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Pubblichiamo la prima parte dell’intervista alla dottoressa Silvana De Mari, specializzata in Chirurgia e Psicologia cognitiva, impegnata in una puntuale opera di divulgazione su temi scomodi su cui, avverte, “è in atto una campagna strumentale di disinformazione”. Ci ha spiegato, fornendo dettagliati profili medici, cosa c’è dietro la pratica della maternità o gravidanza surrogata, anche nota come utero in affitto. Ne viene fuori il “ritratto” – sconsigliato ai deboli di cuore – di donne e ragazze spesso molto giovani non informate dei rischi, che si affidano a una pratica pericolosa e invasiva che in diversi casi le lascia con gravi patologie. Di madri non biologiche che fanno buttare via il frutto di una gravidanza se il nascituro è “difettoso” o se è femmina, di straniere richiuse in cliniche dell’orrore, dello straniamento dei bimbi quando poi la mamma – quella vera – non c’è più. Dell’indifferenza generale, per citare la stessa De Mari, “al dolore umano“. A tenere in braccio il nuovo nato sopravvissuto a un altissimo numero di aborti, è un’estranea che non ha la voce e l’odore di mamma, che parla un’altra lingua. O peggio, che di donna non ha nulla, come un uomo che voglia dirsi “mammo”.

Che ripercussione ha la pratica dell’Utero in affitto sull’organismo della donna?
La pratica dell’utero in affitto prevede la cosiddetta donazione di ovuli, termine eufemistico e aggraziato con cui si indica una pratica terribile. La parola donazione dà l’impressione non solo di qualcosa di gratuito, per quanto in realtà gli ovuli vengano venduti, ma anche di qualcosa di facile. Come la donazione di sperma, per esempio, dove effettivamente non ci sono morti e feriti, o la donazione di sangue. In realtà la donazione di ovuli è terribilmente pericolosa e dannosa. Siamo già all’antimedicina: la medicina dovrebbe guarire i corpi dei malati, non fare ammalare i corpi sani.

Ci spiega nel dettaglio come funziona?
Si sottopone la donna a un bombardamento ormonale perché faccia molti ovuli. Noi femminucce produciamo un ovulo ogni 28 giorni, e i nostri ovuli sono contati. Se ne fanno produrre molti e ne prelevano molti, si anticipa la menopausa. Questa iperstimolazione estrogenica porta alla sindrome correlata, che è caratterizzata da un aumento della permeabilità dei vasi sanguigni con liquido che esce all’esterno dei vasi per fermarsi nel peritoneo, nel pericardio o nelle pleure. Si formano quindi idroperitoneo, idropericardio e versamento pleurico. Nei vasi sanguigni si verifica poi un’isfissatio sanguinis: il sangue forma più facilmente trombosi.

Al netto dei termini medici e affinché tutti capiscano, cosa può avvenire nel pratico?
Si possono avere infarto, ictus, addirittura casi di coagulazione intravascolare disseminata, una patologia gravissima. Le ovaie si ingrossano molto per cui con maggiore facilità possono andare a torsione acuta, che è purtroppo un’indicazione chirurgica di asportazione. Abbiamo il sospetto che questa iperstimolazione ovarica possa causare e aumentare il rischio di cancro della mammella e di cancro del colon, ma non ne siamo sicuri perché manca un corretto monitoraggio di queste donne.

Chi sono queste donne o ragazze? Sono informate dei rischi cui vanno incontro?
E’ quello che ci chiediamo anche noi, ma a giudicare dalle loro interviste no. Si tratta di donne giovani, scelte su catalogo perché studentesse belle e intelligenti. Sono quelle che devono dare il dna. Le ovaie sono dentro la cavità del peritoneo, quindi per andare a prendere gli ovuli bisogna andare a fare qualcosa di cruento. Sotto controllo endoscopico si infila un ago per andare a prendere gli ovuli. Questo se c’è una sindrome da iperstimolazione ovarica può causare un emo-peritoneo, cioè una perdita di sangue nel peritoneo. Si tratta quindi di una pratica tutt’altro che benigna e gravata da rischi e danni.

Come si spiega che queste giovani siano disposte ad accettare di esporre il loro corpo a rischi così elevati?
Loro dicono, primo: mi hanno offerto un sacco di soldi, potevo terminare gli studi e pagare il college; secondo: potevo aiutare un’altra donna che non può avere figli, quindi molte l’hanno visto da un punto di vista di aiuto umano. Quando poi si sono trovate la sindrome da iperstimolazione ovarica non sapevano cosa fosse e sono anche state seguite malissimo. Gente che è stata rimandata a casa e sembrava incinta di sei mesi perché avevano una perdita di liquido nel peritoneo con una disidratazione e dei rischi veramente molto gravi. Insisto: la medicina consiste nel guarire i malati, non nel fare ammalare i sani.

