Periodico di Inchieste

Rilancio economico, le tre ricette di un Siri caustico sul governo


Il senatore: “Salvi grazie alle categorie vessate, pagheremo comunque la serrata delle attività. Serve più fiducia nelle imprese, nei liberi professionisti e nei lavoratori”. Le proposte



Ogni partito ha il suo teorico, anche per quanto riguarda gli aspetti economici. Quello della Lega è Armando Siri, da poco tornato alla ribalta con la Flat Tax – suo cavallo di battaglia – con i CIR e con un disegno di legge che riguarda i conti correnti “rapiti” dalle banche. Ne abbiamo parlato con lui toccando scenari e prospettive, le recenti scelte del governo e lo snodo cruciale di un’Italia chiamata a scegliere se stare dentro o fuori l’Ue.


Cosa prevede il disegno di Legge sulla Flat Tax appena presentato dalla Lega?

Si tratta di una riforma complessiva del sistema tributario riferito alle imposte dirette di famiglie e imprese. L’impianto in vigore è ancora quello del 1973. Noi di fatto innoviamo e semplifichiamo in tre punti. Il primo: il reddito imponibile non è più del singolo, ma della famiglia, che può essere anche monocomponente. Rientrano quindi nella fase 2 i redditi monocomponente fino a 30 mila euro, monoreddito fino a 55 mila euro e bireddito fino a 70 mila euro. Il secondo: l’aliquota d’imposta è fissa al 15%. Terzo punto, si applica una sola deduzione sul reddito complessivo. Ovvero, più basso è il reddito e più alto è il numero dei familiari, più grande è la deduzione. In questo modo garantiamo la progressività dell’imposta richiamata dalla Costituzione. Per le imprese l’aliquota è già flat al 24% e si ridurrebbe al 15%, mentre per le Partite Iva si alzerebbe il limite di fatturato a 100 mila euro per poter applicare l’aliquota sempre al 15%. 


Lei ha sollevato il problema della chiusura dei conti da parte di Istituti come Unicredit e Intesa Sanpaolo. Qual è la situazione attuale?

La chiusura unilaterale dei conti correnti bancari da parte degli Istituti di Credito è una pratica diffusa non solo dalle banche che lei cita. Come fa un cittadino o un’impresa a poter vivere e lavorare in questa società senza un conto corrente? Le banche chiudono i conti ai clienti in attivo, che quindi hanno il saldo positivo, sulla base di motivazioni totalmente discrezionali. Così facendo si crea un grave pregiudizio nei confronti di chi deve ricevere lo stipendio (obbligatorio l’accredito sul conto), pagare le imposte (obbligatorio utilizzo del conto), ricevere il pagamento di fatture e pagare con strumenti elettronici o bonifici bancari (sopra i 3 mila euro).  


Come si risolve?

Ho presentato un Disegno di Legge che preveda lo status di servizio essenziale per il conto corrente. Nessuna banca potrà arbitrariamente chiudere il rapporto se il saldo è attivo, se non dietro un provvedimento motivato del giudice. 


Dal punto di vista economico: come vede la Fase 2? Commercianti, operatori del settore turistico e ristoratori tuttora aspettano risposte dal governo.

Già a febbraio avvertimmo il Governo che la ricaduta economica dei provvedimenti legati all’emergenza Covid-19 sarebbe stata colossale soprattutto se si fosse decisa, come poi si è fatto, una serrata totale delle attività. Come opposizione e come Lega, fin dal primo momento, abbiamo voluto collaborare concretamente per trovare delle soluzioni e mettere a punto iniziative utili a favore dei lavoratori e delle imprese. Nessuna delle nostre proposte è stata accolta. Se non fosse stato per quelle categorie sempre vessate dallo Stato come Partite Iva, Autonomi e Imprese che hanno anticipato di tasca loro la cassa integrazione ai loro operai, oggi avremmo la gente in strada con i forconi perché intere famiglie non avrebbero potuto sfamare i propri figli. Lei crede che riceveranno un ringraziamento per questo? Ad oggi lo Stato sta pagando a singhiozzo il mese di marzo e molti non hanno ancora ricevuto dall’Inps i 600 euro promessi. Questi sono dati, non è polemica. 


Il premier Conte?

