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A chi giova il Coronavirus? Viene spontaneo domandarselo, vista la cattiva abitudine di costruire fortuna sulle macerie. Quelle del terremoto de L’Aquila su cui sghignazzavano i costruttori, e quelle del ponte Morandi che per Conte è un “modello”. Chi ci guadagna dalle disgrazie altrui e da un’Italia cristallizzata cui il governo ha voluto dare il colpo di grazia? La questione non si liquida, purtroppo, con le speculazioni su mascherine e disinfettanti.

I produttori di vaccini

Un’epidemia è un business comodo. Meglio ancora se nel sentire comune si tramuta in una pandemia. Agevola anzitutto chi trae vantaggi dalla produzione di vaccini come la fondazione Bill and Melinda Gates che storicamente “rifornisce” il Rotary del nonno di Butac, e chi come il John Hopkins Center si impegna (in evidente conflitto di interessi) a snocciolare dati per il momento blindatissimi. In Russia, in Cina e un po’ ovunque sono stati sperimentati i buoni effetti dei trenta farmaci che possono curare il coronavirus? All’Italia che vuol spendere miliardi per tutti ma non per il sistema sanitario pubblico e non per garantire cure celeri – non interessa. L’importante è obbedire ai comandi di Aifa, Oms e Iss, ché più sigle ci dicono cosa fare e più siamo convinti di fare come dice La Scienza. Quella osannata e altrettanto sconosciuta da Speranza. Meglio, comunque, fare come nel 2009 e acquistare 24 milioni di dosi di vaccini al costo di 184 milioni di franchi, lasciarne 23 milioni inutilizzati (fonte: Rsi) con la certezza di aver fatto un lavoro molto utile per i potentati, molto meno per gli altri.

La sanità privata

Il sistema sanitario in questi giorni è diventato l’orgoglio di tutti: il coronavirus ha fatto il miracolo di far dimenticare i casi di malasanità che erano all’ordine del giorno e i tagli drammatici cui il SSN è stato sottoposto negli ultimi dieci anni. Una situazione che in molti nosocomi ha reso problematico reperire garze, gesso, macchinari che sono all’abc della diagnostica, e che in ultima analisi nega a tutti la possibilità di ricevere cure basilari. Figurarsi, in un sistema in cui ci si è abituati a vedere le barelle nei corridoi, quanto sia facile reperire posti di terapia intensiva. È un crollo voluto, che genera sfiducia e fa scappare i malati lontano dai servizi statali a favore di quelli privati, gli stessi che qualcuno ora con la scusa del Coronavirus vorrebbe irrorare.

Piattaforme online e produttori di software

Nel corso di qualche settimana Conte è passato dal lasciamo aperto tutto perché non c’è nessuna emergenza al “non baciamoci e non abbracciamoci” stabilito perfino per decreto. Così come il ministro dell’Istruzione Azzolina è passata dal mandare in classe bambini e ragazzi che tornavano dalla Cina al chiuderli in casa confinati sui pc. E, come se un paio di settimane non si potessero recuperare in estate in via del tutto eccezionale, si è affrettata a battezzare anche tra i banchi di scuola la piattaforma a trazione europeista Indire, presieduta da Giovanni Biondi. La stessa che produce software che saranno potenzialmente in grado – grazie all’espediente dei computer dei nostri ragazzi – di entrare nelle nostre case e nelle nostre abitudini, proprio come faranno i Trojan delle intercettazioni e proprio come sta facendo la presunta emergenza di Coronavirus che ci obbliga a non uscire, ci dice cosa dobbiamo leggere, cosa comprare e cosa indossare. La deriva autoritaria e le manie di controllo di Conte e sodali, insomma, vanno a toccare ormai ogni aspetto.

Le aziende del 5G

Immaginiamoci l’emergenza del Coronavirus in Italia come una sorta di esperimento sociale dove, tentando di cavalcare quanto è (realmente) accaduto in Cina, si tenta di far passare misure draconiane. Che siano in grado – per esempio – di normalizzare e far digerire i licenziamenti di massa in realtà provocati dal dumping salariale. La prima fase è instillare subdolamente i presunti vantaggi dello Smart-working, il lavoro da casa, e nel far questo generare la paura verso un proprio connazionale – che bisogna allontanare di qualche metro mentre il cinese bisognava abbracciarlo – è cosa risolutiva. La seconda è consegnare un licenziamento che deve essere accettato, perché generato da una situazione di emergenza e dai fantomatici fallimenti economici. Il terzo e ultimo step è l’accettazione definitiva del 5G su cui le aziende, senza soffermarsi sui pericoli legati alla salute, hanno investito cospicue risorse. Anche per poter risparmiare, non molto lontano, sulle risorse umane.

