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L’ex premier Renzi e il Pd sembrano avere un’allergia conclamata alla Russia di Putin. L’ha ribadita il senatore di recente, l’ha sostenuta Andrea Romano in un curioso siparietto in cui ha interrogato il ministro dell’Interno parlando in russo. La spingono testate care al partito. Un’apparenza che sembra guardare poco alla sostanza, visto che nel 2012 il Matteo fiorentino ha partecipato a un film co-prodotto dal Mibact e dalla Federazione russa interpretando se stesso. Un boom nelle sale dell’Est nel 2015, un nulla di fatto in Italia, nonostante il dichiarato interesse culturale suggellato dallo stesso ministero italiano e nonostante i premi al regista. Un rispettabile “cameo” forse retribuito o forse no, che però l’ex sindaco di Firenze non ha voluto mettere in evidenza davanti agli elettori e alla stampa italiana.

Dal podio di Canale 9 parlò per quasi quindici minuti di calcio classico fiorentino, ma non del film e del suo cameo

Nemmeno quando, nel 2018, ha parlato di calcio classico fiorentino e di “calcianti” dal podio di Canale 9, l’emittente del magnate ebreo che fa parte della sfera di influenza di Hillary Clinton. Una digressione, la sua, ricca di riferimenti storici e più recenti, ma in cui è sparito ogni aneddoto sul film a cui ha preso parte nelle vesti di attore e tuttora non distribuito nelle sale italiane. C’è da chiedersi il motivo, crediamo, di tanto silenzio sull’argomento.

INCHIESTE

La trasformazione del battaglione Azov: da colpevoli di torture e crimini di guerra a martiri

Il Papa incontra le loro mogli e il mainstream li santifica tramite racconti strappalacrime e le foto delle ferite in bella vista. Accadde anche nella Seconda Guerra Mondiale, quando i primi collaborazionisti dei tedeschi furono proprio i media di regime. Ma la guerra civile ucraina del 2014 e le brutture compiute dai neo-nazisti ora infiltrati nei ranghi dell’esercito, non si possono cancellare

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La trasformazione del battaglione Azov: da colpevoli di torture e crimini di guerra a martiri | Rec News dir. Zaira Bartucca

Mariti affettuosi, padri modello, uomini di cultura dalla sensibilità speciale. Dallo scoppio del conflitto russo-ucraino, l’immaginario legato agli esponenti del battaglione neo-nazista Azov è stato completamente trasformato. Merito indiscusso della manipolazione operata dai motori di ricerca (Google è prevedibilmente in prima fila), di enciclopedie “libere” come Wikipedia che hanno trasformato la strage di Odessa in un “incendio” e – ovviamente – dei media di massa. Colpa di molti giornalisti, anche, che solo pochi anni fa raccontavano i crimini della rete nazista ucraina e i suoi legami con i fanatici dell’ultra-destra nostrana, e oggi vedono nell’entourage di Zelensky e nel suo esercito atipico un fulgido esempio di democrazia.

Così, da settimane è tutto un fiorire di elogi dal tono agiografico per questi ragazzacci buoni, tutti da vezzeggiare: il nostalgico Bruno Vespa li santifica in seconda serata ospitando un monologo di una delle mogli dei “militari”, che in effetti da outsider estremisti si sono infiltrati nei ranghi dell’esercito regolare. I quotidiani lo seguono a ruota per arrivare a oggi, quando il massimo esponente di un Vaticano storicamente collaborazionista decide di incontrare due donne vicine al battaglione. Per capirci: mentre si critica la presunta politicizzazione del Patriarca Kirill, Papa Francesco ha dato il suo benestare allo squadrone della morte in cui militano schiere di fanatici banderiti. Nel 2019 il Congresso di Washington bollava l’organizzazione come “terrorista”, tentando di accendere un faro sui crimini tuttora nascosti dal regime di Kiev.

