L’Unicef, Lucano e la compravendita di Palazzo Pinnarò

Il 12 febbraio del 2019, appena quattro mesi fa, davanti a un notaio di Siderno siedono un avvocato che fa le veci di Franco Samengo e uno dei personaggi chiave del sistema Riace. Sul tavolo, la vendita della sede di Città futura

“Non hanno nessuna documentazione che attesta la solidità. Se qua c’è un terremoto e muoiono tutti e nessuno ha chiesto niente quando invece la legge è chiara… Io dove metto mano mi si drizzano i capelli”. Sono le parole di una delle funzionarie del ministero dell’Interno e dello Sprar che il 5 e il 6 settembre del 2017 da Roma giungono a Palazzo Pinnarò per effettuare dei controlli a seguito delle riscontrate ambiguità. Con l’occasione, verificano alcuni aspetti relativi al fabbricato, smascherandone – come da intercettazione – l’inagibilità. Il motivo c’è ed è la strana origine della sede di Città futura, il sodalizio di Riace campione nella distrazione di fondi formalmente presieduto da Fernando Antonio Capone, ma nei fatti gestito da Mimmo Lucano. Si trova al civico 20 di via Pinnarò che richiama, nel nome, l’origine dello stabile. E’ un appartamento con cantina destinato ad abitazione civile di sei vani e mezzo, e la sua storia recente c’entra con enti, organismi e volti noti della politica e dell’associazionismo: da Francesco Samengo al sottosegretario Vincenzo Spadafora, dal Ministero uscente per i Beni e le attività culturali alla Soprintendenza di Reggio Calabria.


Il lascito di Alfonso Pinnarò
La compravendita tra la divisione nazionale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia – in teoria preposto all’esclusivo sostentamento dei minori bisognosi – e i pezzi del sistema Riace avviene in forza del lascito testamentario di Alfonso Pinnarò, nato a Napoli il 25 aprile del 1932 e deceduto il 10 marzo del 2003. Singolare è la sua omonimia con un altro Alfonso Pinnarò (forse un parente) che nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n.64 del 1909 risulta sindaco di Riace. Nel giorno del decesso, Pinnarò tramite testamento divide i suoi averi e dispone che diverse unità immobiliari – tra cui quella sita a Riace – andassero a beneficio delle attività promosse dall’Unicef.


La compravendita tra Unicef e Città futura messa nero su bianco
Il 12 febbraio del 2019, appena quattro mesi fa, davanti a un notaio di Siderno siedono l’avvocato Selene Panzella e Fernando Antonio Capone. Panzella si trova lì in rappresentanza di Francesco Samengo, il presidente dell’Unicef di origini calabresi che, secondo alcuni atti vidimati, il 25 luglio del 2018 si presenta da un notaio di Civitavecchia. Deve formalizzare alcuni aspetti relativi alla procura acquisita da Ellen Yaffe, “comptroller” – direttore amministrativo – del Fondo per l’Infanzia. Il giorno, da verbale di riunione n.127, coincide con quello in cui Samengo la spunta su Diego Vecchiato per appena due voti, e viene eletto presidente. Prende il posto dell’attuale sottosegretario Vincenzo Spadafora, che nel 2011 in un documento del Mibac figura come “proprietario” di Palazzo Pinnarò. Capone è invece, per sua stessa ammissione, “il primo prestanome di Lucano”. Dall’intercettazione captata dagli inquirenti il primo luglio del 2017:


Capone: è uscito un altro papello
M. P. (moglie): di cosa
Capone: non so dove sia, me lo ha fatto vedere Jerri, che il nuovo prestanome di Domenico, il secondo prestanome di Domenico Lucano è Jerry Tornese
M. P. : e il primo sei tu?
Capone: che abbiamo preso una casa albergo e l’abbiamo pagata 180.000 euro, quella di Luzzo
M. P.: ma chi le dice? Chi le sa queste cose?


La citazione è doverosa in quanto, da sola, riesce a dare la misura di come nella trattativa ci fosse soprattutto l’ex sindaco di Riace, per quanto lo stesso non figuri mai nel carteggio di cui stiamo dando conto in anteprima.


Il Mibac ci mette il vincolo artistico
Per scavare tra le righe dell’accordo tra i riacesi e la dirigenza dell’Unicef, bisogna tuttavia tornare al 2009, sei anni dopo il lascito di Pinnarò. I tempi sono maturi per il decreto 326 del 7 settembre 2009, con cui il Mibac stabilisce che il fabbricato – che da riscontri planimetrici è un appartamento destinato ad abitazione civile – è “di interesse storico-artistico” per aspetti non meglio specificati. La disposizione viene formalizzata con il protocollo del 3 agosto del 2011 numero 5675, inviata per raccomandata al presidente dell’Unicef e per conoscenza alla Soprintendenza di Reggio Calabria. La “misura”, consente di porre un vincolo sull’immobile, che da lì in poi potrà essere prelato (cioè acquisito) in via prioritaria dal solo Mibac, come da Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004. Il Ministero dei beni e delle attività culturali è, però, lo stesso che sembra stia apparecchiando la tavola all’Unicef, che poi provvederà a smistarlo in direzione Riace. L’organismo specifica tuttavia che i lavori che riguardano Palazzo Pinnarò possono essere effettuati solo tramite l’autorizzazione della Soprintendenza di Reggio Calabria, e che questi devono limitarsi alla sola “conservazione dei volumi, degli elementi architettonici e delle cromie”. La questione inagibilità – già specificata nel contratto di vendita – in qualche modo si deve dunque cristallizzare.


La conclusione della trattativa
La trattativa sembra andare a buon fine: il prezzo stabilito è di 35mila euro, di cui 1750 vengono corrisposti all’Unicef tramite bonifico postale effettuato il 26 ottobre del 2018 dall’Ufficio di Riace. Per la restante somma la parte interessata, cioè Città futura nella persona di Capone, si impegna che venga corrisposta con metodi altrettanto tracciabili. Per giungere all’accordo e formalizzarlo quanto più possibile nell’ambito dei cavilli legali, sono serviti uno stuolo di notai, avvocati e deleghe varie, e un carteggio che sfiora le cinquanta pagine. Alla fine di tutto, però, l’immobile che già prima che se ne disponesse la vendita era utilizzato da Lucano e amici (lo testimoniano i documenti relativi all’operazione Xenia), sembra aver finalmente preso il largo verso Riace. E chissà se la buonanima di Pinnarò l’avrebbe destinato altrettanto volentieri all’accoglienza su carta e alla distrazione di fondi statali. Tra i bene informati c’è, poi, chi attribuisce il buon successo dell’improbabile accordo all’ascendente su cui potevano contare alcuni rappresentanti dell’Unicef: sarebbero stati vicini all’ex premier Matteo Renzi e, in forza di questo, capaci di seguire il filo rosso che notoriamente lega Lucano all’intellighenzia dem.


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