Euro-globalisti

L’Europa, le nefandezze dell’Area Schengen e le situazioni limite che si registrano in frontiere come quelle greche, dovrebbero essere additate come le prime concause di una possibile pandemia. Invece, complici le opposizioni silenti, la colpa è sempre nostra o del nostro vicino. Del Nord che “ha portato il virus” o del Sud che “ora snobba i settentrionali”. Si tratta di costruzioni inverosimili e forse a pannaggio di qualche ignorante: il virus dal primo dicembre (se non prima) si radicava nell’Hubei con il placet del governo cinese e delle aziende della Optrics Valley di Wuhan. La gente del Sud? Non è cambiata col Coronavirus, e come sempre rimane solidale e ospitale, di una solidarietà disinteressata sconosciuta agli approfittatori dell’immigrazione di massa. Chi afferma il contrario, lo fa con l’obiettivo di minare l’Unità nazionale per sottrarre all’Italia fette di sovranità alla chetichella. Lo fa a parole, o con misure paradossali come il taglio dei parlamentari.

Governo giallo-rosso

L’agone mediatico del Coronavirus è un territorio dove Giuseppe Conte si sta scontrando volentieri. Uomo delle lobby che ha conservato la delega ai Servizi e che del potere sembra apprezzare l’idea di dirigere i giochi in tempi di disastri (e non a caso è stato politicamente battezzato dalla vicenda del ponte Morandi) è passato da invisibile a sovra-esposto, con apparizioni continue. Se prima si schiacciava rapidi il telecomando per non assistere alla sua retorica sbiascicante, a causa del virus cinese si pende dalla sua erre arrotata. Vietare gli assembramenti, ha inoltre ripercussioni dirette sul lavoro dei suoi competitor politici. Congressi, manifestazioni, riunioni: tutto (quasi tutto) è congelato, e Conte è l’uomo al comando chiamato a gestire l’emergenza, forte di un ministro alla Salute laureato in Scienze politiche.

L’immancabile Africa e gli islamici

Prima le mascherine non servivano: erano necessarie solo a chi aveva contratto il virus e voleva proteggere non sé stesso, ma gli altri. Addirittura, potevano diventare “dannose” se indossate male. Da un giorno all’altro sono diventate materiale da donazione ed essenziali. Nelle zone rosse, presenti una tessera sanitaria e te ne prendi non una, ma tre. Molte le ha donate l’Eni e mentre il fior fior degli esperti consigliava agli italiani di non comprarle, l’Associazione degli islamici in Italia invitava i propri adepti ad acquistarne quante più potevano per poi “regalarcele”. Un non-sense: se fossero rimaste nei negozi, la gente le avrebbe comprate da sé anziché incorrere nei prezzi esorbitanti e nelle speculazioni della rete. Ma vuoi che in tutto questo non si trovava il modo di agevolare la solita Africa? È da qui, ha fatto sapere in conferenza stampa il commissario all’Emergenza ed capo della Prociv Angelo Borrelli, che il governo ha acquistato quasi mezzo milione di mascherine, non sappiamo ancora a che costo.

Detrattori del Made in Italy

Il cibo Made in Italy? Per Teresa Bellanova prima era potenzialmente in grado di veicolare il virus (anche se noi di crudo completo e in movimento non mangiamo nulla) poi era “sotto attacco”. Per Macron giunto a Napoli per dare un segnale di sostegno a distanza, era tutto tranquillo, ma poi le tv nazionali francesi si sono messe – con vero buon gusto – a partorire personaggi che scatarrano sulla pizza. Le pietanze nostrane sono da sempre, del resto, un qualcosa da demolire. I nostri panificati all’Ue non sono mai piaciuti perché il forno a legna non va bene (!!!), salumi e formaggi sono troppo salati solo perché buoni come i nostri in Germania e Francia non ci sono e, infine, tutto quello che si voleva salvare da oggi potrà essere potenzialmente infettato da un virus la cui presenza e reale diffusione in Italia rimane tuttora da accertare. Mancano infatti dati incrociati: il governo ha centralizzato e chiuso tutto, mentre Speranza spendeva i soldi del ministero della Salute per pagare Twitter, Facebook e Youtube: ma cosa c’era da nascondere? Forse, la normalità della situazione italiana.