Ma, ormai, nel tentativo di far dispetto alla Russia, tutto deve essere occultato e piegato a versioni di comodo: si mettono da parte le svastiche e si fa finta di non vedere i saluti romani, che si criticano (giustamente) quando si fanno in Italia, ma si ignorano se si verificano all’estero. Quel che è peggio, si tenta di far sparire dalla memoria comune le torture e i crimini compiuti contro le popolazioni del Donbass e dell’Ucraina dell’Est confermate dall’OSCE e dall’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, che oggi stanno assumendo un atteggiamento molto più tollerante.

Il nuovo simbolo del battaglione Azov: il Wolfsangel “ripulito” da nero è diventato blu, da verticale ad obliquo. E’ anche più stilizzato

Così gli estremisti di Azov sono stati inglobati nell’esercito regolare

Ma come è stata possibile questa trasformazione? Sicuramente, la diluizione strumentale del battaglione tra le fila dell’esercito ucraino ha avuto peso decisivo. Nel pratico, dopo il 2014 – riporta la rivista di geopolitica Micromega – “30 battaglioni indipendenti sono andati a colmare le falle che l’esercito nazionale aveva lasciato nell’Est e nel Sud del Paese, tanto da essere comunque coordinati dal Ministero della Difesa di Kiev e, con tempi e modalità differenti, inseriti nella Guardia Nazionale ucraina”. Tutti aspetti che trovano conferme nelle dichiarazioni di Vladislav Seleznev, che dopo lo scoppio della guerra civile aveva manifestato la volontà dello Stato maggiore delle forze armate ucraine di formare unità militari sulla base dei battaglioni volontari che, in molti casi, si sono macchiati di atrocità indescrivibili contro le popolazioni russofone e le minoranze etniche (non necessariamente “filo-russe”). Basta ricordare il massacro di Odessa, i volti deturpati dei cadaveri, gli strangolamenti e i corpi arsi.

I legami diretti tra Zelensky e il battaglione Azov

Un filo diretto, peraltro, lega il presidente ucraino Zelensky al gruppo di estremisti che ha individuato in Mariupol la propria roccaforte. Nel 2019 il comico prestato alla politica conferisce al capo della “Resistenza” dell’Acciaieria Azovstal Denis Prokopenko, la medaglia “Bogdan Khmelnytsky” . Un endorsement che viene replicato quest’anno con il titolo di “Eroe ucraino” e con la decorazione dell’Ordine della Croce d’Oro. Ma sul capo di Prokopenko, nonostante il tentativo di riedificazione morale, continuano a pesare accuse di pesanti crimini di guerra compiuti dal 2014 contro le popolazioni del Donbass, quando l’ultrà della Dinamo Kiev era ancora considerato un fanatico che amava fare sfoggio di simboli riconducibili alle SS naziste e teorizzava apertamente la “purezza” della “razza” ucraina. Una strana coincidenza è inoltre l’origine tutta “teatrale” dei vicinissimi a Zelensky, che a capo delle forze di Sicurezza ucraine ha piazzato il produttore di Kvartal 95 – il sodalizio artistico che lo ha battezzato – mentre Ilya Samoilenko, responsabile dell’intelligence del reggimento Azov, è figlio di Alla Samoilenko, nota talent-scout del cinema ucraino.

Esponenti del battaglione Azov immortalati con tre bandiere: NATO, Azov e nazista. A sinistra un saluto “romano”

Il rischio di riscrivere la storia

Ma le narrazioni costruite e piene di falle e i tentativi di ripulire l’immagine di personaggi più che controversi, non fanno danni solo al buon giornalismo. Nel caso dei battaglioni neri dell’Ucraina, il rischio è quello di scusare e alla lunga dimenticare i crimini di cui questi gruppi di estremisti si sono resi colpevoli, trasformandosi da compiacenti a collaborazionisti. Sta già succedendo con la frangia Pravy Sector, il “Settore Destro” ritenuto colpevole del massacro di Odessa del 2 maggio 2014 di cui si diceva sopra, che si sta già tentando di riscrivere e di manipolare con la storia dell’incendio accidentale suffragata da strumenti divulgativi ad ampia diffusione come Wikipedia.

