Italia e c’era la zona rossa con la Lombardia e quattordici province, era già una questione che avevo ben maturato. Ho fatto alcune considerazioni tenendo come punto di riferimento quello che era successo in Cina. Quando noi eravamo quasi al massimo, in Cina era quasi finita l’epidemia.


Da questi studi cosa ha desunto, spiegando in maniera semplice per tutti?

Ho desunto in particolare l’approccio alle percentuali, anche considerando quello che andavano comunicando i colleghi cinesi sugli 80mila contagiati circa. Per l’81% dei casi si era rivelata una malattia banale, controllabile; per il 4 -7% era una malattia critica, ma per questo accadeva in caso di anzianità o per pregresse patologie. Per esempio quelle cardiocircolatorie nel 14% i casi, il diabete al 7%, il 6% altre patologie polmonari, renali o epatiche. Sono questi i casi. La cosa principale che voglio dire: loro sono stati in grado di vedere che questi soggetti guariti avevano gli anticorpi, che loro hanno utilizzato come sieroterapia nei casi più critici, che altrimenti dovevano essere affidati eventualmente al respiratore artificiale o stavano già sotto il respiratore artificiale. Loro hanno notato che questo intervento in 48 ore riusciva ad azzerare il virus. Un vaccino cosa fa tutto sommato? Provoca la formazione degli anticorpi, ma questi anticorpi derivano anche dall’infezione naturale e possono essere trasferiti da un paziente che ha avuto l’infezione a uno che ce l’ha in corso. Per loro la sieroterapia si è rivelata il sistema migliore.


Quindi quello che dice Speranza, e cioè che dobbiamo convivere con il virus e stare chiusi in casa finché non troviamo un vaccino?

Il vaccino non c’è. Deve essere prodotto e ovviamente deve essere sottoposto a tutte le leggi di sicurezza fissate. Non per niente l’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di 18 mesi. Se si vuole fare una scorciatoia si può fare in 12 mesi, ma in ogni caso ci sono delle fasi indispensabili una volta che il vaccino è pronto.


Proprio da questo punto di vista uno studio recente ha messo nero su bianco che la sperimentazione umana, soprattutto quando avviene in tempi ristretti, potrebbe segnare i volontari con gravi malattie – leggo testualmente – o addirittura condurre alla morte. Si sente di confermare questa possibilità?

Non mi sento di escluderla, nel senso che ci sono ormai dei fattori etici. Non siamo a Norimberga, per intenderci. Si è desunto chiaramente che si possono creare di queste situazioni. Si è parlato anche dei militari, e ovviamente i soldati hanno fatto una loro dichiarazione in merito dicendo che non hanno intenzione di fare i volontari.


Per lei è concreto il rischio della ricaduta ad ottobre di cui si parla tanto? Come si fa a parlare di un mese specifico?

Penso che non ha nessun fondamento perché se noi dobbiamo guardare all’esperienza precedente, la prima Sars non è ritornata. La seconda Sars, la febbre del Medio Oriente, è una malattia che non ha un andamento epidemico ma solo dei casi piuttosto singoli, a macchia di leopardo. Questa è la nostra esperienza. Intanto abbiamo i cinesi che hanno finito, la Corea del Sud ha completato e siamo partiti quasi insieme come andamento della curva epidemiologica, solo che loro hanno fatto i tamponi per tutti e hanno seguito i pazienti in maniera smart.


L’utilizzo delle app?

Ormai siamo in un’epoca in cui è possibile farlo. Non è un fatto potenziale, ma reale.


E per quanto riguarda le violazioni della privacy? Sono preoccupanti o il gioco vale la candela?

Presumo che si possa fare tutto questo sotto la privacy, come già accade nei nostri laboratori quando uno fa un elettrocardiogramma o un encefalogramma o altri esami, e tutto avviene ad esclusivo beneficio del paziente.


Da persona comune, che non è del settore, vorrei però capire come mai esistono tante malattie polmonari e infettive e a sentire altri esperti centinaia di migliaia di virus. Molte malattie le importiamo ma per nessuno di questi casi si è mai pensato ad app, tamponi e test sierologici. Da esperto pensa che serva davvero tutto questo?

Io penso che qualsiasi cosa vada fatta con un determinato obiettivo. Ovviamente non ci possiamo preoccupare ora che abbiamo un epidemia in corso. Ci dobbiamo preoccupare quando vogliamo fare una prevenzione, come succede per esempio per le donne in gravidanza con la misurazione degli anticorpi per cinque componenti che potrebbero causare lesioni. Esistono delle situazioni in cui uno fa degli anticorpi alla ricerca di qualcosa.


Come mai in Italia non si parla abbastanza di cure? Si parla di farmaci ma per criticarli. Il coronavirus si cura?

Abbiamo una buona esperienza, soprattutto con quello che hanno iniziato i francesi con l’antimalarico, che ha avuto già efficacia in soggetti che avevano il coronavirus combinato a un antibiotico che agisce presumibilmente sui germi opportunisti. Questo sicuramente è già un fattore positivo perché l’hanno risolto non solo i francesi ma anche noi in Italia, e anche gli alti vertici di Trump hanno fatto ordinare quesi farmaci per gli Stati Uniti. Quindi le cure come il Plaquenil, la clorochina l’idrossiclorochina si usano in sostanza. Poi ovviamente ci sarebbero gli antivirali come quello per l’ebola che hanno usato a Genova con efficacia, il famosi Remdesivir, che ha funzionato a livello curativo agendo proprio sul coronavirus.