Informazione al guinzaglio

L’occasione era troppo ghiotta per non dare una stoccata all’informazione non allineata. Quella disprezzata dall’Ordine dei giornalisti e dai suoi presidenti regionali, che non hanno mancato di propinare le solite lezioni su cosa si deve dire e come si deve dire. Tutto quello che è risultato scomodo in tema di Coronavirus è stato bollato come fake news, complici presunti debunker che anziché stanare le bufale, le creano. Bill Gates nella narrazione comune è rimasto comunque un filantropo, tanto più che ha sparso un po’ di fumo con una donazione da dieci milioni, che equivale più o meno al costo mensile di manutenzione del suo yacht a idrogeno “Aqua”. Quello che non tornava si è tentato di farlo sparire, mentre il resto è stato manipolato.

Creditori e debitori

Non poteva mancare il giro di vite di aziende e banche. Tanto che il briefing quotidiano di Borrelli ormai sembra Carosello: è un fiorire di sponsor e ringraziamenti. In queste ore c’è chi mendica per gli operatori turistici, chi fa la questua per gli albergatori, e nessuno che si faccia due domande per le famiglie e per quelli che a oggi dovrebbero essere 148 morti. Il condizionale rimane d’obbligo, visto che sulla testa di Conte e Speranza e di due presidenti di Regione, Zaia e Fontana, pesa una denuncia-querela per procurato allarme e diffusione di informazioni false. Ci torneremo. Un’occasione di “shock”, per dirla tristemente alla Renzi, che non poteva sfuggire alla solita Banca mondiale (che ha tra i suoi cavalli di battaglia proprio la BRI, la cosiddetta Via della Seta) che in questi giorni ha deciso di finanziare con dodici miliardi i Paesi in via di sviluppo, dunque quelli del G20. L’Italia che stando a stime ufficiali sarebbe terza per numero di vittime, non c’è.

Le assunzioni dirette

Che c’è di meglio di approfittare dell’emergenza per procedere alle assunzioni dirette evitando ogni tipo di selezione trasparente e assumendo come è buon costume parenti e amici? C’è anzitutto l’auspicato turnover nella stessa sanità, che per qualcuno doveva riguardare “50mila infermieri in arrivo dall’Africa, di cui l’Italia è sprovvista”. Ma non era l’Italia la terra dei laureati in medicina a spasso? Il ricambio comunque va fatto, e il virus è un’occasione troppo ghiotta. Vi lavora senza sosta anche l’instancabile Del Re, che in queste ore sta facendo entrare in Italia due epidemiologi sudanesi che “studieranno” il Coronavirus allo Spallanzani.

Imprese in Cina

E la Cina? Periodicamente, è la prima a trarre vantaggio da epidemie che per alcuni sono organizzate. La sovrapopolosa Hubei, per non annullarsi, si organizzava in tempi non sospetti con bandi e scorte di ogni tipo. Intanto, si verificava la corsa di ben sette società del settore bio-medico e tecnologico, tra cui figura anche la Bing Yi Tecnology dell’onnipresente Gates. La popolazione si sfoltiva quel tanto utile, e intanto il ministro degli Esteri affermava che “Il virus è stato preparato per l’Europa”. Il 5G era l’altra carta, quella che potenze come gli Stati Uniti avrebbero preferito che Pechino non sfoderasse. Ma ora l’emergenza potrebbe far uscire dalla porta e far rientrare dalla finestra la tecnologia di quinta generazione.

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OPINIONI

Festeggiare la democrazia quando non ce n’è

Mentre si fanno le parate, il fascismo è tornato a galla. Lo si incontra in ogni fiducia schiaffata su provvedimenti che altrimenti non passerebbero, in ogni momento in cui il Parlamento non può fare le veci del popolo, in ogni attacco meschino e vigliacco a chi si permette di raccontare senza manomissioni. Per non parlare della ripulita mediatica del battaglione neo-nazista Azov

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25 aprile e Liberazione, festeggiare la democrazia quando non ce n'è | Rec News dir. Zaira Bartucca

Basta una parata per celebrare il 25 aprile e la Liberazione per mettersi al riparo dai rigurgiti fascisti, dalla soppressione delle libertà fondamentali, dalle falsificazioni strumentali e dalla censura imperante? Ovviamente no. Due anni di costruzioni e costrizioni pandemiche hanno reso il 25 aprile una ricorrenza stantìa, logorata e superata. Non c’è nulla da festeggiare, non ancora almeno, perché tra Green Pass, bavagli e colpi bassi a tutto ciò che non è asservito, il fascismo è tornato a galla. Lo si incontra in ogni fiducia schiaffata su provvedimenti che altrimenti non passerebbero, in ogni momento in cui il Parlamento non può fare le veci del popolo, in ogni attacco meschino e vigliacco a chi si permette di raccontare senza manomissioni, di dissentire e di avere un’opinione propria.