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CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Il piano della Russia per contrastare e ribaltare le sanzioni parte dall’Artico

La nuova rotta commerciale del Mare del Nord bypasserà e lascerà a secco i Paesi ostili, trasformando le sanzioni da un problema a un trampolino di lancio. Il progetto da 1,3 trilioni di rubli che dal 2024 lancerà l’Artico nell’economia mondiale con la costruzione di quattro terminal avanzati, vettori di gas, infrastrutture all’avanguardia e una centrale nucleare galleggiante

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Il piano della Russia per contrastare (e ribaltare) le sanzioni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Che la Russia non sarebbe uscita con le ossa rotte dopo le sanzioni imposte dall’Ue e dagli USA era chiaro. Altrettanto evidente era che lo scotto maggiore delle politiche atlantiste lo avrebbero pagato (e lo pagheranno, purtroppo) i Paesi come l’Italia. Quelli, cioè, che non possono contare su un’autonomia commerciale ed energetica, e che dunque saranno colpiti in maniera quasi irreversibile dalle sanzioni di ritorno. Un effetto boomerang voluto, secondo alcuni. Ma quello che forse non è stato considerato abbastanza, è che mentre l’Europa e l’America erano impegnate ad accrescere la retorica filo-ucraina a prescindere, a nascondere le proprie responsabilità sulla presenza di biolaboratori e a demonizzare Putin, il presidente della Federazione Russa limava assieme ai tecnici il piano per ammortizzare le sanzioni comminate, e anzi per utilizzarle come un trampolino di lancio.

Si parla spesso dell’India e della Cina quali partner privilegiati della Federazione, ma nessuno in questo frangente considera abbastanza che la Russia negli ultimi decenni ha coltivato all’interno della sua sfera di influenza diretta la piazza delle nuove frontiere energetiche, tecnologiche e commerciali: l’Artico. Già sede di basi militari russe (in alto, nella foto), secondo l’Occidente è proprio a Nord del Pianeta che si giocherà la prossima corsa alle risorse. In realtà – per quanto in parte contesa dagli USA e dai Paesi rivieraschi – nella Regione è indiscusso l’ascendente della Russia, che in questi anni ha destinato investimenti crescenti virando con ancora più decisione dopo lo scoppio del conflitto con l’Ucraina.

La corsa allo sviluppo dell’Artico e al suo popolamento

L’Artico del prossimo futuro potrebbe essere molto diverso da come è oggi, proprio grazie all’intervento della Russia, che il primo marzo del 2021 è diventata Presidente del Consiglio Artico in rappresentanza del 58% della costa e delle centinaia di migliaia di russi che già vivono nella Regione. E’ di questi giorni la presentazione di un piano di sviluppo che prevede l’investimento di 1,3 trilioni di rubli, la creazione di almeno 30mila posti di lavoro e la messa in opera di 460 progetti statali, alcuni dei quali già completati. L’obiettivo è la creazione – entro il 2024 – di nuove unità abitative, centri di ricerca, asili, scuole, strutture all’avanguardia. Una scommessa ambiziosa, supportata da iniezioni costanti di capitali, dall’invio di container colmi di risorse e da sostegni crescenti alle piccole e medie imprese stanziali. Certo la sfida più dura da vincere a certe latitudini è il freddo, ma gli sgravi, le agevolazioni e il ricorso a soluzioni innovative sono e saranno tali che è già corsa all’ulteriore popolamento delle zone artiche. Ovviamente il mainstream ha trovato il modo di falsificare anche questo, trasformando la scelta di molti ucraini di trasferirsi nelle zone artiche (dove dal 1 febbraio 2022 possono richiedere e ricevere gratuitamente appezzamenti di terreno fino a un ettaro) in “deportazioni”. Dall’Ucraina, dalla Russia e dai Paesi limitrofi a fine 2021 – riferiscono le autorità locali – erano giunte già oltre 4.000 domande per gli ettari artici, in prevalenza nelle zone di Murmansk e Arkhangelsk (i centri più industrializzati e popolati), a Yamalo-Nenets e Carelia. Ma cosa prevede il piano di rilancio dell’Artico? Vediamolo nel dettaglio.

