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“Scienza e coscienza”. Il dottor Mariano Amici – il chirurgo più censurato dalla tv con alle spalle una lunga carriera in ambito universitario e ospedaliero, autore di numerosi studi – ripete varie volte le parole che caratterizzano il Giuramento di Ippocrate nel corso dell’intervista che ha rilasciato a Rec News. Sono discorsi da “stregone” per un Paese che lo scorso anno sceglieva chi doveva vivere e chi doveva morire nelle terapie intensive. C’è chi ci ha trovato un ché di ciarlatanesco, nell’Italia che ha lasciato fuori dagli ospedali i malati non covid e che non ha curato i malati covid. Una strage annunciata, causata da quelli che il dottor Amici definisce “protocolli sbagliati”. Un tributo di vite umane in costante crescita, perché ora alla cattiva gestione si aggiungono gli effetti avversi dei vaccini.

La commissione europea ha recentemente annunciato l’acquisto di 900 milioni di dosi di vaccini a RNA messaggero. Sono realmente così efficaci e privi di rischi?

Sull’efficacia c’è ampia letteratura scientifica che dice che è molto limitata, e che va dal 19 al 29%. Questo lo dice per esempio Peter Doshi, che è co-direttore dell’autorevole British Medical Journal. L’efficacia stimata è ben al di sotto di quella del placebo, che essenzialmente non dà nessun effetto nell’organismo, e anche al di sotto della soglia di commerciabilità.

Se è un preparato inadatto privo delle caratteristiche di commerciabilità, perché viene venduto e somministrato?

Perché i dati che hanno fatto passare non sono reali. Si è parlato di un 95% di efficacia, ma in realtà i test sono stati fatti su una popolazione che non contraeva la malattia, non tra gli ultra-ottantenni con più patologie. Anche dando per buono quel 95%, saremmo comunque al di sotto di 4 punti percentuali rispetto all’efficacia della natura, cioè rispetto alle possibilità di contrastare il virus grazie al proprio sistema immunitario. Tanto è vero che l’indice di mortalità è al di sotto dell’1%. Parliamo dello 0,014%. Dopo di che questi vaccini a mRNA non sono stati realmente testati, sono stati approvati a condizione, sulla base delle dichiarazioni e dei dati forniti dalle stesse case produttrici. E’ come andare a chiedere all’oste se il vino è buono. Insomma, non c’è stata una verifica al di sopra delle parti.

Cosa serve per giungere alla vera approvazione?

Anzitutto, determinati studi. C’è tutto un cammino di sperimentazione che deve essere compiuto per giungere ad evidenze scientifiche sull’efficacia, e soprattutto sulla sicurezza. Si deve accertare che siano innocui. Il foglietto stesso della casa farmaceutica invece dice chiaramente che non conosciamo gli effetti collaterali a lungo termine, se possono avere effetti cancerogeni o se possono interferire con le gravidanze. Non sappiamo se passano nel latte materno. Ci sono dunque tutta una serie di incognite che non sono state verificate. Un primo resoconto si potrà avere solo al 31 dicembre 2023, quando terminerà la sperimentazione. Nel frattempo, gli eventuali effetti avversi si segnalano al medico curante e il medico curante li segnala agli enti preposti: questo significa che i soggetti vaccinati vengono usati come cavie.

Siamo cavie di un esperimento di massa?

E’ esattamente questo. Gli effetti avversi cominciamo a conoscerli tutti perché su tutti i vaccini genici che sono in commercio ci sono degli effetti avversi gravi. Anche se la percentuale può essere relativamente bassa, abbiamo comunque centinaia, migliaia di casi di morti. Su questi decessi si sbrigano subito a dire il giorno stesso dell’autopsia che non c’è il nesso di causalità tra il vaccino e la morte. Io dico che non è possibile dire che non ci sia alcuna correlazione dopo un’autopsia di una o due ore. Per stabilire il nesso di causalità per questo tipo di vaccini, bisogna fare degli studi molto approfonditi che richiedono molto tempo. Si parla di minimo due o tre mesi. Bisogna usare una metologia particolare e bisogna sapere cosa cercare. Solo in quel caso si può stabilire il nesso di causalità. Diversamente, è una cosa che non è realistica.

Da questo punto di vista non è stato detto ancora nulla. Nel pratico in cosa consistono questi studi?

Parlo da medico, basandomi sulle mie conoscenze e sui miei studi. Come minimo vanno conservati i tessuti per poterli esaminare nel tempo e cercare aspetti specifici. Questo implica un metodo di conservazione adeguato, perché altrimenti il tessuto organico si deteriora e il materiale al suo interno che può contenere lo stesso vaccino o alcuni virus, se non conservato in maniera corretta si degrada e poi non si trova più niente. Quindi intanto i tessuti prelevati dalle autopsie andrebbero tenuti minimo a -180 gradi. Lo stesso discorso vale per il vaccino: dicono che dovrebbe stare a -90 gradi per non degradarsi, ma in realtà anche questi preparati hanno bisogno di una temperatura che sia almeno di -180 gradi per conservarsi correttamente.

Un dato che già da solo sembra essere in grado di inficiare la buona riuscita della campagna vaccinale…

Il vaccino a seconda della temperatura richiede un tempo più o meno lungo per la degradazione. Se parliamo di una temperatura a -20 si degrada in qualche ora, se parliamo di -90 si degrada in qualche settimana, se parliamo di -180 si degrada in un periodo più lungo. Quindi nell’arco di qualche mese questi prodotti si degradano, e se iniettati dopo che hanno subito questo processo, i materiali di degradazione sono ancora più nocivi di quanto può essere il vaccino.