Lo si guarda dritto in faccia quando la stampa di regime utilizza determinati termini, trasformando dei nazisti in “difensori” e “nazionalisti”. Perché dopo il covid ora c’è un conflitto dove le parti sono invertite, e dove ci si affanna a trasformare i carnefici in vittime. Accade allora che proprio oggi – anniversario della Liberazione dal nazifascismo – si invochi la libertà per un popolo, quello ucraino, che di quel nazifascismo è ostaggio, ma non per richiamare la presidenza Zelensky alle sue responsabilità, con le sue vicinanze e connivenze. Piuttosto, per gridare contro il bersaglio di turno: non più il “no-vax” contagioso e pericoloso a prescindere, ma il presidente (Putin) colpevole di tutti i mali del pianeta che può permettere alla parte ignara e rabbiosa di popolo di concedersi i due minuti di odio descritti in 1984.

Per anni abbiamo sentito i cosiddetti democratici gridare al fascismo, invocarlo in ogni contesto quasi per il solo gusto di riesumarlo, perché nel ritorno e nel ricordo dell’avversario rintracciavano un fantasma in grado di legittimarli. Per oltre un decennio la Costituzione è stata scomodata solo per definirla “anti-fascista”, fondata sui princìpi che si sono materializzati dal dopoguerra e via discorrendo. Ma quando quel fascismo è tornato attuale con la moda dei dpcm e con l’idea che il diritto alla salute potesse cancellare tutti gli altri, quasi nessuno ha battuto ciglio. Quando la Costituzione è stata vilipesa e martoriata, il popolo della mascherina all’aperto ha pensato che fosse meglio tacere e farsi un’altra dose, così forse ogni dubbio sarebbe passato.

E anche ora che il battaglione Azov in Ucraina imperversa tra le fila dell’esercito regolare, nessun buonista ci vede nulla di allarmante. Anzi. Viva l’Italia, viva la Resistenza, viva i “difensori dei principi europeisti” (sai che bellezza). Basta mettere da parte le croci uncinate e i wolfsangel, darsi una ripulita con la compiacenza dei motori di ricerca come Google che hanno ben altri da far passare per criminali e il gioco è fatto. Occhio non vede (il nazista) e cuore non duole. Non quello dei “democratici”, ma della Democrazia, sì.

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La reazione dei “democratici” alla morte di Zhirinovsky è deplorevole

All’anziano da tempo malato sono toccati i necrologi che spettano a tutti coloro che in vita si sono permessi di avere affetto verso la Patria e la bandiera, di avere posizioni Pro-life, di esprimere critiche sulle intoccabili consorterie arcobaleno e di mettere in discussione le ansie colonialiste americane. Ricordato anche per i suoi eccessi, certo, ma questo non scusa chi ha alzato troppo i toni

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La reazione dei "democratici" alla morte di Zhirinovsky è deplorevole | Rec New dir. Zaira Bartucca

Vladimir Zhirinovsky, leader del partito liberal-democratico, l’ha scampata tante volte ma questa volta se n’è andato davvero. Se il Cremlino lo ha – prevedibilmente – ricordato con parole di cordoglio e gratitudine, la reazione dei media “democratici” è stata come al solito esasperata. All’anziano da tempo malato sono toccati i necrologi che spettano a tutti coloro che in vita si sono permessi di avere affetto verso la Patria e la bandiera (in questo caso russa), di avere posizioni Pro-life, di esprimere critiche sulle intoccabili consorterie arcobaleno e di mettere in discussione le ansie colonialiste americane. Zhirinovsky viene ricordato anche per gli eccessi coloriti, certo, per le uscite fin troppo spontanee e a volte controverse, anche per le reazioni iraconde.