Si tratta di ragazze italiane o straniere?
Che io sappia sono ragazze straniere perché in Italia questa pratica è assolutamente vietata e illegale. Si tratta sempre di persone statunitensi o del Nord Europa. I loro ovuli vengono coniugati con lo spermatozoo in un’altra provetta e tutto si mette in un’altra donna, che viene pagata meno e che spesso può essere più scura perché costano meno, per esempio le donne indiane.

Quindi le donne sono due.
Esatto, questo è un punto fondamentale. Perché se fosse un’unica donna che fa tutto, i rischi non sarebbero maggiori di una gravidanza normale. Ma in questo caso il bambino avrebbe una madre, mentre in realtà non ce l’ha. Una ha dato il patrimonio genetico e una ha dato l’utero. E i rischi si moltiplicano. Inoltre quella che dà l’ovulo è una ragazza bionda con gli occhi azzurri che fa l’università o simile, che quindi si paga molto, quella che porta la gravidanza invece è una donna di provenienza sociale molto più bassa che viene da una nazione come l’India o come il Nepal e che viene pagata meno.

Di recente si è parlato di casi di rigetto in immigrati di colore trasfusi con sangue europeo. Ci sono stati casi di incompatibilità anche in queste situazioni?
Ci sono un grandissimo numero di aborti e di parti prematuri. Anche perché questa signora si trova una gravidanza con cui non ha nessun cromosoma in comune. Il problema di incompatibilità sistematicamente non c’è, altrimenti avrebbero già abbandonato questa pratica. L’utero riesce a difendere questo fetino anche se non ha cromosomi in comune. Però c’è un alto tasso di aborto, e l’aborto è una cosa brutta.

Per alcune è un diritto sacrosanto, un segno di emancipazione e dei tempi…
Se io amo un bambino non lo voglio uccidere. Un uomo non vuole che il suo bambino venga abortito, una donna non vuole abortire. Questa cosa che se si abortisce chi se ne frega, ne facciamo un’altro: scusate?! Lo stesso vale per il parto prematuro. Non solo, ma per quanto riguarda il fisico del bambino ci sono alcuni lavori che dicono che addirittura alcuni tumori infantili siano più frequenti nei bambini concepiti in questa maniera. La madre porta il feto per nove mesi e sulla gravidanza ci si gioca tutta l’epigenetica. La genetica la dà la madre che ha dato l’ovulo, l’epigenetica, cioè l’adattamento, quella che ha portato la gravidanza.

Questo cosa comporta dopo la nascita e nella crescita?
Facciamo un esempio: se una donna porta avanti una gravidanza in una condizione di estremo stress, per esempio ci sono i bombardamenti o lei è molto tesa e arrabbiata, il bambino nascerà con l’adrenalina alta, quindi tenderà a sobbalzare non appena qualcuno batte le mani. Se la madre ha sofferto la fame durante la gravidanza, il bambino tenderà a ingrassare facilmente perché, gli suggerisce il suo organismo, non c’è roba da mangiare e quindi mettiamola da parte. Ma soprattutto il bambino impara a riconoscere la voce della madre quattro mesi prima di nascere, impara a riconoscere il suo odore pochi secondi dopo essere nato. Se perde la madre, è una ferita primaria. Inoltre c’è l’ulteriore disastro che la lingua materna era quella che noi sentivamo nell’utero di mamma e se mamma parlava indiano e questi altri parlano inglese, c’è un’ulteriore straniamento.

E se poi mamma è un “mammo” non ne parliamo…
Sì…c’è questo terribile libro che si intitola Baby makers della giornalista indiana Gita Aravamudan che spiega l’orrore di queste cliniche dove si fanno bambini, con la dottoressa della clinica che spiega alla coppia che in maggioranza è una coppia uomo-donna e in minoranza è una coppia uomo-uomo: “Guardi signora che la madre è lei. Se lei vuole che la donna abortisca la donna abortirà perché la madre è lei, è lei che deve decidere. Inoltre in queste cliniche le donne sono tenute in un ambiente “rilassato e sicuro”, traduzione: sono richiuse in cliniche lontane dalle loro famiglie, lontano dal loro ambiente. “Mangiano un cibo controllato”, traduzione: mangiano cibo da ospedale. Non possono uscire dalla clinica. I clienti coreani non vogliono figlie femmine quindi chiedono che siano abortite. Nessuno vuole bambini down quindi chiedono che siano abortiti.

Cioè siamo arrivati a pensare che un bambino sia equiparabile a un prodotto di consumo? Se ha un “difetto” – cioè se ha la sfortuna di non nascere con una salute perfetta, o se semplicemente non ha il sesso preferito, viene buttato via?
Beh, sì. C’è anche il caso di questa portatrice che aveva tre bambini a cui la signora che aveva commissionato la gravidanza ha detto no, tre sono troppi, ne devi abortire uno. E l’altra a questo punto ha detto: scusa, ma se son troppi perché mi avete impiantato tre ovuli fecondati? La risposta: casomai un ovulo si abortisce. C’è quindi un’indifferenza al dolore umano, sia quello delle donne che quello dei bambini, che è un qualcosa di sconvolgente. Invece di squittire stupidaggini per l’8 marzo si dovrebbe pensare di più a queste cose. Io credo che nessun epoca abbia mai realizzato una violenza contro le donne come la nostra. Come sostiene una sessuologa belga che ha scritto il bellissimo libro Una giovinezza liberata o quasi, è cominciato tutto con l’aborto. Una volta che abbiamo stabilito che il bimbo si può buttare via, si può anche vendere.