Perché non si fa questo? Esistono problemi strutturali, di strumentazioni?

Basterebbe volerlo fare. Sulle autopsie stabilire con certezza che esiste il nesso di causalità significa intanto che qualcuno deve risarcire i danni, poi significa ammettere che questi vaccini sono nocivi. In altre parole si potrebbero mettere in evidenza problemi che entrerebbero in contrasto con la somministrazione di massa e l’obbligatorietà vaccinale che si sta perseguendo, come nel caso dei sanitari. Non c’è altra spiegazione.

Ha citato il vaccino obbligatorio per i sanitari. Il governo ha previsto un demansionamento per chi dissente e addirittura la mancata erogazione dello stipendio, ma si poteva fare?

E’ stato un atto gravissimo. Prima di tutto perché è anti-costituzionale: non si può obbligare nessuno a un trattamento sanitario senza che ci sia il consenso reale di chi lo deve subire. Quello che è strano è che solo l’Italia tra tutti i Paesi ha pensato all’obbligo. Un provvedimento del genere potrebbe essere giustificato solo se l’indice rischio-beneficio fosse fortemente, e sottolineo fortemente, a favore del beneficio e non del rischio. La realtà, al netto dei numeri ufficiali che vengono dati, è che non c’è un grande beneficio a fronte di un rischio relativamente ridotto, perché la mortalità per questa malattia è ferma allo 0,014%. Praticamente sovrapponibile a quella della sindrome influenzale.

Non c’è questo morbo incurabile che giustifica interventi di questo tipo?

Non c’è. Io ho dimostrato insieme a moltissimi altri colleghi in Italia che si possono fare le cure a domicilio. Abbiamo curato tutti i casi che si sono presentati, non abbiamo dovuto ricoverare alcun paziente e non abbiamo avuto alcun decesso. Questa malattia si può curare. L’importante è imboccare tempestivamente la strada giusta, quella appunto della cura, non i percorsi sbagliati che aggravano la malattia fino a portare alla morte. Questo è quello che è avvenuto, sostanzialmente. Chi cura la malattia agisce secondo scienza e coscienza, non secondo protocolli terapeutici spesso sbagliati. Non c’è quindi ragione di avere tutta questa paura, tutto questo timore, per questo virus. Di contro, i fenomeni avversi che caratterizzano i vaccini anti-covid sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di centinaia, migliaia di effetti avversi anche letali: quelli sì che sono incurabili. Non è come dice Remuzzi, che pure l’aspirina ha effetti collaterali. Non si può paragonare un farmaco sperimentato da decenni di cui conosciamo tutto, con un vaccino genico di cui non conosciamo gli effetti avversi nell’immediato e nel lungo periodo. Ecco perché a Porta a Porta da Vespa ho detto che Remuzzi ha detto delle cose assolutamente anti-scientifiche.

Lo scorso 8 aprile il Senato ha approvato una mozione sulle terapie domiciliari. Siamo finalmente sulla strada giusta?

E’ la strada giusta e lo dico da mesi. Su La7, quando sono stato intervistato da Giletti o da Formigli, mi hanno fatto passare per uno stregone, come se curare a casa un paziente fosse diventato un misfatto. Mi hanno perfino denunciato all’Ordine dei medici ma dopo qualche settimana, dopo che anche il Tar ha iniziato a dire che le cure domiciliari sono importanti, gli stessi che mi insultavano, per esempio Sileri (viceministro alla Salute, nda) e Giletti, sono andati in trasmissioni nazionali a dire che la medicina di base deve essere rivalutata.

Insomma chi cura i pazienti viene additato, chi è per la vigile attesa senza far nulla viene osannato.

Esatto, chi è per la sorveglianza vigile col paracetamolo che in realtà porta all’aggravamento del paziente, secondo loro agisce bene. L’osservazione è giusta, per carità, ma gli antipiretici possono essere fortemente lesivi nel malati di covid: possono aggravare la malattia, perché la febbre è un meccanismo di difesa dell’organismo.

Da quello che ho capito, così tra l’altro non si agisce sull’infiammazione. E’ vero?

Non si agisce ma anzi si aggrava, a causa dei meccanismi che si vanno ad instaurare.

I numeri dello scorso anno sui decessi nascondono anche i casi di abbadono del malato. Borrelli lo ha in qualche modo ammesso nel corso di una conferenza stampa diventata tristemente celebre per quel “contiamo tutti i morti, non solo quelli per coronavirus”

Esattamente. I pazienti non potevano essere visitati dai loro medici curanti a causa delle disposizioni normative, con tutto quello che ne è seguito. Fortuna che io e molti altri colleghi abbiamo contravvenuto alle direttive e abbiamo curato comunque i pazienti a domicilio, secondo scienza e coscienza. Sono gli altri medici che hanno fatto i danni, provocando l’aggravamento di chi poi si è recato al pronto soccorso e si è sottoposto al tampone. Il problema è che tutti i tamponi positivi sono stati trattati come casi covid.

Esistono documenti che noi abbiamo trattato che parlano del fenomeno dei “falsi positivi”. Uno studio del professor Zhuang pubblicato dal NCBI di Bethesda dice che nell’80,33 per cento dei casi i tamponi riportano risultati errati.

Certo, perché il tampone, io lo dico e l’ho dimostrato ovunque, è assolutamente inattendibile, non è stato mai standardizzato, non è stato mai validato e non è diagnostico. Lo ha ammesso la stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Ormai lo sanno anche le pietre ma continuano sulla base dei falsi positivi ad adottare queste misure restrittive che non hanno alcun senso, non tutelano la salute e creano gravissimi danni all’economia nazionale.

