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Chi è Maria Spanò, l’assessore che si candida al post-Lucano (aggiornato)

A lei l’arduo compito di traghettare la lista lontano dallo scandalo del Sistema Riace. O, forse, quello di perpetrarlo


Articolo scritto il 01/05/19 e aggiornato il 12/05/19


Lo scontro a tre delle amministrative di Riace, che si voteranno il 26 di questo mese, riporta a qualche anno fa. Era il 2016, e dall’esecutivo Lucano usciva (non senza rumore) quel Maurizio Cimino – allora vicesindaco – che oggi si candida contro il sindaco allontanato da Riace. Assieme a lui veniva deposto Renzo Valilà: altro pezzo del Sistema Riace, altro protagonista della distrazione di fondi per fini personali. Entravano Giuseppe Gervasi e Maria Caterina Spanò.


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L’allora 44enne, che risulta essere una diplomata esercente e addetta alle vendite all’ingrosso (fonte: Tuttaitalia), entra a far parte della maggioranza consiliare in seno alla lista civica L’Altra Riace in qualità di assessore con delega ai Lavori pubblici e al Personale. Sono anni frenetici, gli stessi sondati e rivoltati dagli inquirenti per quanto concerne la cattiva amministrazione in seno al piccolo comune del Reggino.


C’è tanto da imparare ma Spanò si ambienta subito. Sua prerogativa era, per esempio, il rilascio di carte di identità a stranieri privi dei requisiti tramite false attestazioni. Così accadeva che, magicamente, marocchini e nigeriani diventassero su carta residenti di Riace, o muniti di permessi di soggiorno in realtà mai ottenuti. La sua attività e quella dell’ex sindaco di Riace è descritta al capo 19 di uno dei dispositivi del Tribunale di Locri.


Spanò infatti non era sola, ma coadiuvata da quel Mimmo Lucano che oggi si candida a consigliere ma – considerata l’influenza di cui gode nell’entourage descritto nel dettaglio – si preparerebbe a essere il sindaco ombra e dominus di un sistema risoluto a perpetrarsi a tutti i costi. I due non condividono solo il passato politico ma anche tre capi di imputazione per i reati previsti dall’articolo 81, 110 e 480 del codice penale. Chissà che, nell’Italia in cui il reato fa curriculum, non sia un ottimo modo per ripartire.


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