Cioè si cerca sempre di spostare l’asticella un po’ più in là?
Esatto. Quando facciamo questi discorsi ci dicono che ci sono state tante persone che non hanno avuto la mamma. Ma esistono anche tante persone cui sono state amputate le gambe. E queste persone hanno messo le protesi, hanno affrontano valorosamente la vita e a volte sono andate anche alle olimpiadi. Ma questo non vuol dire che avere un’amputazione sia una bella cosa. Non avere il padre, che tuo padre sia un donatore di sperma, non avere una madre, tu non hai metà della tua identità, non hai metà della tua genealogia. Per quanto riguarda la donazione di sperma ricordo che bisogna fare una moratoria perché venga vietato che il venditore di gameti e di ovuli sia anonimo. Le persone devono poter risalire alla propria genealogia. Nel momento in cui non puoi venderlo anonimamente ci liberiamo dei cialtroni.

Anche in questo caso si tratta quindi di una vendita e non di una donazione, come si è portati a pensare comunemente?
Si tratta di una vendita. Quindi uno sa di essere figlio di un gentiluomo che ha venduto il suo sperma. C’è stato un caso di un signore che ha fatto moltissime donazioni. Ci sono almeno 120 bambini che sono figli suoi. Questo è un ulteriore problema perché questi potrebbero incontrarsi, innamorarsi e potrebbero esserci degli incesti. Ma c’è un’altra cosa assurda: questo gentiluomo ha una gravissima malattia ereditaria, un tipo di fibromatosi. Se ne sono resi conto perché una donna che si è trovata con un bambino che stava sviluppando una fibromatosi li ha avvertiti e sono arrivati agli altri casi.

La seconda parte su “Triptorelina e cambio di sesso, così le “gabbie gender” distruggono corpi e menti

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Reati contro i minori, intervista al ministro della Famiglia Eugenia Roccella (Video)

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Reati contro i minori, intervista al ministro della Famiglia Eugenia Roccella (Video) | Rec News dir. Zaira Bartucca
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Ddl Nordio, Caporale: «Non libera la magistratura dai suoi mali, ma colpisce la Giustizia giusta»

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Riforma Nordio, Caporale: "Non libera la magistratura dai suoi mali ma colpisce la Giustizia giusta" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il Ddl Nordio è forse l’eredità più consistente lasciata da Silvio Berlusconi. E’ infatti figlio di un modo preciso di intendere la Giustizia, le leggi, la magistratura. Per alcuni rappresenta l’ennesimo colpo inferto alla libertà di espressione, all’autonomia dei magistrati e allo stesso cittadino, che potrebbe essere maggiormente esposto a determinate fattispecie di reato che potrebbero essere depenalizzate. Ne abbiamo parlato con il giornalista Antonello Caporale.

Il giornalista Antonello Caporale

È davvero necessario abolire l’abuso di ufficio per tutelare quei sindaci che, a sentire la maggioranza, hanno le “mani legate”?

Io penso che la riforma viva di un bisogno ideologico. Anziché definire ulteriormente un reato che, è vero, è molto vago, lo hanno tolto di mezzo. Così facendo hanno mostrato il loro intento, che è quello di sminuire ulteriormente la magistratura.

Nordio è un ex magistrato.

Ma è come quei tabagisti che fumano, smettono poi finiscono con l’odiare le sigarette. Nordio è un magistrato ma odia i magistrati, ha utilizzato in modo massiccio le intercettazioni e da ministro le ha tagliate. Si è sempre proposto come l’alfiere della magistratura di destra ma dice che i magistrati fanno politica. La sua sembra una vita capovolta. C’è un’idea di fondo ideologica prima ancora che giudiziaria. E’ la stessa cosa che ho visto con la dichiarazione del lutto nazionale, che come sai viene dichiarata dal governo utilizzando la sua discrezionalità. In genere si fa per i martiri della mafia, ma in questo caso hanno voluto elevare la figura di Berlusconi.

Farà la fine di Craxi, un altro personaggio controverso che con il passare degli anni è diventato un’eroe nazionale. Si può dire che la Riforma Nordio sia un po’ l’ultimo lascito di Berlusconi, cioè la manifestazione ultima di un certo modo di intendere la Giustizia?

Possiamo anche dire per principio che i reati, la criminalità non esistono, ma restano comunque. Possiamo decretare sconfitta la mafia e la ‘ndrangheta, ma il pizzo c’è. Sono azioni temerarie, protervie e ingenue.

Prima hai parlato di intercettazioni. Secondo i detrattori del disegno di legge calerà una scure ulteriore sulla possibilità di informare liberamente.