Pensare che il tampone potrebbe diventare obbligatorio tramite l’introduzione del covid pass, su cui punta il ministro al Turismo Garavaglia.

Sono forme di ricatto che stanno tentando di introdurre. Non gli basta il decreto legge che obbliga i sanitari al vaccino. Se non ci arrivano con la legge, ci vogliono arrivare con ricatti vari. Questo significa che stiamo andando verso una deriva di tipo dittatoriale.

Tra informazione, disposizioni sanitarie e impunità, sembra di essere già in una dittatura conclamata. Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa ha parlato della necessità di sottoporsi al vaccino anti-covid anche per i prossimi anni. Ma il virus non doveva diventare endemico? Non si diceva che avremmo imparato a conviverci sviluppando gli anticorpi?

Infatti se non vengono praticate le vaccinazioni il virus diventa endemico, piano piano perde la sua virulenza e dopo di che gli organismi ci convivono tranquillamente. E’ quella la vera immunità di gregge, che non si ottiene mai con le vaccinazioni.

E’ vero che non bisogna vaccinare quando è in corso un’epidemia?

Certo, lo dico io e lo dicono altri autorevoli autori, primari di ospedale, specialisti del settore e scienziati molto preparati. E’ controproducente, non facciamo che aggravare la situazione.

Ascoltandola si capisce perché non la fanno parlare.

Perché mentre tutte le tv nazionali e tutti gli organi di stampa nazionale portano avanti una voce unica e vogliono far passare questo vaccino per un toccasana senza nessuna spiegazione scientifica, io dico cosa significa vaccinarsi, come è fatto il vaccino, i suoi meccanismi di azione e i possibili danni a distanza. Tanto è vero che ho parlato delle tromboembolie prima che iniziassero le somministrazioni del vaccino. Basterebbe osservare, studiare, basarsi sulla propria esperienza, come faccio io.

L’impressione è che quelli che vogliono far passare un certo tipo di narrativa si dividano in chi realmente non sa e in chi per qualche motivo fa finta di non sapere.

In Italia c’è un grosso problema, ed è quello del conflitto di interessi. Ci sono virologi, ricercatori e cattedratici che fanno ricerca finanziata dalle case farmaceutiche e partecipano a convegni organizzati da loro per fior di gettoni di presenza. Di fatto non sono più soggetti che parlano di scienza al di sopra delle parti, ma promotori farmaceutici che coltivano determinate strategie commerciali. Altri semplicemente vanno avanti con l’idea del vaccino miracoloso, senza approfondire. In questi giorni mi chiamano tanti colleghi che mi dicono: ho fatto il vaccino maledetto me, ho questi sintomi. Ora che faccio? Niente, non puoi fare niente.

Dopo non si può fare più nulla?

No perché determinati vaccini oltre al fenomeno tromboembolico possono scatenare anche dei meccanismi auto-immunitari, che non si possono più curare. Ci sono i vaccini a mRNA che hanno un tipo di problemi, poi ci sono i vaccini a vettore adenovirale che possono avere anche ulteriori complicazioni. Siccome sono coltivati su linee cellulari rese immortali prelevate da feti abortiti, portano con sé quella contaminazione e possono generare il cancro. Non solo: siccome entrano nel nucleo della cellula, possono anche alterare il patrimonio genetico. Le alterazioni possono ricadere sul soggetto che si è fatto la vaccinazione ma anche sui figli, sui figli dei figli e via discorrendo. Per quanto riguarda i vaccini a mRNA, sono stati ingegnerizzati per non entrare nel nucleo della cellula, ma non è detto che non possa accadere.

Perché?

Perché è vero che quel mRNA dura poco perché si distrugge nel citoplasma, ma avviene comunque la produzione della proteina spike che poi l’organismo vede come estranea, e contro cui produce anticorpi. Questa proteina può creare degli effetti collaterali, come i fenomeni tromboembolici che hanno già provocato decessi. La proteina spike, quindi, produce fenomeni dannosi non solo con il virus ma anche con i vaccini.

Il fenomeno delle tromboembolie alla fine è stato ammesso dalla stessa EMA per quanto riguarda AstraZeneca.

Sì ma riguarda anche Pfizer, Moderna, riguarda tutti i vaccini anti-covid, perché sono effetti avversi legati alla proteina spike, che è anche tossica e neuro-tossica, quindi può anche provocare effetti avversi di tipo nervoso ma anche di tipo immunitario in forza delle sue sequenze geniche molto simili, se non uguali, a quelle dell’organismo. Per cui l’organismo quando produce anticorpi contro la proteina spike, produce anticorpi anche contro sé stesso e contro i suoi tessuti. Si può giungere a fenomeni immunitari multi-organo, quindi effetti avversi gravissimi che possono portare anche al decesso. Questi sono meccanismi di azione che qualunque medico dovrebbe conoscere.

Riassumendo e concludendo, mi domando perché una persona dovrebbe sottoporsi a un vaccino che ha questi rischi per una malattia che ha una letalità dello 0,014%, come ha detto lei.

Esattamente. Intanto se malauguratamente dovessero incorrere nel virus si possono curare, mentre per i casi difficili di persone che non riescono a sviluppare difese autonome ci sono gli anticorpi monoclonali e c’è la plasmaferesi praticata con grande successo da De Donno. Di che ci dobbiamo preoccupare? Il problema è che laddove c’è una terapia valida e senza controindicazioni, questa viene squalificata e mortificata, laddove abbiamo meccanismi non terapeutici come la vaccinazione, si fanno passare come un qualcosa di miracoloso, di dogmatico. Tutto questo fa pensare che ci sia una strategia diversa dal mantenere la popolazione in salute. Lo Stato anziché spendere fior di milioni per una propaganda terroristica che diffonde panico in tutta la popolazione, potrebbe spendere per dire alla popolazione come mantenersi in salute.

Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell'attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l'abilitazione per iscriversi all'Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell'Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l'incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull'affare Coronavirus e su "Milano come Bibbiano". Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Antonello Caporale, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical 2014. Autrice de "I padroni di Riace - Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato". Sito: www.zairabartucca.it

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Giancarlo Casu

Assolutamente d’accordo.

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Reati contro i minori, intervista al ministro della Famiglia Eugenia Roccella (Video)

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Reati contro i minori, intervista al ministro della Famiglia Eugenia Roccella (Video) | Rec News dir. Zaira Bartucca
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Ddl Nordio, Caporale: «Non libera la magistratura dai suoi mali, ma colpisce la Giustizia giusta»

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Riforma Nordio, Caporale: "Non libera la magistratura dai suoi mali ma colpisce la Giustizia giusta" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il Ddl Nordio è forse l’eredità più consistente lasciata da Silvio Berlusconi. E’ infatti figlio di un modo preciso di intendere la Giustizia, le leggi, la magistratura. Per alcuni rappresenta l’ennesimo colpo inferto alla libertà di espressione, all’autonomia dei magistrati e allo stesso cittadino, che potrebbe essere maggiormente esposto a determinate fattispecie di reato che potrebbero essere depenalizzate. Ne abbiamo parlato con il giornalista Antonello Caporale.

Il giornalista Antonello Caporale

È davvero necessario abolire l’abuso di ufficio per tutelare quei sindaci che, a sentire la maggioranza, hanno le “mani legate”?

Io penso che la riforma viva di un bisogno ideologico. Anziché definire ulteriormente un reato che, è vero, è molto vago, lo hanno tolto di mezzo. Così facendo hanno mostrato il loro intento, che è quello di sminuire ulteriormente la magistratura.

Nordio è un ex magistrato.

Ma è come quei tabagisti che fumano, smettono poi finiscono con l’odiare le sigarette. Nordio è un magistrato ma odia i magistrati, ha utilizzato in modo massiccio le intercettazioni e da ministro le ha tagliate. Si è sempre proposto come l’alfiere della magistratura di destra ma dice che i magistrati fanno politica. La sua sembra una vita capovolta. C’è un’idea di fondo ideologica prima ancora che giudiziaria. E’ la stessa cosa che ho visto con la dichiarazione del lutto nazionale, che come sai viene dichiarata dal governo utilizzando la sua discrezionalità. In genere si fa per i martiri della mafia, ma in questo caso hanno voluto elevare la figura di Berlusconi.

Farà la fine di Craxi, un altro personaggio controverso che con il passare degli anni è diventato un’eroe nazionale. Si può dire che la Riforma Nordio sia un po’ l’ultimo lascito di Berlusconi, cioè la manifestazione ultima di un certo modo di intendere la Giustizia?

Possiamo anche dire per principio che i reati, la criminalità non esistono, ma restano comunque. Possiamo decretare sconfitta la mafia e la ‘ndrangheta, ma il pizzo c’è. Sono azioni temerarie, protervie e ingenue.

Prima hai parlato di intercettazioni. Secondo i detrattori del disegno di legge calerà una scure ulteriore sulla possibilità di informare liberamente.

Non sappiamo ancora cosa resterà e cosa verrà buttato della Riforma, che probabilmente sarà fatta a pezzi dalla Corte Costituzionale. Ma già con il solo fatto di aver annunciato una stretta sulla intercettazioni sono stati lanciati due messaggi. Uno alla magistratura, a cui in pratica è stato detto mettetevi in fila e capite che il vento è cambiato, e uno all’informazione, a cui si tenta di dire attenzione, perché non puoi più osare come prima. La magistratura, comunque, non è esente da mali. Con la riforma non si sta liberando la magistratura del proprio conformismo, delle proprie convenienze e del fatto che ci sono magistrati che non lavorano e non sono equi, ma si sta riducendo l’ampiezza della libertà dei magistrati. Avranno più margine quelli più convenzionali e collusi, meno quelli coraggiosi che hanno voglia di fare. Se ci fai caso si parla sempre di magistrati di destra e di sinistra, ma mai di chi lavora bene e di chi lavora male.

Erano forse più questi gli aspetti da riformare.

Appunto, invece si sceglie di trascurarli. Nessuno si domanda perché uno ha fatto cinque processi e un altro 55, oppure perché con l’aumentare dell’organico delle Forze dell’Ordine non si riducono i reati. Dovremmo essere più sicuri, e invece? Immagino che non sia un lavoro certosino, organico, sistemico, ma che sia un lavoro occasionale. Faccio quello che lavora, fingo per la televisione e poi chi si è visto si è visto. Arresto chi so già che non può stare dentro, indago persone su cui non ho nulla. Ci sono poi le querele temerarie, come quelle che sono capitate a me e ad altri giornalisti, che sono azioni di parassitismo giudiziario che diventano lecite, invece non lo sono affatto. La lotta però non è contro questi mali, ma contro la Giustizia giusta.

Dal punto di vista politico pensi che la Riforma possa essere in qualche modo divisiva oppure c’è un’intesa che va al di là degli schieramenti politici?

C’è sicuramente intesa, altrimenti il codice penale non sarebbe così cavilloso. Le leggi le fa il Parlamento e c’è interesse a rendere i processi pieni di cavilli, possibilità e subordinate. La politica teme la magistratura, a volte perché esagera a volte perché è un potere che controlla.

