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Lo avevamo anticipato: il nostro articolo su Bill Gates e il Coronavirus ha scatenato le ire di Michelangelo Coltelli, che su Butac ha parlato di “complotti credibili”1. E la credibilità è proprio quella che Coltelli – foraggiato dalla politica, anonimo dietro pseudonimo – non avrà mai. Non bastasse l’intento di screditarci agli occhi dei lettori (ma noi siamo consci delle capacità intellettive di chi ci legge) e l’inserimento nella black-list in cui finisce tutto ciò che gli sta antipatico o è scomodo a chi lo finanzia, Coltelli ci ha anche rifiutato la rettifica, quella che gli abbiamo inviato e che avete letto qui. Ma perché? E soprattutto: può non dare seguito a una richiesta di questo genere?

Gli amici degli amici di papino

Ci siamo occupati per la prima volta della Bill and Melinda Gates Foundation nell’ambito della nostra esclusiva che parlava di quando il premier Giuseppe Conte scrisse a un Gran Maestro. È li che abbiamo preso contezza delle cospicue donazioni elargite dal fondatore di Microsoft al Rotary. La causale era quasi sempre uguale: i vaccini; nel caso che esaminavamo, quelli contro la polio. Fondatore del Rotary di Bologna e “past-president”, risulta essere Gian Luigi Coltelli. È il padre di Michelangelo (in alto, mentre riceve un riconoscimento da una delle sezioni): non a caso, dai bollettini e dalle pagine web dell’organismo fioccano articoli promozionali al miele per il figlioletto di papà. Il motivo del fastidio verso la nostra attività giornalistica è già evidente: si può permettere che un sito indipendente si occupi di un magnate della tecnologia quale è Bill Gates, e si può permettere che scavando di un altro livello si tocchino connessioni e interessi molto più nazionali?

Prendi i soldi e scappa

La domanda, a questo punto, è abbastanza ovvia: quanto è libera l’attività di Butac e di Coltelli? Quanto è influenzata da lobby, politica (nel 2016 Laura Boldrini lo assolderà assieme a controversi comunicatori come David Puente per fargli bastonare tutto ciò che non è gradito al sistema) multinazionali e aziende? Chi lo mantiene, visto che mentre afferma che Butac sia “volontariato” la gioielleria Coltelli resterà chiusa fino al primo aprile (quasi tre mesi tondi di stop)? Domande che giriamo all’onnisciente Michelangelo, che tutto sa e tutto vede ma poi, proprio come Gayburg, perde la lingua nel momento di dare spiegazioni.

Perché Michelangelo Coltelli ha paura di pubblicare la nostra rettifica?

Non serve l’indovino: Coltelli, come sapranno i molti che già ne hanno smascherato il modus operandi, non accetta il contraddittorio. Dare una versione diversa dai tagli che si affanna a costruire per compiacere i suoi committenti, lo esporrebbe irrimediabilmente alla logica di chi legge. Ma, già così, il prodotto delle sue fatiche ha esiti alquanto esilaranti. Eppure Butac non è un blog ma un sito con un proprio dominio che produce articoli di (presunto) taglio giornalistico. Coinvolgendo, citando e soprattutto denigrando cittadini, giornalisti, divulgatori, spesso tentando di demolirne – come nel nostro caso – l’attività professionale. Noi e gli altri, come da normativa vigente, abbiamo il diritto di replicare tramite rettifica, che deve essere pubblicata entro 48 ore dalla ricezione (che può avvenire anche via mail). I siti che si occupano di informazione sono, infatti, ormai assimilati alla stampa e allo stampato. Coltelli ci rifiuta la rettifica, come a suo tempo ha fatto Gayburg che per questo ha dovuto tenere il sito chiuso per mesi) e ne pagherà le conseguenze legali assieme a Butac. Chi volesse segnalarci casi simili per la prossima denuncia/querela che inoltreremo alla Procura della Repubblica, può scriverci a redazione@recnews.it.

Invoca spesso la radiazione dei giornalisti dall’Odg, ma intanto esercita abusivamente la professione

Stando agli ultimi elenchi disponibili (aggiornati al 4 maggio 2018) Coltelli, pur ergendosi a esperto di fact-checking e di debunking – quale evidentemente non è perché non smonta le inchieste ma si limita a denigrarle – non è un giornalista. Non è iscritto all’Odg come pubblicista né tantomeno come professionista, per quanto lobby e media di regime lo invitino spesso in qualità di “esperto”. Un qualcosa che fa ridere chi davvero ne capisce di giornalismo e che non fa che palesare l’inutilità dell’Ordine dei Giornalisti. Coltelli, dunque, esercita abusivamente la nostra professione (ma noi paghiamo le quote associative e lui no, siamo sanzionabili mentre lui è stato fino a questo momento intoccabile) e su Butac non espone il numero di iscrizione al ROC, il Registro degli Operatori della comunicazione dell’Agcom. Quello che vale per tutti, sembra non valere per gli amici della Boldrini.