Non sappiamo ancora cosa resterà e cosa verrà buttato della Riforma, che probabilmente sarà fatta a pezzi dalla Corte Costituzionale. Ma già con il solo fatto di aver annunciato una stretta sulla intercettazioni sono stati lanciati due messaggi. Uno alla magistratura, a cui in pratica è stato detto mettetevi in fila e capite che il vento è cambiato, e uno all’informazione, a cui si tenta di dire attenzione, perché non puoi più osare come prima. La magistratura, comunque, non è esente da mali. Con la riforma non si sta liberando la magistratura del proprio conformismo, delle proprie convenienze e del fatto che ci sono magistrati che non lavorano e non sono equi, ma si sta riducendo l’ampiezza della libertà dei magistrati. Avranno più margine quelli più convenzionali e collusi, meno quelli coraggiosi che hanno voglia di fare. Se ci fai caso si parla sempre di magistrati di destra e di sinistra, ma mai di chi lavora bene e di chi lavora male.

Erano forse più questi gli aspetti da riformare.

Appunto, invece si sceglie di trascurarli. Nessuno si domanda perché uno ha fatto cinque processi e un altro 55, oppure perché con l’aumentare dell’organico delle Forze dell’Ordine non si riducono i reati. Dovremmo essere più sicuri, e invece? Immagino che non sia un lavoro certosino, organico, sistemico, ma che sia un lavoro occasionale. Faccio quello che lavora, fingo per la televisione e poi chi si è visto si è visto. Arresto chi so già che non può stare dentro, indago persone su cui non ho nulla. Ci sono poi le querele temerarie, come quelle che sono capitate a me e ad altri giornalisti, che sono azioni di parassitismo giudiziario che diventano lecite, invece non lo sono affatto. La lotta però non è contro questi mali, ma contro la Giustizia giusta.

Dal punto di vista politico pensi che la Riforma possa essere in qualche modo divisiva oppure c’è un’intesa che va al di là degli schieramenti politici?

C’è sicuramente intesa, altrimenti il codice penale non sarebbe così cavilloso. Le leggi le fa il Parlamento e c’è interesse a rendere i processi pieni di cavilli, possibilità e subordinate. La politica teme la magistratura, a volte perché esagera a volte perché è un potere che controlla.

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Il racconto della figlia del 72enne di Guardia Piemontese deceduto dopo ore di odissea

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Il racconto della figlia del 72enne di Guardia Piemontese deceduto per un caso di malasanità | Rec News dir. Zaira Bartucca

Antonio Caroccia era un 72enne di Guardia Piemontese, un paesino in provincia di Cosenza, in Calabria. Riferiscono i familiari, assumeva dei farmaci ma godeva di buona salute, era attivo e non era affetto da nessuna patologia. Il 5 marzo dello scorso anno avverte un dolore all’altezza dei reni. E’ tardo pomeriggio, Antonio è vigile, cosciente, i familiari sono preoccupati ma nessuno si immagina quello che sarebbe successo da lì alle ore successive, con una diagnosi iniziale sbagliata, “circa due ore e mezzo di attesa presso il pronto soccorso della clinica Tirrenia Hospital” – racconta una componente della famiglia – assenza di ambulanze, posti letto per ottenere i quali è necessario fare opere di convincimento, esami mai giunti a destinazione. Che sarebbe successo se i medici non avessero erroneamente diagnosticato un infarto e se il signor Antonio fosse giunto subito nel reparto di Chirurgia? Secondo i familiari, il decesso forse poteva essere evitato. Una delle due figlie, Valentina, ci ha spiegato le motivazioni alla base di questo convincimento.

Lei sta portando avanti una battaglia per il riconoscimento di un caso di malasanità che potrebbe aver causato il decesso di suo padre. Ha avuto risposte dalle Istituzioni?

Il 28 marzo ho inviato una PEC al ministero della Salute, alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Paola e Cosenza e al presidente della Regione Calabria in qualità di commissario ad acta della Sanità. Il ministero mi ha risposto l’11 aprile chiedendo alla Regione di relazionare sull’accaduto e domandando di mettermi a conoscenza degli esiti. La Regione ha scritto all’Asp di Cosenza limitandosi di fatto a fare da tramite, senza esprimersi sull’accaduto. Mi ha risposto allegando semplicemente i documenti ricevuti dall’Asp stessi, per giunta incompleti. Il tutto dopo circa tre mesi, durante i quali ho fatto numerosissimi solleciti telefonici e via mail.

Dal decesso di suo padre in poi è stata costretta ad appellarsi continuamente, oltre che alle istituzioni, alle strutture sanitarie coinvolte. Ha trovato disponibilità o chiusura?

Sostanzialmente dopo aver fatto più solleciti con le istituzioni ho trovato qualche forma di apertura. Il resto è stato un po’ sorprendente, anche per quello che riguarda le risposte del direttore della centrale operativa. Mi è capitato di fare presente il comportamento di un infermiere che con mio padre era stato sgarbato e poco professionale, ma la mia versione è stata messa in dubbio.