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Il racconto della figlia del 72enne di Guardia Piemontese deceduto dopo ore di odissea

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Il racconto della figlia del 72enne di Guardia Piemontese deceduto per un caso di malasanità | Rec News dir. Zaira Bartucca

Antonio Caroccia era un 72enne di Guardia Piemontese, un paesino in provincia di Cosenza, in Calabria. Riferiscono i familiari, assumeva dei farmaci ma godeva di buona salute, era attivo e non era affetto da nessuna patologia. Il 5 marzo dello scorso anno avverte un dolore all’altezza dei reni. E’ tardo pomeriggio, Antonio è vigile, cosciente, i familiari sono preoccupati ma nessuno si immagina quello che sarebbe successo da lì alle ore successive, con una diagnosi iniziale sbagliata, “circa due ore e mezzo di attesa presso il pronto soccorso della clinica Tirrenia Hospital” – racconta una componente della famiglia – assenza di ambulanze, posti letto per ottenere i quali è necessario fare opere di convincimento, esami mai giunti a destinazione. Che sarebbe successo se i medici non avessero erroneamente diagnosticato un infarto e se il signor Antonio fosse giunto subito nel reparto di Chirurgia? Secondo i familiari, il decesso forse poteva essere evitato. Una delle due figlie, Valentina, ci ha spiegato le motivazioni alla base di questo convincimento.

Lei sta portando avanti una battaglia per il riconoscimento di un caso di malasanità che potrebbe aver causato il decesso di suo padre. Ha avuto risposte dalle Istituzioni?

Il 28 marzo ho inviato una PEC al ministero della Salute, alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Paola e Cosenza e al presidente della Regione Calabria in qualità di commissario ad acta della Sanità. Il ministero mi ha risposto l’11 aprile chiedendo alla Regione di relazionare sull’accaduto e domandando di mettermi a conoscenza degli esiti. La Regione ha scritto all’Asp di Cosenza limitandosi di fatto a fare da tramite, senza esprimersi sull’accaduto. Mi ha risposto allegando semplicemente i documenti ricevuti dall’Asp stessi, per giunta incompleti. Il tutto dopo circa tre mesi, durante i quali ho fatto numerosissimi solleciti telefonici e via mail.

Dal decesso di suo padre in poi è stata costretta ad appellarsi continuamente, oltre che alle istituzioni, alle strutture sanitarie coinvolte. Ha trovato disponibilità o chiusura?

Sostanzialmente dopo aver fatto più solleciti con le istituzioni ho trovato qualche forma di apertura. Il resto è stato un po’ sorprendente, anche per quello che riguarda le risposte del direttore della centrale operativa. Mi è capitato di fare presente il comportamento di un infermiere che con mio padre era stato sgarbato e poco professionale, ma la mia versione è stata messa in dubbio.

Sta dicendo che ha denunciato il comportamento di un infermiere e l’ospedale interessato non ne ha voluto saperne di più? Non è stata avviata nessuna indagine interna per comprendere se si era in presenza di una negligenza o di un disservizio?

No, assolutamente no. Anzi ho avuto l’impressione contraria, cioè che facessero da scudo a chi era intervenuto quella sera. Mi sono anzi sentita dire dal direttore della centrale operativa del 118 le testuali parole: “posto che ciò corrisponda a verità, come fa notare la scrivente signora Valentina Caroccia, rientra nei comportamenti personali del singolo, sicuramente censurabili, ma non perseguibili”.

Della vicenda che ha raccontato a Rec News ha fatto molta impressione l’atteggiamento di parte del personale sanitario coinvolto.

Abbiamo provato tanta rabbia, tanta tristezza e tanto dolore. Quando i sanitari sono venuti a casa per soccorrere mio padre non riuscivano a trovargli la vena e sgarbatamente gli davano dei comandi del tipo “Metti il braccio così”, strattonandolo. L’hanno poi portato giù sulla sedia a rotelle a petto nudo, faceva pure freddo perché era quasi sera. E’ stata mia madre a coprirlo. Alla Clinica Tirrenia Hospital doveva essere ricoverato, come testimoniano gli audio, su indicazione del medico del 118 intervenuto e del cardiologo dell’UTIC di Paola (la terapia intensiva cardiologica, nda), ma arrivati lì non volevano ricoverarlo, non ho capito per quale ragione. Il medico del 118 si è rivolto a mia madre e a mio zio dicendo: “Dovete insistere per fare uscire il posto”.

“Insistere per fare uscire il posto” è una frase strana.

Alla fine comunque è stato accettato presso il pronto soccorso della Tirrenia Hospital, ma quando i sanitari della stessa hanno ritenuto di dover trasferire mio padre presso l’ospedale Annunziata di Cosenza la clinica non era in possesso di alcuna ambulanza. Ho scavato per capire le motivazioni e chiesto spiegazioni, ma la clinica in tutta risposta mi ha scritto tramite legale facendo finta di non sapere che ero una parente diretta. Ho parlato anche con il vicedirettore della clinica Tirrenia Hospital perché in tutto questo è stato anche smarrito un esame che si chiama emogasanalisi che la clinica sostiene di aver effettuato e di aver consegnato all’ambulanza di Amantea che ha trasportato papà in un secondo momento. Sta di fatto che di quest’esame non c’è traccia.

Non si trova un esame di marzo del 2022?

Non si trova. Il vicedirettore sostiene che sia stato consegnato ma le cose sono tre: o non è stato effettuato, o è stato fatto e non è stato consegnato o è stato consegnato ed è stato smarrito. Al vicedirettore ho anche domandato come mai l’ambulanza non fosse disponibile e lui ha risposto che ne hanno solo una e che era impegnata per il trasferimento di un paziente leucemico a Reggio Calabria. Pensare che la Tricarico è l’unica clinica della costa tirrenica cosentina ad avere l’emodinamica. Mio padre del resto non doveva neppure essere lì, perché la diagnosi inziale di infarto si è poi rivelata sbagliata.