Ricapitolando: se sono un soggetto sano posso accedere senza problemi a delle cure che dunque esistono e in più esiste un’ulteriore terapia con gli anticorpi.

Perfetto, ha compreso benissimo.


Mi metto nei panni del lettore medio, del telespettatore medio che ogni giorno riceve messaggi allarmanti, o almeno io li leggo come tali. Lei si sentirebbe di rincuorare una persona che in questo momento è davanti alla tv e si sente terrorizzato a stare fuori?

Io presumo che tutta l’informazione ha avuto questo fine, di generare questa sindrome da panico. Lo stress cui noi siamo soggetti normalmente per quello che riguarda l’alimentazione, lo stress che deriva dal nostro stile di vita…aggiungiamo questa informazione che ci fa ulteriormente abbassare il sistema immunitario. Per non parlare ovviamente dello stato mentale. Le notizie di certo incidono su parecchie persone sotto questo aspetto, e quindi bisognerebbe dare delle notizie non allarmanti, ma per quello che sono. Non è che tutte le morti in questo momento sono provocate dal coronavirus. Poi magari fortunatamente se andiamo ad approfondire l’Istituto superiore di sanità controlla queste cartelle delle vittime e ci dice che su 909 soltanto 19 sono morti da coronavirus. E’ un modo diverso di affrontare il problema.


Certo. Lei cosa consiglierebbe come prevenzione a una persona che è in salute? C’è qualcosa che si può fare di pratico?

Ma io penso senza dubbio vitamina C però non fatta a milligrammi, ma a grammi. ça vitamina D però sotto controllo medico perché è liposolubile cioè non viene liquidata lo stesso giorno come la vitamina C ma eventualmente si può accumulare. Poi se uno si trova per motivi professionali ad avere necessariamente contatti con altri pazienti si può utilizzare già l’antimalarico, cioè il Plaquenil a dosaggio minimo, anche come profilassi.


E l’attività fisica all’aria aperta? Fa bene, fa male? Influisce, non influisce?

Quella fa bene in ogni caso, è inconcepibile dire che non faccia bene. I nostri medici di una volta ce lo dicevano: aria, luce e poi anche per gli anziani una quarantina di minuti al giorno farebbe molto bene al loro sistema cardio-circolatorio.


Sono proprio le cose che adesso mancano alla gente…

Sì, appunto.


Accetterebbe un incarico per la gestione della cosiddetta emergenza se le venisse proposto?

Ma presumo che avendo un lungo background di epidemie dal colera in poi, il male oscuro e poi ultimamente le ultime influenze…la Regione Campania per esempio era al primo posto per numero di contagiati e il numero posto era però giustificato dalla diagnosi. E’ una buona sanità.


Lei è un esperto di chiara fama e ha ottenuto molti riconoscimenti. Qual è l’aspetto della sua vita professionale che le ha dato maggiore soddisfazione?

Di aver salvato molte vite. Molti bambini, soprattutto quelli fino a due anni che morivano per il male oscuro. Io ho risolto.


Le stavo per domandare se c’è stato qualche episodio che l’ha segnata umanamente ma immagino sia questo.

Si ma ce ne sono tanti, anche ultimamente una lettera di quella che nel ’78, ’79 era una bambina. I genitori le avevano detto che ero stata io ad assicurare sulla progressione non della malattia ma della guarigione, e quindi mi ha mandato una mail molto toccante.


Si sta spegnendo in generale il rapporto medico-paziente? C’è chi parla visite via Skype, di tele-consulti. Noi abbiamo trattato il caso di una clinica a Milano che invitava le donne con una gravidanza a rischio ad acquistare “visite” video.

E’ già da tempo che c’è quest’approccio. Il medico ormai è visto come un idraulico, un architetto. Invece il medico serve non per una patologia ma per il benessere. Non so se rendo l’idea.


Si può sostituire, anche in futuro, il contatto medico-paziente?

Io penso che la visita è indispensabile, non possiamo utilizzare il dottor Google. In maniera superficiale sì, ma approfondita sicuramente no.


beenhere

Caro amico prima che caro lettore, Rec News ti ricorda che nella Costituzione sono regolati i Diritti inviolabili del cittadino. Essi riguardano il proprio domicilio, cioè il posto dove si abita: è il padrone o la padrona di casa che decide chi vi può accedere e cosa si può fare al suo interno. Ogni cittadino può circolare liberamente all’interno del territorio nazionale (Art.16), riunirsi pacificamente anche in pubblico (Art. 17), professare la propria religione (Art.19) senza limitazioni (Art. 20). Diritto inviolabile è l’espressione del proprio pensiero in forma scritta o parlata (Art.21). Secondo l’Articolo 32 della Costituzione, nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario (tamponi, vaccini, test, ecc.) se non è previsto dalla legge per gravi e documentati motivi. Allo stesso modo, può astenersene se le sue convinzioni religiose o sociali non gli consentono di ricevere trattamenti sanitari. Uno governo Democratico consente il confronto tra le varie forze politiche e include anche le forze d’opposizione. Un premier che agisce secondo principi democratici non fa le leggi da solo o con i tecnici, ma le sottopone al Parlamento.


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