Sta dicendo che ha denunciato il comportamento di un infermiere e l’ospedale interessato non ne ha voluto saperne di più? Non è stata avviata nessuna indagine interna per comprendere se si era in presenza di una negligenza o di un disservizio?

No, assolutamente no. Anzi ho avuto l’impressione contraria, cioè che facessero da scudo a chi era intervenuto quella sera. Mi sono anzi sentita dire dal direttore della centrale operativa del 118 le testuali parole: “posto che ciò corrisponda a verità, come fa notare la scrivente signora Valentina Caroccia, rientra nei comportamenti personali del singolo, sicuramente censurabili, ma non perseguibili”.

Della vicenda che ha raccontato a Rec News ha fatto molta impressione l’atteggiamento di parte del personale sanitario coinvolto.

Abbiamo provato tanta rabbia, tanta tristezza e tanto dolore. Quando i sanitari sono venuti a casa per soccorrere mio padre non riuscivano a trovargli la vena e sgarbatamente gli davano dei comandi del tipo “Metti il braccio così”, strattonandolo. L’hanno poi portato giù sulla sedia a rotelle a petto nudo, faceva pure freddo perché era quasi sera. E’ stata mia madre a coprirlo. Alla Clinica Tirrenia Hospital doveva essere ricoverato, come testimoniano gli audio, su indicazione del medico del 118 intervenuto e del cardiologo dell’UTIC di Paola (la terapia intensiva cardiologica, nda), ma arrivati lì non volevano ricoverarlo, non ho capito per quale ragione. Il medico del 118 si è rivolto a mia madre e a mio zio dicendo: “Dovete insistere per fare uscire il posto”.

“Insistere per fare uscire il posto” è una frase strana.

Alla fine comunque è stato accettato presso il pronto soccorso della Tirrenia Hospital, ma quando i sanitari della stessa hanno ritenuto di dover trasferire mio padre presso l’ospedale Annunziata di Cosenza la clinica non era in possesso di alcuna ambulanza. Ho scavato per capire le motivazioni e chiesto spiegazioni, ma la clinica in tutta risposta mi ha scritto tramite legale facendo finta di non sapere che ero una parente diretta. Ho parlato anche con il vicedirettore della clinica Tirrenia Hospital perché in tutto questo è stato anche smarrito un esame che si chiama emogasanalisi che la clinica sostiene di aver effettuato e di aver consegnato all’ambulanza di Amantea che ha trasportato papà in un secondo momento. Sta di fatto che di quest’esame non c’è traccia.

Non si trova un esame di marzo del 2022?

Non si trova. Il vicedirettore sostiene che sia stato consegnato ma le cose sono tre: o non è stato effettuato, o è stato fatto e non è stato consegnato o è stato consegnato ed è stato smarrito. Al vicedirettore ho anche domandato come mai l’ambulanza non fosse disponibile e lui ha risposto che ne hanno solo una e che era impegnata per il trasferimento di un paziente leucemico a Reggio Calabria. Pensare che la Tricarico è l’unica clinica della costa tirrenica cosentina ad avere l’emodinamica. Mio padre del resto non doveva neppure essere lì, perché la diagnosi inziale di infarto si è poi rivelata sbagliata.

Negli audio vagliati da Rec News si sentono anche i sanitari che rispondono flemmatici e le attese lunghe intervallate dalla Primavera di Vivaldi…

Infatti si nota subito l’incapacità di comunicare e gestire l’urgenza. Si passano il telefono di persona in persona. Mancavano mezzi, preparazione e c’era pure chi rispondeva scocciato alla richiesta di intervento.

Suo padre è deceduto dopo un’Odissea durata ore e ore.

Era un codice rosso. Avrebbero dovuto mobilitarsi subito, non avere quell’atteggiamento rilassato passandosi il telefono di persona in persona.

C’è stato anche quel problema “di connessione” che ha impedito a un esame di arrivare a destinazione.

Quando si fa l’ECG a casa, a esito ottenuto c’è il consulto tra il medico che è sul posto, del medico che è in centrale operativa e del medico di turno all’UTIC di competenza, in questo caso l’UTIC di Paola. Però alla centrale operativa del 118 l’esame non è mai arrivato per mancanza di linea. E’ arrivato però, come documentano gli atti, all’UTIC di Paola, quindi gli unici due che hanno avuto modo di confrontarsi sono stati il medico del 118 che è venuto qua a casa e il cardiologo. Il medico non è stato assolutamente in grado di gestire la situazione. Mio padre era a casa lucido e cosciente, avvertiva un dolore all’altezza dei reni ma gli è stato diagnosticato un infarto. Quando è stato trasportato sulla seconda ambulanza già non rispondeva e secondo i referti aveva già i valori sballati. Dopo ore di attesa, due ore circa delle quali presso la Tirrenia Hospital, è deceduto.

Mi diceva che in un referto clinico anziché scrivere “sottorenale” hanno scritto “soprarenale”. Sono questioni di lana caprina oppure ha senso porsi delle domande?

