Periodico di Inchieste

“Noi, ristoratori appesi a un filo per colpa delle mazzate del governo”


Chiusure, coperti ridotti all’osso, la gente sparita dalle strade. Nel deserto non si fa commercio, e – quindi – per negozianti e ristoratori nostrani non c’è pace. Dalla Capitale, la storia emblematica di Valerio



Prima le chiusure, poi i coperti ridotti all’osso, infine la gente sparita dalle strade: studenti, lavoratori ridotti al tele-lavoro e licenziati, capienza dei mezzi pubblici dimezzata e turisti in fuga, spesso verso la Cina che si è saputa lasciare alle spalle tutto e guadagnare dai lockdown degli altri. Nel deserto non si fa commercio (tranne il delivery della grande distribuzione tanto coccolata dal governo Conte) e – quindi – per negozianti e ristoratori nostrani non c’è pace. La piaga dei suicidi all’interno delle attività morenti è un problema reale e crescente, ma per fortuna c’è ancora chi reagisce e non subisce a testa bassa.


Valerio Laino è uno di quelli che non vuole arrendersi, perché “il lavoro è un diritto”. Trentenne di origini calabresi, racconta di aver iniziato a lavorare molto presto, “a dodici anni”, con sacrificio ma anche raccogliendo diverse soddisfazioni. “Lavoravo per 20 euro a settimana e ne ero già fiero, lavavo i piatti e pulivo quintali di pesce”. Tutto, pur di stare nelle sue cucine. Un’amore per la ristorazione che lo ha portato, sette anni dopo, ad aprire il suo primo locale con 18 dipendenti. A 22 anni anni il secondo, nel cuore della Capitale, poi le aziende eno-gastronimiche e un pastificio artigianale.


In trent’anni di vita e quasi venti di lavoro, Valerio – giovane con la voglia di fare e di essere autonomo, contrario all’assistenzialismo – non si è mai fermato. La doccia fredda è arrivata dopo le misure impopolari decise dal governo con la compiacenza dell’opposizione. “Grazie alle scelte sbagliate e il totale abbandono dello Stato nei confronti di noi autonomi e partite Iva – racconta – le mie aziende come il mio futuro sono appese ad un filo che si fa sempre più sottile. Sono ormai mesi che gli incassi sono dimezzati più della metà, soprattutto per il ristorante che ho in centro a Roma. La totale assenza dei turisti e il lavoro svolto in smartwork dai dipendenti pubblici mi ha letteralmente messo in ginocchio”.



Impossibile, dice, “continuare ad affrontare spese insostenibili come affitti, bollette, fornitori, mutuo e tasse governative non ancora sospese”, e i contentini non aiutano. Nemmeno gli aiuti più importanti giovano granché, perché ristorare tutti delle perdite è praticamente impossibile, una presa in giro tutta nostrana, e il signor Laino lo sa. “Io – racconta – sono stato costretto a licenziare tutti i miei collaboratori. Adesso lavoro da solo per le mie attività, dormo un’ora a notte in macchina mentre mi sposto da Roma in Calabria e viceversa. Negli ultimi mesi per far fronte alle spese ho venduto quasi tutti i miei beni personali, in più mi sono indebitato con le banche. Tutto ciò grazie ad un governo che ha preferito spendere soldi in bonus vacanza bonus monopattino e via dicendo, dimenticandosi dei piccoli commercianti, ristoratori, partite iva, autonomi e liberi professionisti”.


“Il nuovo dpcm firmato dal presidente Conte – dice il ristoratore – è stata l’ennesima mazzata. La chiusura alle 18 dei ristoranti non è altro che la sentenza definitiva di una condanna a morte per noi ristoratori. Aggiungo che il colpo di grazia è il decreto ristoro: già il termine lascia pensare come la nostra categoria sia sminuita. Destinare dei soldi a fondo perduto basandosi sul decreto di aprile è praticamente assurdo, un misero contentino per tenerci la bocca chiusa. Purtroppo la triste realtà è quella che sto vivendo sulla mia di pelle e che stanno vivendo milioni di commercianti. Siamo ormai stremati, arrivati al punto di non ritorno: io personalmente sono rimasto con soli 100 euro sul conto, ciò vorra dire che non avrò neanche più la certezza di poter mangiare”.


“Le mie ultime energie – spiega Laino – voglio spenderle per iniziare una protesta contro questo governo di dittatori che ci ha tolto il diritto di lavorare e soprattutto di sperare in un futuro. Da oggi le mie aziende non pagheranno un solo centesimo di tasse governative, ma inoltre non farò più ricevute fiscali e fatture”. Una provocazione, ma anche una protesta pacifica contro un governo che ha deciso di rubare il futuro a più di una categoria.


beenhere

Caro amico prima che caro lettore, Rec News ti ricorda che nella Costituzione sono regolati i Diritti del cittadino. Essi riguardano il proprio domicilio (Art.14) che è “inviolabile” come la libertà personale. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria (Art.13). Ogni cittadino può circolare liberamente all’interno del territorio nazionale (Art.16), riunirsi e manifestare in pubblico (Art. 17), professare la propria religione (Art.19) senza limitazioni (Art. 20). Diritto inviolabile è l’espressione del proprio pensiero in forma scritta o parlata (Art.21). Secondo l’Articolo 32 della Costituzione, nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario (tamponi, vaccini, test, utilizzo della mascherina ecc.) se non è previsto dalla legge, non dai Dpcm e dalle ordinanze. Allo stesso modo, ognuno può astenersi da un trattamento in forza delle sue convinzioni religiose o sociali. L’obiezione di coscienza è un diritto. Uno governo Democratico consente il confronto tra le varie forze politiche e include anche le forze d’opposizione. Un premier che agisce secondo principi democratici non decide da solo o con i tecnici, ma si confronta con il Parlamento.


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