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FREE SPEECH

Dal covid all’Ucraina, aumenta la diffidenza verso i media mainstream

Il rapporto sullo stato di salute dell’informazione. Cresce la percentuale di chi scappa dalle notizie usate a pretesto per fare allarmismo. Data Media Hub: “Potrebbe significare che le persone si rivolgono di più a fonti di informazione alternative”

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Dal covid all'Ucraina, aumenta la diffidenza verso i media mainstream | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il Digital News Report di quest’anno dell’Università di Oxford e del Reuters Institute offre uno spaccato inquietante sullo stato di salute dell’informazione nel mondo. Cresce la diffidenza verso i mass media e diminuisce l’adesione verso il modo di trattare le notizie, con sempre più persone che le evitano per il carattere “traumatico” con cui spesso vengono caricate dal mainstream.

Dalle narrazioni sul conflitto russo-ucraino al covid, entrambi menzionati nel report, è tutto un fuggi fuggi verso l’allarmismo facile. Nel 2017 chi si dimostrava disinteressato verso le notizie rappresentava il 29% della popolazione mondiale, nel 2022 – a “pandemia” somatizzata, il dato è salito al 38%. L’Italia si attesta al 34%.

Tutte le principali testate registrano inoltre una flessione in negativo. “Potrebbe significare che le persone si rivolgono maggiormente a fonti d’informazione alternative”, commentano da Data Media Hub.

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FREE SPEECH

Il “sangue calabrese” è “omertoso”. La teoria lombrosiana, da chi meno te l’aspetti

Quando si parla di calabresi è facile ricorrere a tutto l’armamentario dell’anti-meridionalista medio: tutti ‘ndranghetisti, esportatori di criminalità, incapaci di esprimersi in italiano. Ma non sarebbe il caso, ormai, di lasciare da parte queste teorie lombrosiane?

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Il "sangue calabrese" è "omertoso". La teoria lombrosiana, da chi meno te l'aspetti | Rec News dir. Zaira Bartucca

Mi è stato segnalato un articolo di Database Italia che voglio commentare per due motivi. Il primo: mi è capitato di leggere qualcosa di questo sito (ci è capitato anche di citarne qualche articolo) e fino a questo momento pensavo che potesse dare il suo contributo contro alcune generalizzazioni affrettate del mainstream. Forse mi sbagliavo. Il secondo: sono calabrese, e dunque non conosco la Calabria solo per sentito dire o per la rappresentazione generalistica che ne viene spesso data. Sia chiaro: i problemi ci sono e pure tanti, la ‘ndrangheta esiste e i criminali pure, ma francamente leggere – nel 2022 – frasi come “il segreto che ben si sposa alla tradizione omertosa del suo sangue calabrese” fa rimanere un po’ di stucco.

E’ come se le teorie di Lombroso fossero tornate tristemente attuali con il loro carico di pre-nazismo e auto-razzismo italiano. I meridionali, diceva lo studioso a torto considerato il padre della criminologia, hanno i tratti somatici del delinquente, una predisposizione genetica a delinquere, un Dna criminale. Congetture che potevano valere a inizio del 1800, ma che oggi non ci si aspetterebbe da persone istruite e da determinati divulgatori. Stupisce, ma tra questi c’è chi crede che il “sangue calabrese” possa avere caratteristiche precise e portare in sé una “tradizione omertosa”. Al contrario della perfetta e pura razza padana, si direbbe. Ovviamente, poi, quando si parla di calabresi è facile ricorrere a tutto l’armamentario dell’anti-meridionalista medio: diventano tutti ‘ndranghetisti, tutti esportatori di criminalità e tutti incapaci di esprimersi in italiano.

A Venezia ho sentito tanti gondolieri parlare i dialetti delle “Calle”, ma questo non mi ha fatto pensare che loro c’entrassero qualcosa con lo scandalo delle tangenti in Regione Veneto. Nella Milano “bene” si parla spesso e volentieri con intercalari a noi incomprensibili, ma questo non mi fa credere che chi si concede queste uscite abbia a che fare con i politici lombardi che la criminalità organizzata – raccontano le inchieste – la conoscono fin troppo bene. La Lombardia, per inciso, è la a regione più infiltrata dalla ‘ndrangheta, segno evidente che anche i settentrionali abbiano già da tempo iniziato a trarre vantaggi indebiti da questi contesti criminali. Non c’entrano le latitudini geografiche, né l’essere nato a Siderno anziché ad Acceglio può fare di una persona un criminale o un “omertoso” a prescindere.