Sì, ha senso porsi il quesito e stiamo seguendo anche tutta la parte medica per comprendere meglio come si sono svolti i fatti. Sappiamo che è arrivato in Chirurgia all’Annunziata in condizioni già critiche e che i medici hanno innestato le protesi. L’operazione è durata circa due ore e mezzo e da come si legge dalla cartella clinica ci sono stati due arresti cardiaci, uno dei quali ripreso con il defibrillatore. Hanno provato a recuperarlo, ma all’una e trenta di notte è stato constatato il decesso.

Nel caso di suo padre la diagnostica appare mancante o errata.

Sì, non gli è stata fatta la TAC a contrasto che avrebbe dovuto evidenziare le rotture subentrate che inizialmente non c’erano, e poi gli è stato diagnosticato, sbagliando, un infarto. Mio padre aveva bisogno di essere trasferito immediatamente, e sottolineo immediatamente, presso la struttura dove è stato operato, invece è stato perso inutilmente tanto tempo e non c’erano neppure i mezzi per effettuare il trasporto.

La prima diagnosi di suo padre è avvenuta tramite telemedicina, però il referto non è mai giunto a destinazione per un problema di connessione. Il timore è che determinate procedure macchinose che coinvolgono tanto personale sanitario e tante unità distanti tra loro, possano mettere in pericolo il paziente. Se si spezza un anello della catena, i rischi possono superare i vantaggi.

Ma se alla fine mi sono sentita dire “Ritieniti fortunata che quella sera c’era il medico con l’ambulanza”, perché la prima ambulanza è venuta 5 minuti dopo la chiamata, ma solo perché stava facendo rifornimento lì vicino. Mi sono vergognata per loro a sentire frasi del genere. Per riuscire a fare gli accessi agli atti che riguardano il decesso di mio padre mi sono trovata di fronte a telefoni sbattuti in faccia. Se scegli di fare il medico devi avere una vocazione, una passione, ma se poi non hai professionalità e sei perfino disumano, è meglio che cambi mestiere. Ora non c’è solo il dolore, ma anche la rabbia.

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INTERVISTE

“Io, la tv che vorrei e quella volta sul set”. Chiacchierando con Giorgia Trasselli

L’attrice ci svela un inedito lato anti-mainstream: il passato universitario movimentato, i teatri “off” e la distanza con un certo tipo di format televisivi. La passione per Tolstoj e Dostoevskij: “Ho sofferto per l’esclusione dei russi dagli eventi culturali e sportivi. Come se un domani l’Italia impazzisse e qualcuno volesse cancellare Pirandello”

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"Io, la tv che vorrei e quella volta sul set". Chiacchierando con Giorgia Trasselli | Rec News dir. Zaira Bartucca
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Giorgia Trasselli oggi, figura rassicurante e iconica di quadretto familiare all’italiana: sta tornando a casa da Trieste e ad attenderla, mi dice, ci sono i nipotini ancora avvolti dal clima di festa, alle prese con i regali. “Il 19 abbiamo avuto un compleanno”, racconta. E’ reduce da un viaggio più lungo del previsto che ci ha portato a scambiare qualche Whatsapp per poter posticipare l’intervista. Devo – sommessamente – smentire quello che ha ironicamente scritto Lello Arena nella sua prefazione di “Mi scusi, lei fa teatro?”: non ho visto errori nei suoi messaggi, nemmeno considerandoli con l’occhio clinico del mestiere. Ovviamente nemmeno volendolo potrei correggere la “Tata” meno conosciuta, quella che ha tradotto Cocteau dal francese e butta lì l’etimologia latina di “divertire” come se nulla fosse.

I ritratti che colleghi e registi fanno di Giorgia sono tutti più che edificanti: un’attrice ancorata ai valori e un tornado in grado di rivoluzionare ogni set. Il simbolo di una tv pulita: non urlata, non spiattellata, che non ha bisogno di fare leva sugli istinti peggiori. La Trasselli meno conosciuta è anche “anti-mainstream”, in qualche misura: ha avuto un passato universitario movimentato, ha frequentato i teatri “in” ma non ha disdegnato quelli “off” quando ne valeva la pena. Ha una passione per un certo tipo di autori letterari e teatrali e mantiene le dovute distanze, ci svela, da un certo tipo di format commerciali.

Sicuramente nessuno si permetterebbe mai di dire che recita con i piedi, però nei fatti è successo…
(Ride) E’ vero, il primo film fatto con i piedi, è vero! Eravamo alla Pro Deo che oggi si chiama Luiss. Il regista cercava dei bei piedi per un cortometraggio. In pratica si trattava di una storia d’amore tra due piedi femminili e due piedi maschili. Quindi sì, il mio esordio cinematografico è stato fatto con i piedi.

Un episodio che fa parte di una carriera sfaccettata. Cosa le hanno lasciato i vari personaggi che ha interpretato e quanto c’è della vera Giorgia in ognuno di loro?