Ma questo può scusare frasi che, in Italia, parlano del “peggio che la Russia abbia mai prodotto”, confezionate su chi – ormai – non può più rispondere? E che dire di chi – come Radio Svoboda – lo definisce il “precursore del fascismo” ignorando contemporaneamente i nazisti del battaglione Azov che stanno mettendo a ferro e fuoco l’Ucraina, portando avanti esecuzioni sommarie contro gli ucraini sospettati di essere russi? Se Zhirinovsky – arzillo nonno dalla storia politica solida e coerente (fondò il suo partito assieme a Vladimir Bogačëv nel lontano 1990) è un “clown”, cosa sarà chi siede sullo scranno più alto di Kiev, porta avanti una politica dittatoriale e ha un passato – per alcuni anche un presente – da giullare?

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Anniversario dell’Unità d’Italia, cosa accadde 161 anni fa e perché oggi c’è ben poco da festeggiare

Dal Regno di Sardegna la legge storica che proclamò la nascita di un altro Regno. Poi i passi che portarono alla nascita dello Stato vero e proprio. La strada da fare, però, è ancora tanta, soprattutto se si pensa ai diritti recentemente negati

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Anniversario dell'Unità d'Italia, cosa accadde 161 anni fa e perché oggi c'è ben poco da festeggiare | Rec News dir. Zaira Bartucca

La data di oggi, il 17 marzo, coincide con l’Anniversario dell’Unità d’Italia (soprattutto dopo i festeggiamenti del centocinquantenario del 2011), ma pochi ricordano quali sono stati gli eventi che hanno portato a quella che si chiama Unità. Messa da parte la controversia strumentale ancora attuale che riguarda il Meridione, dimenticato (ma solo per un attimo) lo sterminio di massa e le ruberie subite dal Sud occultati e mai ammessi dalle Istituzioni (nemmeno dal presidente della Repubblica che è siciliano), è il caso di concentrarsi sulla ricorrenza in sé per sé, quella che coincide con la proclamazione del Regno d’Italia.

Tutto partì dal Regno di Sardegna sabaudo e dalla promulgazione della legge numero 4671 con cui Vittorio Emanuele II assunse la carica di sovrano del Regno d’Italia. Nel 2012 una legge individuerà – paradossalmente – l’evento come simbolo dell’Unità d’Italia, che in quel momento era ancora monarchica. Per l’Unità vera e propria – progetto inizialmente nato sotto la spinta francese e dei potentati occulti dell’epoca (non a caso il Tricolore ricalca quello francese, dove al posto del verde c’è il blu), bisognerà tuttavia aspettare l’annessione di diverse zone (nella cartina, in basso). Il lavoro da fare per giungere allo Stato per come lo conosciamo, anche a quel punto sarà ancora tanto: solo l’istituzione del Paramento e la Costituzione del 1948 nata dallo Statuto Albertino – negli ultimi due anni ignorata, martoriata e vilipesa come non mai – pone formalmente l’Italia al livello del resto delle (cosiddette) democrazie.

Oggi si festeggia anche la Carta Costituzionale, ma il riconoscimento di quanto contiene in termini di diritti garantiti non è mai stato così lontano. Mentre Mattarella si è appellato agli “ideali di libertà e democrazia”, l’Italia è ancora ostaggio di strumenti vessatori e anticostituzionali come il Green Pass, troppo occupata ad identificare la Russia come una dittatura per vedere il regime che vige in casa propria. Troppo risoluta, in poche parole, a guardare alla trave che è nel suo occhio.

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Nemmeno gli atleti disabili sfuggono alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne

Gli stessi comitati sportivi che parlano tanto di integrazione e di inclusione hanno chiuso la porta in faccia a degli atleti che hanno un’unica colpa: essere russi

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Paralimpiadi, emmeno gli atleti disabili sfuggono alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne | Rec News dir. Zaira Bartucca

Dopo i direttori d’orchestra, gli allenatori e i cantanti, alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne non sono sfuggiti neppure gli atleti disabili che si erano classificati alle Paralimpiadi Invernali di Pechino 2022, esclusi dalle competizioni dal Comitato Paralimpico Internazionale. Anni e anni di duro lavoro cestinati per volontà politiche. Ebbene sì, gli stessi comitati sportivi che parlano tanto di integrazione e di inclusione, hanno chiuso la porta in faccia a degli atleti che hanno un’unica colpa: essere russi. Essere nati a Mosca o a San Pietroburgo, essere sotto una determinata bandiera. Dopo il Green Pass, un altro momento di discriminazione estrema segna il 2022 e lo avvicina ancora di più a uno scenario da seconda guerra mondiale. Una volta il nemico comodo e sempre e comunque era ebreo, oggi è russo.

