Il Mibac dà torto all’Unicef e a Città futura

Palazzo Pinnarò a Riace al centro della decisione del Ministero per i beni e le attività culturali. Sull’edificio, oggetto di compravendita tra il presidente Samengo e vicinissimi di Mimmo Lucano, sono stati effettuati “lavori abusivi”

Unicef dovrà ripristinare lo stato dei luoghi e rimuovere “quanto abusivamente realizzato” all’interno di Palazzo Pinnarò, la sede dell’associazione Città futura di Riace al centro di una controversa compravendita di cui abbiamo dato conto in esclusiva. Lo ha stabilito il Ministero per i Beni e le attività culturali in una disposizione che porta la data di ieri firmata dal direttore generale avocante, l’architetto Federica Galloni, e dal dottor Fabrizio Sudano. In pratica sull’edificio, dichiarato di interesse storico e culturale, non era possibile effettuare alcun tipo di intervento che non fosse autorizzato dalla stessa Soprintendenza.



Dell’aspetto era a conoscenza lo stesso presidente dell’Unicef, Francesco Samengo, e lo dimostra lo stesso documento: “Si ricorda che la direzione regionale del Mibac Calabria, oggi Segretariato Mibac Calabria – scrivono dall’organismo – ha reso noto al presidente di codesto Comitato con nota protocollo nr.5675 del 3 agosto 2011, ovvero in sede di alienazione, le vincolanti prescrizioni sottese all’autorizzazione. La prima di esse indica che l’esecuzione dei lavori e opere di qualunque genere devono essere sottoposte a preventiva autorizzazione della Soprintendenza”.



Ma Unicef e Città futura hanno pensato bene di fare orecchie da mercante. Rimuovendo, si legge gli “infissi esterni posti sulla facciata principale”, effettuando “scassi murari in tutti gli ambienti al primo piano per l’esecuzione dell’impianto elettrico” e realizzando “soffitti ribassati in tutti gli ambienti al primo piano e lavori di tinteggiatura”. Adesso gli interessati dovranno provvedere alla rimozione di quanto eseguito “a spese di codesto comitato”, cioè dell’Unicef, e al “reintegro dei luoghi” entro il termine ultimo di sessanta giorni dalla notifica della nota della Soprintendenza.

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