Credo che ci sia un pezzo della vera Giorgia, di come io sono nella vita nell’essenza del quotidiano, in ogni personaggio. In fin dei conti noi prestiamo il nostro volto ma anche la psiche, perché quando parliamo di sentimenti e di intenzioni e ci mettiamo in contatto con un personaggio che comunque ha un’anima. Cediamo una parte di noi a questo personaggio. Anche qui ci facciamo due risate, spero: anni fa in tempi di AIDS quando non era il caso dicevo: dai, il nostro lavoro in fondo è un po’ una trasfusione di sangue…Aiuto, dai, no! (ride). Però un po’ è vero, è bello quando si perdono un po’ i confini tra la persona e il personaggio. Quindi, per rispondere alla tua domanda, c’è una parte di me in tutto quello che ho fatto. Se prendiamo cento Romeo, cento Giulietta e cento Desdemona, alla fine ognuna sarà diversa perché ognuno mette del suo, anche se si tratta della stessa storia e delle stesse parole. E’ tutto scritto lì, ma siamo noi a dare vita al personaggio, a dargli l’impressione.

"Io, la tv che vorrei e quella volta sul set". Chiacchierando con Giorgia Trasselli | Rec News dir. Zaira Bartucca
Foto L.Brunetti

Nonostante tutta questa volontà di caratterizzare i personaggi riesce sempre ad apparire genuina, spontanea.

Arrivare è difficile. In teoria dovrebbe essere tutto semplice, ma la semplicità è molto difficile da ottenere. A volte mi capita di vedere un attore o un attrice e di avere l’impressione che stia lì con noi. Quando il palcoscenico o la macchina da presa diventano casa. E’ bello quando il pubblico ti dice questo, ma il punto è proprio quello che dicevi tu, che cioè quella semplicità è frutto di molto lavoro.

I suoi colleghi dipingono il suo carattere come solare, capace di animare ogni cosa. Però lei racconta anche che in privato è attraversata da una sorta di malinconia.

C’è questo: quando sono sola sono un po’ malinconica, lo riconosco. Ho un sacco di nostalgie e infatti ogni tanto mi devo fare un bagno di fiducia per il presente e per il futuro. Mi dicono che sono brava a incoraggiare gli altri, però poi quando tocca a me torno ad “Ah, quanto era bello prima”. Insomma, ecco la nostalgia. O la malinconia che è questa strana cosa, questo languore che non è proprio tristezza, ma è uno stato di cose normali. Non so a cosa sia dovuto. Però poi mi basta che ci sia una persona, un amico e tutto questo passa. In questi momenti sono veramente sola con me stessa. Adesso sto parlando con te e mi sto chiarendo forse un po’.

Non mi mostro allegra, divertente e divertita a tutti i costi, ma sono le persone che mi danno la carica quando ci si trova in compagnia e in armonia. Lo stare insieme, fare una battuta…ah, ecco. Io non so fare le battute a comando, mi terrorizzano queste trasmissioni dove i cosiddetti personaggi devono per forza avere la battuta giusta al tempo giusto. Per carità! A me non viene mai, mi viene sempre dopo sette secoli! Perché sto lì che guardo e ascolto e poi mi distraggo, e poi quando tocca a me…che ne so? La battuta a me viene quando sto bene, quando sto insieme agli altri.

Ma poi la simpatia è fatta di tante cose, non solo di battute. Ci sono caratteri che la suscitano a pelle: come nel suo caso, riescono a passare con facilità dalla simpatia all’empatia e a tirare fuori il meglio delle persone. E’ una gran dote, dovrebbe darle la fiducia che dice a volte le manchi.

Grazie, grazie! Ci provo.

Ha citato la televisione. Il modo di fare tv è molto cambiato negli ultimi anni. C’è una crisi di valori che sembra attraversare anche il piccolo schermo: è così?

Posso dire con serenità che quello che crediamo che non esiste, esiste eccome. Il declino c’è, per forza. Tutti si giustificano chiamando in causa gli ascolti e la pubblicità, che secondo alcuni impediscono di mettere le cose serie. E’ come se fare le cose serie significa fare i barbosi, i noiosi. E quindi ci dobbiamo accontentare di quattro poveracci che sono buttati lì a mostrarsi in mutande o a dire quattro frescacce. Io non vedo certe cose, ma non perché sia snob. Non lo sono come persona ma forse in certe scelte, perché per me la forma è sostanza. Io non credo che essere gentili e cortesi, ammirare le cose belle e desiderare le cose belle sia formale, credo che sia sostanziale.