Negli audio vagliati da Rec News si sentono anche i sanitari che rispondono flemmatici e le attese lunghe intervallate dalla Primavera di Vivaldi…

Infatti si nota subito l’incapacità di comunicare e gestire l’urgenza. Si passano il telefono di persona in persona. Mancavano mezzi, preparazione e c’era pure chi rispondeva scocciato alla richiesta di intervento.

Suo padre è deceduto dopo un’Odissea durata ore e ore.

Era un codice rosso. Avrebbero dovuto mobilitarsi subito, non avere quell’atteggiamento rilassato passandosi il telefono di persona in persona.

C’è stato anche quel problema “di connessione” che ha impedito a un esame di arrivare a destinazione.

Quando si fa l’ECG a casa, a esito ottenuto c’è il consulto tra il medico che è sul posto, del medico che è in centrale operativa e del medico di turno all’UTIC di competenza, in questo caso l’UTIC di Paola. Però alla centrale operativa del 118 l’esame non è mai arrivato per mancanza di linea. E’ arrivato però, come documentano gli atti, all’UTIC di Paola, quindi gli unici due che hanno avuto modo di confrontarsi sono stati il medico del 118 che è venuto qua a casa e il cardiologo. Il medico non è stato assolutamente in grado di gestire la situazione. Mio padre era a casa lucido e cosciente, avvertiva un dolore all’altezza dei reni ma gli è stato diagnosticato un infarto. Quando è stato trasportato sulla seconda ambulanza già non rispondeva e secondo i referti aveva già i valori sballati. Dopo ore di attesa, due ore circa delle quali presso la Tirrenia Hospital, è deceduto.

Mi diceva che in un referto clinico anziché scrivere “sottorenale” hanno scritto “soprarenale”. Sono questioni di lana caprina oppure ha senso porsi delle domande?

Sì, ha senso porsi il quesito e stiamo seguendo anche tutta la parte medica per comprendere meglio come si sono svolti i fatti. Sappiamo che è arrivato in Chirurgia all’Annunziata in condizioni già critiche e che i medici hanno innestato le protesi. L’operazione è durata circa due ore e mezzo e da come si legge dalla cartella clinica ci sono stati due arresti cardiaci, uno dei quali ripreso con il defibrillatore. Hanno provato a recuperarlo, ma all’una e trenta di notte è stato constatato il decesso.

Nel caso di suo padre la diagnostica appare mancante o errata.

Sì, non gli è stata fatta la TAC a contrasto che avrebbe dovuto evidenziare le rotture subentrate che inizialmente non c’erano, e poi gli è stato diagnosticato, sbagliando, un infarto. Mio padre aveva bisogno di essere trasferito immediatamente, e sottolineo immediatamente, presso la struttura dove è stato operato, invece è stato perso inutilmente tanto tempo e non c’erano neppure i mezzi per effettuare il trasporto.

La prima diagnosi di suo padre è avvenuta tramite telemedicina, però il referto non è mai giunto a destinazione per un problema di connessione. Il timore è che determinate procedure macchinose che coinvolgono tanto personale sanitario e tante unità distanti tra loro, possano mettere in pericolo il paziente. Se si spezza un anello della catena, i rischi possono superare i vantaggi.

Ma se alla fine mi sono sentita dire “Ritieniti fortunata che quella sera c’era il medico con l’ambulanza”, perché la prima ambulanza è venuta 5 minuti dopo la chiamata, ma solo perché stava facendo rifornimento lì vicino. Mi sono vergognata per loro a sentire frasi del genere. Per riuscire a fare gli accessi agli atti che riguardano il decesso di mio padre mi sono trovata di fronte a telefoni sbattuti in faccia. Se scegli di fare il medico devi avere una vocazione, una passione, ma se poi non hai professionalità e sei perfino disumano, è meglio che cambi mestiere. Ora non c’è solo il dolore, ma anche la rabbia.

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INTERVISTE

“Io, la tv che vorrei e quella volta sul set”. Chiacchierando con Giorgia Trasselli

L’attrice ci svela un inedito lato anti-mainstream: il passato universitario movimentato, i teatri “off” e la distanza con un certo tipo di format televisivi. La passione per Tolstoj e Dostoevskij: “Ho sofferto per l’esclusione dei russi dagli eventi culturali e sportivi. Come se un domani l’Italia impazzisse e qualcuno volesse cancellare Pirandello”

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"Io, la tv che vorrei e quella volta sul set". Chiacchierando con Giorgia Trasselli | Rec News dir. Zaira Bartucca
Foto L.Brunetti

Giorgia Trasselli oggi, figura rassicurante e iconica di quadretto familiare all’italiana: sta tornando a casa da Trieste e ad attenderla, mi dice, ci sono i nipotini ancora avvolti dal clima di festa, alle prese con i regali. “Il 19 abbiamo avuto un compleanno”, racconta. E’ reduce da un viaggio più lungo del previsto che ci ha portato a scambiare qualche Whatsapp per poter posticipare l’intervista. Devo – sommessamente – smentire quello che ha ironicamente scritto Lello Arena nella sua prefazione di “Mi scusi, lei fa teatro?”: non ho visto errori nei suoi messaggi, nemmeno considerandoli con l’occhio clinico del mestiere. Ovviamente nemmeno volendolo potrei correggere la “Tata” meno conosciuta, quella che ha tradotto Cocteau dal francese e butta lì l’etimologia latina di “divertire” come se nulla fosse.