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Negoziati tra Ucraina e Russia, la soluzione che metterebbe tutti d’accordo

La Crimea ceduta alla Russia, ma smilitarizzata. L’Ucraina che diventa la Svizzera dell’Est e dimentica ogni intromissione esterna. La via d’uscita c’è, finché siamo ancora in tempo

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Negoziati tra Ucraina e Russia, la soluzione che metterebbe tutti d'accordo | Rec News dir. Zaira Bartucca

Portare la Pace in Ucraina e non la guerra, finché il mondo è ancora intero. Spero che questo messaggio arrivi a voi governanti, Amici e Fratelli. La guerra non la fanno i politici ma le famiglie, i padri, i figli. Nessun Paese la vuole. La guerra si fa per le risorse, per creare una crisi economica o per affermare la supremazia di un organismo o di uno Stato sull’altro. Quando passa, rimane solo dolore e odio. Macerie e disperazione. Tutto quello che è stato fatto con sudore e intelligenza viene distrutto. L’Ucraina è in condizione di difficoltà: Putin rivendica parti di territorio e vuole evitare l’intromissione della NATO. Il rischio concreto è però che a farne le spese siano come sempre i civili. Questo fa in modo che sia difficile, oggi, per gli ucraini pensare ai russi come un popolo fratello e amico.

Ma gli ucraini sono un popolo forte e intelligente, da sempre, che sa considerare nel giusto modo le pressioni che provengono dalla Russia e dalla stessa Ue. Un popolo fiero, che rivendica il proprio diritto a essere libero da ogni pressione esterna e a ottenere la propria completa neutralità. L’Ucraina non deve essere più una corda da tirare in attesa che si spezzi, ma deve diventare la Svizzera dell’Est. Se la Russia lavora all’autonomia ucraina, avanzi proposte e rimedi ai propri recenti errori, senza cedere alle provocazioni di un’Unione europea che mette ora l’ingresso dell’Ucraina sul tavolo per allontanare i negoziati e le trattative.

Gli interventisti lodano l’invio di armi a Kiev e trattano le notizie come se raccontassero la trama di un film, con le immagini degli sfollati e le dichiarazioni sui bombardamenti a tappeto, senza rassicurazioni, senza dare spazio a resoconti seri sui negoziati. Qualcuno ha idea di quale isteria sta provocando questa narrazione in Ucraina e quali preoccupazioni sta creando nella comunità ucraina presente in tutto il mondo? Cosa succederà se si parla continuamente e impropriamente di bombe e di bombe atomiche? Chi si sente costantemente minacciato, farà partire davvero la bomba. Non bisogna fare l’errore di mettere qualcuno all’angolo, come se non ci fosse via d’uscita, perché le cose non stanno così. Ci sono dei negoziati avviati e c’è, per ora, la possibilità di conservare la propria integrità e di fermare una guerra che diventerebbe europea e mondiale.

Non ci sono vincitori e vinti in momenti come questi, ma solo la volontà di preservare la Pace nel mondo, anche se questo significa rinunciare a qualche territorio conteso. Se la Russia vuole la Crimea se la prenda, assumendo però l’impegno scritto che nessuna arma deve essere presente sul suo territorio. E’ una soluzione bilanciata che ha vantaggi reciproci. E’ una buona soluzione di compromesso. L’Ucraina staccherebbe i legami con la Crimea, e la Russia dal canto suo consentirebbe il transito delle persone, considerandolo un territorio di frontiera.

Chi è morto per l’Ucraina, lo ha fatto sognando una terra libera, che usa le sue risorse per la sua ricchezza e la sua crescita, che è in grado di restituire prosperità al suo popolo. Vi racconto l’Ucraina di oggi: mentre centinaia di migliaia di persone scappano verso l’Europa, chi è in Ucraina vive momenti di preoccupazione estrema. Manca il latte per i bambini e le madri sono gettate nella disperazione. Gli aiuti si fermano ai confini, pronti, in alcuni casi, a essere oggetto di speculazioni. Le città sono isolate. Sono le basi giuste per esasperare un popolo, che non farà l’errore di voler trovare un nemico a tutti i costi, ma saprà individuare le responsabilità della politica. L’Ucraina non sarà il cimitero della Russia e dell’Europa, e nemmeno il loro deposito di armi. Pensiamo al futuro, alla vita e alla pace per tutti, conviene a tutti.

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