Lo si creda o no, in Calabria c’è tantissima gente che ha voglia di un cambiamento che possa dirsi tale, ma purtroppo rimane impotente di fronte alla pervasività di determinati fenomeni. L’appuntamento alle urne non cambia mai nulla se non le facce, proprio perché esiste un sistema che decide in largo anticipo chi dovrà vincere, senza che il voto del singolo possa incidere minimamente. Chi non protesta più in Calabria, quindi, non vale meno di chi si dedica a un’anti-mafia di mera facciata, o di chi (colluso), si professa imprenditore colpito dal racket e invece coi mafiosi ci mangia.

Da calabrese che vive fuori regione mi è capitato di notare che i peggiori odiatori del Sud dal centro in su siano – paradossalmente – proprio le persone che hanno origini meridionali. Di recente c’è stato il caso di una giornalista di una tv veneta che ha detto stizzita a un bambino cosentino che prima o poi andrà a lavorare “lì da loro”. Bene, alla fine si è scoperto che era sarda. Sono i classici “scangisi”: quelli che fingono di venire da un ipotetico “fuori”, che si dicono internazionali, globali ma poi – irrimediabilmente – ogni estate ritornano nelle coste più belle d’Italia dai parenti che li accolgono praticamente a costo zero. Lì esibiscono tutto il loro armamentario di accenti settentrionali, che hanno dovuto fare propri per sentirsi ben accetti. Un atteggiamento piuttosto triste.

I limiti della Calabria non sono uno stigma o una colpa atavica del territorio o di chi lo abita, ma semplicemente il risultato delle politiche pre e post unitarie e di una “questione meridionale” costruita, che da sempre serve a dare un senso a determinata parte politica. E’ in questo contesto storico che la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile e poi si è radicata. Dunque, se vogliamo, è sempre stata in sintonia con il nord peggiore, quello colpevole delle razzìe compiute ai danni dei meridionali promosse da un altro piemontese, quel Camillo Benso che spogliò le banche più fiorenti del Sud trasferendo i capitali nelle sua regione.

Per tornare a oggi, se mai ci sono stati calabresi (forse sarebbe più corretto dire italo-americani) che hanno aperto bio-laboratoria in Ucraina, ce ne sono anche altri che, nel loro piccolo, questi bio-laboratori li hanno raccontati. Evidentemente, non abbiamo tutti il “sangue omertoso” e non siamo tutti uguali.

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CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Ucraina, il Parlamento europeo promuove una “war room” per censurare la versione dei fatti da parte russa

Proprio il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazi-fascismo, in Ue si pensa di infliggere un duro colpo alla libertà di espressione, al diritto di critica e a quello di cronaca. Si terrà proprio in questo giorno presso il Parlamento europeo un vertice in cui verrà discussa la creazione di una “war room” sull’informazione e sui modi approvati di trattare il conflitto russo-ucraino

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La "war room" dell'Ue per censurare la versione dei fatti da parte russa | Rec News dir. Zaira Bartucca

Proprio il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazi-fascismo, in Ue si pensa di infliggere un duro colpo alla libertà di espressione, al diritto di critica e a quello di cronaca. Si terrà proprio in questo giorno presso il Parlamento europeo un vertice in cui verrà discussa la creazione di una “war room” sull’informazione e sui modi approvati di trattare il conflitto russo-ucraino. Le premesse sono – apparentemente – buone: “contrastare la disinformazione e i modi per rafforzare le voci di fatto e di libertà di parola”, ma i presupposti dimostrano la politicizzazione dell’iniziativa.

Tutto, infatti – si legge nell’invito inviato ai giornalisti – verrà esaminato “alla luce dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Perché “è chiaro che c’è uno Stato sovrano attaccato e uno invasore”, è il mantra di un mainstream che si appella di continuo alla sovranità degli Stati sistematicamente ignorata dall’Unione europea e perfino alla terminologia cara al centrodestra in altri contesti bandita.

Ma cosa impareranno i giornalisti che correranno a Bruxelles nella “stanza della guerra” o si collegheranno in streaming per apprendere il giusto scrivere e il giusto parlare? Probabilmente, a riportare pedissequamente quanto proviene da Kiev senza approfondimento e verifica, a ignorare questioni cardine come la presenza documentata di biolaboratori in Ucraina promossi dal Pentagono, a definire i nazisti del battaglione Azov “difensori” e “nazionalisti” e – ovviamente – a forgiare epiteti sempre più dispregiativi per descrivere il presidente della Federazione russa.

Nessuna imposizione, sia chiaro, solo una serie di raccomandazioni. Che succede se i giornalisti non dovessero seguirle? Intanto la censura dei principali social funziona a gonfie vele, e se qualcosa dovesse andare storto sono sempre a disposizione gli squadroni di “fact-checker“, i vari somministratori di olio di ricino digitale e le liste di proscrizione in cui vengono inseriti i comunicatori dissidenti.

L’iniziativa è promossa dal gruppo del PPE, lo stesso del presidente del parlamento europeo Roberto Metsola. I lavori saranno ospitati dall’eurodeputata Eva Maydell e aperti dal presidente del gruppo PPE Manfred Weber.

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