I ritratti che colleghi e registi fanno di Giorgia sono tutti più che edificanti: un’attrice ancorata ai valori e un tornado in grado di rivoluzionare ogni set. Il simbolo di una tv pulita: non urlata, non spiattellata, che non ha bisogno di fare leva sugli istinti peggiori. La Trasselli meno conosciuta è anche “anti-mainstream”, in qualche misura: ha avuto un passato universitario movimentato, ha frequentato i teatri “in” ma non ha disdegnato quelli “off” quando ne valeva la pena. Ha una passione per un certo tipo di autori letterari e teatrali e mantiene le dovute distanze, ci svela, da un certo tipo di format commerciali.

Sicuramente nessuno si permetterebbe mai di dire che recita con i piedi, però nei fatti è successo…
(Ride) E’ vero, il primo film fatto con i piedi, è vero! Eravamo alla Pro Deo che oggi si chiama Luiss. Il regista cercava dei bei piedi per un cortometraggio. In pratica si trattava di una storia d’amore tra due piedi femminili e due piedi maschili. Quindi sì, il mio esordio cinematografico è stato fatto con i piedi.

Un episodio che fa parte di una carriera sfaccettata. Cosa le hanno lasciato i vari personaggi che ha interpretato e quanto c’è della vera Giorgia in ognuno di loro?

Credo che ci sia un pezzo della vera Giorgia, di come io sono nella vita nell’essenza del quotidiano, in ogni personaggio. In fin dei conti noi prestiamo il nostro volto ma anche la psiche, perché quando parliamo di sentimenti e di intenzioni e ci mettiamo in contatto con un personaggio che comunque ha un’anima. Cediamo una parte di noi a questo personaggio. Anche qui ci facciamo due risate, spero: anni fa in tempi di AIDS quando non era il caso dicevo: dai, il nostro lavoro in fondo è un po’ una trasfusione di sangue…Aiuto, dai, no! (ride). Però un po’ è vero, è bello quando si perdono un po’ i confini tra la persona e il personaggio. Quindi, per rispondere alla tua domanda, c’è una parte di me in tutto quello che ho fatto. Se prendiamo cento Romeo, cento Giulietta e cento Desdemona, alla fine ognuna sarà diversa perché ognuno mette del suo, anche se si tratta della stessa storia e delle stesse parole. E’ tutto scritto lì, ma siamo noi a dare vita al personaggio, a dargli l’impressione.

"Io, la tv che vorrei e quella volta sul set". Chiacchierando con Giorgia Trasselli | Rec News dir. Zaira Bartucca
Foto L.Brunetti

Nonostante tutta questa volontà di caratterizzare i personaggi riesce sempre ad apparire genuina, spontanea.

Arrivare è difficile. In teoria dovrebbe essere tutto semplice, ma la semplicità è molto difficile da ottenere. A volte mi capita di vedere un attore o un attrice e di avere l’impressione che stia lì con noi. Quando il palcoscenico o la macchina da presa diventano casa. E’ bello quando il pubblico ti dice questo, ma il punto è proprio quello che dicevi tu, che cioè quella semplicità è frutto di molto lavoro.

I suoi colleghi dipingono il suo carattere come solare, capace di animare ogni cosa. Però lei racconta anche che in privato è attraversata da una sorta di malinconia.

C’è questo: quando sono sola sono un po’ malinconica, lo riconosco. Ho un sacco di nostalgie e infatti ogni tanto mi devo fare un bagno di fiducia per il presente e per il futuro. Mi dicono che sono brava a incoraggiare gli altri, però poi quando tocca a me torno ad “Ah, quanto era bello prima”. Insomma, ecco la nostalgia. O la malinconia che è questa strana cosa, questo languore che non è proprio tristezza, ma è uno stato di cose normali. Non so a cosa sia dovuto. Però poi mi basta che ci sia una persona, un amico e tutto questo passa. In questi momenti sono veramente sola con me stessa. Adesso sto parlando con te e mi sto chiarendo forse un po’.

Non mi mostro allegra, divertente e divertita a tutti i costi, ma sono le persone che mi danno la carica quando ci si trova in compagnia e in armonia. Lo stare insieme, fare una battuta…ah, ecco. Io non so fare le battute a comando, mi terrorizzano queste trasmissioni dove i cosiddetti personaggi devono per forza avere la battuta giusta al tempo giusto. Per carità! A me non viene mai, mi viene sempre dopo sette secoli! Perché sto lì che guardo e ascolto e poi mi distraggo, e poi quando tocca a me…che ne so? La battuta a me viene quando sto bene, quando sto insieme agli altri.

Ma poi la simpatia è fatta di tante cose, non solo di battute. Ci sono caratteri che la suscitano a pelle: come nel suo caso, riescono a passare con facilità dalla simpatia all’empatia e a tirare fuori il meglio delle persone. E’ una gran dote, dovrebbe darle la fiducia che dice a volte le manchi.

Grazie, grazie! Ci provo.

Ha citato la televisione. Il modo di fare tv è molto cambiato negli ultimi anni. C’è una crisi di valori che sembra attraversare anche il piccolo schermo: è così?

Posso dire con serenità che quello che crediamo che non esiste, esiste eccome. Il declino c’è, per forza. Tutti si giustificano chiamando in causa gli ascolti e la pubblicità, che secondo alcuni impediscono di mettere le cose serie. E’ come se fare le cose serie significa fare i barbosi, i noiosi. E quindi ci dobbiamo accontentare di quattro poveracci che sono buttati lì a mostrarsi in mutande o a dire quattro frescacce. Io non vedo certe cose, ma non perché sia snob. Non lo sono come persona ma forse in certe scelte, perché per me la forma è sostanza. Io non credo che essere gentili e cortesi, ammirare le cose belle e desiderare le cose belle sia formale, credo che sia sostanziale.