Sono convinta che non dobbiamo abbassare la qualità, i desideri, le passioni degli esseri umani. L’arte, il divertimento, la commedia brillante, il varietà, la canzone, la canzonetta: tutto secondo me deve cercare di elevare. Andiamo a vedere che teatro facciamo, che televisione c’è: questa cosa dei litigi continui e di persone così tristi e squallide che sanno solo dare il peggio di sé stessi, e magari invece avrebbero tanto di migliore da raccontare al pubblico. E poi permettimi di dire quello che sento da banale spettatrice: mancano i testi, i dialoghi. E’ difficile scrivere belle storie e belle fiction. Sono grata alla televisione ma a “quella” televisione di quel periodo che mi ha dato successo, per quanto quest’ultimo sia un concetto relativo. Credo che bisognerebbe dare più spazio agli autori brillanti e in gamba, sono sicura che ce ne sono tantissimi. Prendiamo Casa Vianello: è stata scritta da Raimondo, da Sandro Continenza, Giambattista Avellino e Alberto Consarino. Erano autori che stavano lì a fare, rifare, cancellare. Si parlava e si facevano riunioni per cercare di dare qualcosa anche in una commedia brillante. Non stavamo facendo Ben-Hur o Cleopatra, certo…

Ma anche lì c’era uno studio dei soggetti. Mi ha colpito il fatto che gli autori studiassero anche i fatti di cronaca e di attualità per avere lo spunto per le situazioni e per i personaggi collaterali. Alla fine tutto filava liscio e suscitava ilarità, quindi si può dire che funzionava. Oggi forse si punta più su prodotti che tentano di fare leva sui comportamenti più bassi.

E’ sempre una questione di soldi, ma se per quelli devo andare a vendermi l’anima al diavolo o la mamma al mercato diventa eccessivo. Oggi i tradimenti e lo spettegolezzo hanno fatto sparire la commedia all’italiana, che si basava anche su temi come questi ma aveva un altro approccio ed era interpretata da mostri sacri. Sordi, Agus, Valeri, Panelli, Taranto: Attori ed attrici che erano molto avanti rispetto a quello che si può immaginare, avevano una comicità all’avanguardia e non erano mai volgari.

Si è sempre detto che la tv ha plasmato la società moderna, ma che società si costruisce se non si offre mai qualche alternativa di livello? Se si offrisse qualcosa di diverso forse la risposta non sarebbe così cattiva.

Ma sì, è inutile dire “noi diamo quello che il pubblico vuole”: se non dai alternative, cosa vuoi che preferisca? Non si pensa, non si ragiona. La parola “divertire” deriva dal latino “divertere”, che vuol dire spostare l’attenzione da una cosa all’altra. Quindi il divertimento è creare una situazione, non limitarsi a sghignazzare delle cose più varie. Posso dire che sono comunque felicissima di fare televisione e di interpretare la Bice in Fosca Innocenti. Abbiamo iniziato di nuovo le riprese e sto lavorando con colleghi fantastici come Vanessa Incontrada, Francesco Arca, Cecilia Dazzi e Desirée Noferini.

A teatro ha interpretato Cocò Chanel.

E’ stata una delle cose che mi sono inventata basandomi sulle mie letture, sui miei studi e sulle mie idee. Anche se timorosa, ho cercato di coinvolgere gli altri colleghi. Mi sono lanciata e ho portato questa avventura fino in fondo, e tutto grazie a un libro prestato da un amico. La Francia, la traduzione del Fantasma di Marsiglia, il meta-teatro, quanto ricordi! Mi sono basata anche sulla figura di Cocò Chanel. Che posso dire? Sono stata felice. Tocchi le corde di tante vite: ecco cosa ci dà di meraviglioso il nostro lavoro.

In passato è stata una divoratrice dei libri di Tolstoj e Dostoevskij, ha portato in teatro Čechov: secondo lei è giusto escludere gli atleti russi dalle competizioni, gli artisti dalle mostre e i cantanti dagli eventi? L’arte e lo sport non dovrebbero un po’ depurarsi dalla politica?

Devo dire che mi ha fatto male che alcuni russi siano stati esclusi dagli aventi culturali, sportivi e musicali. La Russia non è Putin e non è solo quello che sta succedendo. Ci ha dato cose fantastiche. E come se a un certo punto l’Italia impazzisse e qualcuno volesse cancellare Pirandello. Una buona separazione ci vuole. E’ il solito vecchio discorso del fare sempre di tutta l’erba un fascio.

Non si rischia di instaurare precedenti pericolosi e di tornare a un clima di persecuzione culturale?

Eh, hai capito?! Andiamo a bruciare i libri in piazza, che facciamo? Per carità di Dio. Non sono idee felici.

Gliela faccio la domanda che le fanno tutti su Casa Vianello o no? La faccio, ma mi racconti un episodio particolare, un bel ricordo che le è rimasto.

E’ stato tutto bellissimo, regnava l’allegria e l’armonia, la semplicità ma non la superficialità. In un episodio Sandra voleva che mi fidanzassi con un muratore che circolava per casa. Nella trama c’era l’organizzazione di un pranzo, con la Tata tutta in ghingheri e Sandra e Raimondo che spiavano dalla cucina. A un certo punto cadevano a terra, assieme a una porta. Dopo aver girato l’episodio il commento di Raimondo fu stupendo: “Guarda questa che ci fa fare a 130 anni in due!”. Non so quanto abbiamo riso, non lo dimenticherò mai.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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