Il Presidente del Consiglio aveva promesso a marzo che entro il 15 aprile sarebbero arrivati i pagamenti. Siamo ai primi di giugno e la situazione è questa. Serve più coraggio, più visione, più amore per il Paese e più fiducia nelle imprese, nei liberi professionisti e nei lavoratori autonomi che garantiscono ogni mese a 12 milioni di famiglie lo stipendio e lo fanno senza alcuna garanzia, senza alcun sostegno. Anzi, con uno Stato che è sempre pronto a mettere loro i bastoni tra le ruote con cavilli e burocrazia. 


Perché l’opposizione ha avuto un approccio “soft” verso le decisioni di Conte? È d’accordo con chi dice che le sue scelte siano state anticostituzionali?

Non abbiamo avuto un approccio “soft”, ma responsabile in un momento di profonda difficoltà per tutto il Paese. In queste situazioni la cosa peggiore è speculare. Abbiamo sempre chiesto però con determinazione al Governo di assumersi le proprie responsabilità. Adesso che si sta ripartendo il tempo della pazienza è finito, ma non siamo noi a dirlo sono gli italiani. Soprattutto quelli che rischiano di passare da presunti cassaintegrati a disoccupati e quegli imprenditori che non apriranno più e che falliranno sicuramente appena la macchina dei tribunali e dei decreti ingiuntivi riprenderà l’attività. 


Diverse personalità, compreso un Presidente Emerito della Corte Costituzionale, hanno sollevato perplessità rispetto all’utilizzo dei Dpcm.

Sui Dpcm non vi è dubbio che siano stati provvedimenti ai limiti della Costituzione, in certi casi alcune restrizioni sono state emanate in palese violazione delle garanzie della nostra Carta fondamentale. Ma su questo so che sono state prese iniziative dinnanzi alle magistrature, sia ordinarie che amministrative. Ad un certo momento il Parlamento stesso era ostaggio dei Dpcm, per non parlare poi delle forze dell’ordine che entrano in chiesa per bloccare il sacerdote che dice Messa. Un’immagine da brividi. 


L’Italia del prossimo futuro che si immagina è dentro o fuori l’Europa?

Non esiste un’Europa senza l’Italia e non esiste un’Italia che non sia in Europa. Il punto non è essere in Europa, ma come esserci. Questa Pandemia ha mostrato tutte le debolezze di un sistema che, a differenza di quello che si dice, non ha affatto al centro la solidarietà, ma al contrario anche qui prevalgono egoismi e convenienze di bandiera. Nel momento del bisogno non abbiamo visto un’Europa coesa, efficace e rapida nel dare una risposta ai bisogni dei cittadini e delle imprese. Solo dopo un lungo tira e molla siamo forse arrivati alla promessa di fondi che arriveranno fra un anno e salvo che siano spesi come l’Europa vuole. Così non funziona. L’Europa, se vuole continuare a prosperare anche come organizzazione economica, politica e sociale portatrice di valori comuni, deve cambiare passo. Meno vincoli, meno burocrazia, meno percentuali e più senso della realtà. Fino ad oggi è prevalsa la linea tedesca, ma oggi anche la Germania soffre. Forse è la volta buona. 


C’è speranza che gli elettori che hanno votato la Lega per la sua vocazione antieuropeista degli inizi si ritrovino a loro agio? 

La Lega non è antieuropeista, ma realista. Se una cosa non funziona si cambia. Se non si riesce a cambiarla, la si abbandona. Ma è un dato di realtà, non una questione ideologica. Abbiamo cambiato 1 euro a 1936,27 lire e dovevamo lavorare un giorno di meno e essere di un giorno più ricchi. Invece la nostra bilancia commerciale è crollata e sono fallite quasi un milione di imprese. I tassi di interesse sono sottozero e le banche non prestano denaro. Chi ha qualche risparmio sta perdendo più che con l’erosione di una presunta galoppata inflattiva. È in questa situazione che non ci si può sentire a proprio agio e votare Lega significa aver chiara una visione alternativa. Una nuova Europa dei popoli, del libero scambio, della difesa dei valori comuni capace di essere un nuovo attrattore di sviluppo, crescita e lavoro. Senza vincoli inutili, senza forzare standard comuni a cui sottostare. Non sia l’uniformità la forza dell’Europa, ma lo siano le differenze.