Sono convinta che non dobbiamo abbassare la qualità, i desideri, le passioni degli esseri umani. L’arte, il divertimento, la commedia brillante, il varietà, la canzone, la canzonetta: tutto secondo me deve cercare di elevare. Andiamo a vedere che teatro facciamo, che televisione c’è: questa cosa dei litigi continui e di persone così tristi e squallide che sanno solo dare il peggio di sé stessi, e magari invece avrebbero tanto di migliore da raccontare al pubblico. E poi permettimi di dire quello che sento da banale spettatrice: mancano i testi, i dialoghi. E’ difficile scrivere belle storie e belle fiction. Sono grata alla televisione ma a “quella” televisione di quel periodo che mi ha dato successo, per quanto quest’ultimo sia un concetto relativo. Credo che bisognerebbe dare più spazio agli autori brillanti e in gamba, sono sicura che ce ne sono tantissimi. Prendiamo Casa Vianello: è stata scritta da Raimondo, da Sandro Continenza, Giambattista Avellino e Alberto Consarino. Erano autori che stavano lì a fare, rifare, cancellare. Si parlava e si facevano riunioni per cercare di dare qualcosa anche in una commedia brillante. Non stavamo facendo Ben-Hur o Cleopatra, certo…

Ma anche lì c’era uno studio dei soggetti. Mi ha colpito il fatto che gli autori studiassero anche i fatti di cronaca e di attualità per avere lo spunto per le situazioni e per i personaggi collaterali. Alla fine tutto filava liscio e suscitava ilarità, quindi si può dire che funzionava. Oggi forse si punta più su prodotti che tentano di fare leva sui comportamenti più bassi.

E’ sempre una questione di soldi, ma se per quelli devo andare a vendermi l’anima al diavolo o la mamma al mercato diventa eccessivo. Oggi i tradimenti e lo spettegolezzo hanno fatto sparire la commedia all’italiana, che si basava anche su temi come questi ma aveva un altro approccio ed era interpretata da mostri sacri. Sordi, Agus, Valeri, Panelli, Taranto: Attori ed attrici che erano molto avanti rispetto a quello che si può immaginare, avevano una comicità all’avanguardia e non erano mai volgari.

Si è sempre detto che la tv ha plasmato la società moderna, ma che società si costruisce se non si offre mai qualche alternativa di livello? Se si offrisse qualcosa di diverso forse la risposta non sarebbe così cattiva.

Ma sì, è inutile dire “noi diamo quello che il pubblico vuole”: se non dai alternative, cosa vuoi che preferisca? Non si pensa, non si ragiona. La parola “divertire” deriva dal latino “divertere”, che vuol dire spostare l’attenzione da una cosa all’altra. Quindi il divertimento è creare una situazione, non limitarsi a sghignazzare delle cose più varie. Posso dire che sono comunque felicissima di fare televisione e di interpretare la Bice in Fosca Innocenti. Abbiamo iniziato di nuovo le riprese e sto lavorando con colleghi fantastici come Vanessa Incontrada, Francesco Arca, Cecilia Dazzi e Desirée Noferini.

A teatro ha interpretato Cocò Chanel.

E’ stata una delle cose che mi sono inventata basandomi sulle mie letture, sui miei studi e sulle mie idee. Anche se timorosa, ho cercato di coinvolgere gli altri colleghi. Mi sono lanciata e ho portato questa avventura fino in fondo, e tutto grazie a un libro prestato da un amico. La Francia, la traduzione del Fantasma di Marsiglia, il meta-teatro, quanto ricordi! Mi sono basata anche sulla figura di Cocò Chanel. Che posso dire? Sono stata felice. Tocchi le corde di tante vite: ecco cosa ci dà di meraviglioso il nostro lavoro.

In passato è stata una divoratrice dei libri di Tolstoj e Dostoevskij, ha portato in teatro Čechov: secondo lei è giusto escludere gli atleti russi dalle competizioni, gli artisti dalle mostre e i cantanti dagli eventi? L’arte e lo sport non dovrebbero un po’ depurarsi dalla politica?

Devo dire che mi ha fatto male che alcuni russi siano stati esclusi dagli aventi culturali, sportivi e musicali. La Russia non è Putin e non è solo quello che sta succedendo. Ci ha dato cose fantastiche. E come se a un certo punto l’Italia impazzisse e qualcuno volesse cancellare Pirandello. Una buona separazione ci vuole. E’ il solito vecchio discorso del fare sempre di tutta l’erba un fascio.

Non si rischia di instaurare precedenti pericolosi e di tornare a un clima di persecuzione culturale?

Eh, hai capito?! Andiamo a bruciare i libri in piazza, che facciamo? Per carità di Dio. Non sono idee felici.

Gliela faccio la domanda che le fanno tutti su Casa Vianello o no? La faccio, ma mi racconti un episodio particolare, un bel ricordo che le è rimasto.

E’ stato tutto bellissimo, regnava l’allegria e l’armonia, la semplicità ma non la superficialità. In un episodio Sandra voleva che mi fidanzassi con un muratore che circolava per casa. Nella trama c’era l’organizzazione di un pranzo, con la Tata tutta in ghingheri e Sandra e Raimondo che spiavano dalla cucina. A un certo punto cadevano a terra, assieme a una porta. Dopo aver girato l’episodio il commento di Raimondo fu stupendo: “Guarda questa che ci fa fare a 130 anni in due!”. Non so quanto abbiamo riso, non lo dimenticherò mai.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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