Aperturisti e rigoristi, le due (finte) correnti che si agitano nel governo


Stadi pieni, concorsi pubblici, viaggi e trasporti pubblici saranno il cavallo di Troia con cui il governo tenterà di far accettare il passaporto sanitario o “lasciapassare”, come lo chiama il ministro Garavaglia. Dopo, ci sarà il tentativo di estenderlo a quanti più settori possibili



Nella foto, Matteo Salvini e Roberto Speranza nel corso del Meeting di Rimini 2020

Se ieri fuori dalla Camera si agitavano cartelloni e si scardinavano transenne – un po’ per dire che non ha senso proteggersi in maniera ossessiva da un virus che si cura per poi perire di stenti – dentro continuava un dibattito politico più allineato e rilassato di quanto i media commerciali non vogliano far passare. La versione ufficiale è che ora l’esecutivo dell’ex presidente della BCE sia attraversato da due correnti: una che fa capo a Speranza e ai rigoristi della chiusura, l’altra che si rispecchierebbe in Salvini e più in generale nel centrodestra, che guarderebbe alle aperture immediate.


Il libro dei sogni se si pensa che Massimo Garavaglia – ministro leghista al Turismo – è un acceso sostenitore del covid pass. Lo chiama “lasciapassare“, e l’idea gli piace perché “in realtà basta un tampone, come ha fatto la Sardegna”. Questo dice il titolare di uno dei dicasteri a trazione leghista, mentre i media di massa si affannano a raccontare la storia del Salvini dissenziente. Non solo non è così, ma le mosse anticostituzionali che hanno fatto passare alla storia il governo Conte (almeno su questo aveva ragione) proseguono con profitto anche nell’ambito dell’esecutivo di Draghi, solo che ora sono più sottili e ben congeniate. Se Conte era plateale negli endorsement ai vaccini a reti unificate, Draghi in silenzio, in un momento in cui i preparati sperimentali mostrano tutta la loro fallacia, ha sdoganato l’uso del TSO su una categoria lavorativa. Se il riciclato del Movimento 5 Stelle chiudeva tutto e basta, il governo che ha messo tutti d’accordo da destra a sinistra si esercita nel dissenso studiato e pilotato, fomentato da chi, anziché aprire e basta, chiede di essere ristorato, come se bastasse qualche bonifico per risanare le perdite di oltre un anno di mancati incassi.



Il ricatto, ora, è diventato molto più sottile, ma questo non vuol dire che non esista. Lo spieghiamo tenendo conto di due cambiamenti che sembrerebbero una concessione o un segnale di apertura verso il tanto agognato ritorno alla normalità, ma che in realtà non lo sono affatto: le partite di calcio con la presenza dei tifosi e il via libera ai concorsi pubblici sancito dal recente decreto Covid. Per quanto riguarda la prima novità, il ministro alla Salute Speranza com’è noto ha dato l’ok agli incontri negli stadi con la presenza di pubblico a partire dall’11 giugno, per consentire uno svolgimento partecipato delle quattro tornate degli Europei che saranno ospitate dall’Olimpico. La partecipazione dei tifosi, tuttavia – hanno specificato i vertici della Figc – sarà subordinata alle decisioni del Cts, cioè bisognerà stabilire in base a quali criteri potrà avvenire.


Contemporaneamente, il decreto Covid ha dato il via libera allo svolgimento dei concorsi pubblici, che allo stesso modo si svolgeranno grazie a parametri tutti da definire. La richiesta del liberi tutti, insomma, da destra a sinistra non c’è, nemmeno per queste due aspetti apparentemente incoraggianti. C’è, invece, la volontà di subordinare il ritorno alla normalità alla creazione del passaporto sanitario chiesto dall’Ue, dal Word Economic Forum e dalle multinazionali che pervadono la politica, e qui si inserisce il ricatto nemmeno poi tanto velato di cui si parlava prima. Spifferi dai palazzi raccontano di un primo tentativo, che potrebbe avvenire nella bella stagione proprio a partire dagli stadi e dai concorsi, e ovviamente, dai viaggi, come annuniciato da Garavaglia. Da lì – nelle mire machiavelliche di chi sta al governo – si dovrebbe sfruttare l’effetto domino, ed estendere l’imposizione ad altri settori.

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