Alcuni sondaggi parlano di “migrazioni” verso Fratelli d’Italia: non sarà colpa della messa in discussione dell’Italexit?

Italexit è uno scenario che nessuna forza politica prende in considerazione, neppure Fratelli d’Italia. A meno che, come ho detto prima, non ci sia alcuna possibilità di un cambiamento. Su questo punto le forze cosiddette “sovraniste” concordano. Essere sovranisti non significa essere contro l’Europa, ma volere indipendenza politica, economica e sociale. L’Europa della CEE era un ottimo esempio di come si possa collaborare ciascuno con la propria autonomia e valorizzare l’appartenenza a un sistema comune di interessi, valori e obiettivi. Oggi la Lega è saldamente il primo partito italiano e con questo spirito e con le proprie idee può puntare ad essere la forza politica che traguarderà l’Italia in un futuro migliore. Meglio se in una organizzazione comune, ma non a tutti costi. 



Tecnicamente: l’Italia potrebbe riavere una propria moneta? Se sì, come?

Intanto la moneta è una convenzione, null’altro. Invece di andare in giro con in spalla le forme di Parmigiano Reggiano o le taniche di petrolio da scambiare, usiamo la moneta. La moneta ha valore se ha valore l’economia del Paese che la emette e la accetta come pagamento delle imposte. Lei probabilmente non cambierebbe 50 franchi del Burkina Faso con 50 euro. Perché? Perché il Burkina Faso non è la seconda manifattura d’Europa, la seconda cantieristica navale del mondo, non è tra i leader mondiali della meccanica di precisione e dell’Aerospazio, etc. L’Italia, nonostante la sua Pubblica Amministrazione, grazie al genio degli imprenditori, alla voglia di lavorare di padri e madri di famiglia e all’ambizione dei propri professionisti impegnati in ogni settore è una grande economia mondiale. Detto questo, potrebbe riavere una propria moneta solo se si riformano i Trattati Europei. È una decisione che spetta in primo luogo al Parlamento e successivamente agli organismi europei. Tecnicamente il ritorno a una moneta nazionale comporterebbe una svalutazione immediata del 40% che si attesterebbe dopo un paio d’anni al 25%, ovvero i famosi 1.500 lire per un dollaro che era il cambio giusto per la nostra economia basata su un forte export. Aumenterebbe un poco l’inflazione intorno al 3%-5%, il denaro avrebbe di nuovo un costo e quindi tornerebbe a circolare e a rendere in termini di interessi. Ci sarebbe un periodo di forte espansione economica e dell’occupazione nei primi 10 anni nei quali si recupererebbe interamente il valore della moneta. A quel punto la leva fiscale potrà servire come calmieratore dell’inflazione mantenendo in equilibrio l’andamento della domanda e dell’offerta. 


Il Debito Pubblico che fine farebbe?

Rimane appunto il tema del Debito Pubblico, non tanto quello verso l’interno che verrebbe riconvertito nel contro valore in lire e quindi l’investitore non subirebbe alcuna ripercussione, anzi l’aumento dei tassi garantirebbe il posizionamento della rendita. Il punto è il Debito verso soggetti esteri che dovrebbe essere ripagato in euro. Anche se su questo punto ci sono diverse scuole di pensiero. Ma ho idea che di tutto questo stia già ragionando la Germania nei vari scenari futuri che vorrà intraprendere. Difficile che qualcun altro Paese della Ue prenderà una decisione in questo senso. Più probabile che sarà la Germania a farlo. Per noi si tratta soltanto di non farci trovare eventualmente impreparati. 


A che punto è la proposta sua e di altri senatori sui CIR, i Conti di risparmio individuali? 

Il progetto di Legge arriverà spero prestissimo all’esame delle Commissioni competenti e poi in Aula. Lo spirito è quello di dare la possibilità alle famiglie italiane di comprare Btp con una rendita maggiore grazie a un credito d’imposta e all’azzeramento della ritenuta fiscale. In questo modo gli interessi sarebbero spesi nella nostra economia e non saremmo più soggetti alla spada di Damocle dello Spread che è un parametro che influenza solo i soggetti Istituzionali che comprano titoli, perché in caso di turbolenza dei mercati hanno l’obbligo di ricapitalizzare, ma non ha alcun effetto per il risparmio delle famiglie. 


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