Da Nord a Sud, le varie anime delle proteste italiane città per città


Commercianti, ristoratori, lavoratori dell’indotto dell’intrattenimento, docenti, licenziati. Diverse le categorie che stanno popolando decine di piazze



Napoli ha rappresentato l’apripista e, da quel 23 ottobre animato e animoso, i partenopei sono scesi in piazza praticamente ogni giorno, incuranti dei tentativi del Viminale di tacitare il dissenso. Arresti – si, manifestare oggi nell’Italia della dittatura sanitaria significa esporsi a questo – e tentativi di delegittimazione non hanno frenato neppure Roma, Latina, Frosinone, Parma, Palermo, Catania, Catanzaro, Milano, Torino, Vicenza, Ferrara, Lecce, Treviso, Trieste, Ravenna, Pescara, Terni, Viareggio, Forlì e Pesaro, solo per ricordare i raduni maggiormente popolati.


Da Nord a Sud, il dissenso verso le misure impopolari e incostituzionali promosse dal governo Conte tramite atti amministrativi che non hanno valore di legge (i diciotto Dpcm), si tocca con mano. E mentre sui social spopola l’hashtag #ItaliaSiribella, si moltiplicano anche gli slogan per tentare di far passare un disagio estremo che colpisce diverse categorie e principalmente i commercianti e i ristoratori, ma anche chi grazie a determinati indotti ci lavora, come rappresentanti, banconisti, camerieri, cuochi, pasticceri, pizzaioli. “Libertà!”, “Non vogliamo morire di fame” e “Se ci chiudi ci paghi”, si legge in molti cartelli.



Ma le richieste degli esercenti vanno ben al di là dell’assistenzialismo e degli indennizzi una-tantum recentemente promessi da Gualtieri. La richiesta dei manifestanti è pressante, motivata, radicata nel diritto di ognuno a vivere in maniera dignitosa grazie al proprio lavoro ed è quella – per esempio – di poter sollevare la saracinesca della propria attività nell’immediato per far fronte a spese che hanno riguardato anche gli inviti del governo ad adeguarsi. Poi ci sono anche “i costi della merce, c’è il problema dell’invenduto, dei cibi in scadenza”, spiega un ristoratore della Capitale e, ovviamente, quello di guadagnare il necessario per il proprio mantenimento e per quello della propria famiglia. Una cosa che in Italia non è più scontata per milioni di persone, un diritto basilare che il governo Conte rischia di distruggere – unico in Europa – assieme alla socialità, al diritto all’istruzione, al diritto di accedere a cure sanitarie senza attendere i fruttuosi ricoveri classificati come covid.



Ma in ballo c’è anche la libertà di circolazione e quella di poter passeggiare a viso scoperto, come previsto dalla normativa vigente. Nelle piazze stigmatizzate dalle Istituzioni, indicate come covi di malavitosi e di estremisti di destra o di sinistra, riempite per la maggior parte da persone normali, da giovani e da famiglie (non “teppisti disgraziati” contro cui avere “pugno duro” e usare “la forza”, per citare il ministero della Lamorgese) in realtà c’è ben altro. Chi è stato costretto alla chiusura per decreto e chi – negozio o meno – vive alla giornata e non sa cosa aspettarsi per domani. Chi, dipendente, è stato licenziato, e ha come unica prospettiva una cassa integrazione a scadenza. Ci sono tanti insegnanti e il personale delle scuole messo all’angolo dall’internazionalizzazione, e chi invece ha un figlio o una figlia in età scolare. Ci sono i lavoratori dell’indotto artistico e dell’intrattenimento. Chi era disoccupato anche prima dell’emergenza e chi, semplicemente, è stanco di chiusure e di rimandi. Motivazioni diverse con qualcosa in comune: l’ansia di tornare a una normalità che qualcuno vorrebbe negare per preservare determinati tornaconti.


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Let’s face it, no look is really complete without the right finishes. Not to the best of standards, anyway (just tellin’ it like it is, babe). Upgrading your shoe game. Platforms, stilettos, wedges, mules, boots—stretch those legs next time you head out, then rock sliders, sneakers, and flats when it’s time to chill.