Il piano della Russia per contrastare e ribaltare le sanzioni parte dall'Artico | Rec News dir. Zaira Bartucca
Pevek come si presentava qualche anno fa
La strategia sulle risorse: vettori di gas di classe artica, quattro terminal e un nuovo corridoio di trasporto

Al centro del quadro di sviluppo della rotta del Mare del Nord c’è la creazione di quattro terminal moderni, per i quali fino al 2030 si investiranno 300 miliardi di rubli. Alcuni, come quelli di Pevek, sono già in fase di avvio. Previsti poi un’ infrastruttura di ricerca e di soccorso, una centrale nucleare galleggiante e sistemi di monitoraggio all’avanguardia. La Russia guarda all’aumento di domanda interna di petrolio, gas e carbone, stimolando la conversione delle materie prime e aumentando le consegne verso i Paesi non ostili: cruciali, a questo proposito, sarà il riammodernamento di snodi ferroviari come la Northern Latitudinal Railway (la cosiddetta “autostrada polare”) e la costruzione di vettori di gas di classe artica. Il progetto Arctic LNG 2, prevede invece la creazione di un centro unico di impianti offshore di grande tonnellaggio a Murmansk, mentre lo sviluppo del giacimento di carbone da coke Syradasaisky garantirà il trasporto di fino a sette milioni di tonnellate di materia prima lungo la rotta del Mare del Nord entro il 2026. Secondo i presupposti, i progetti artici aggiungeranno più di 30 trilioni di rubli al PIL entro il 2035, generando entrate fiscali per 13 trilioni e permettendo di ripianare gli investimenti di bilancio in appena quattro anni.

Il piano della Russia per contrastare e ribaltare le sanzioni parte dall'Artico | Rec News dir. Zaira Bartucca
Murmansk
Così la Russia bypasserà (e lascerà a secco) i Paesi ostili

Si diceva in apertura che le sanzioni non affosseranno la Russia, ma anzi saranno un boomerang per chi le promuove. E’ vero anche per gli aspetti strettamente tecnici, tant’è che la Federazione è al lavoro con quattro rompighiaccio (altre sei sono in costruzione) per favorire un nuovo corridoio strategico di trasporto globale che riguarderà proprio la Regione Artica e che nel medio termine servirà a canalizzare la maggior parte delle spedizioni di merci. Si prevede che entro il 2030 i carichi trasportati tramite questo canale commerciale avranno superato i 200 milioni di tonnellate. A partire dal 2025, inoltre, il collettore pubblico di imprese Rosatom lancerà una linea di trasporto regolare, che aumenterà il transito internazionale di 30 milioni di tonnellate entro il 2030.

Lo snodo della salvaguardia dell’ambiente e le collaborazioni internazionali

Nell’ambito del programma di sviluppo della zona artica, attenzione è riservata anche all’ambiente, visto che si tratta di una zona che presenta una biodiversità ed ecosistemi unici nel loro genere. Attenzione sarà dunque rivolta anche alla conservazione della natura artica e a progetti di monitoraggio dello stato di permafrost, al fine di preservarne la stabilità. A questo fine la nave Severny Polyus (Polo Nord) sarà trasformata in una piattaforma di cooperazione scientifica internazionale, e lavorerà nel formato di un laboratorio operativo che fornirà la più ampia gamma di studi dei depositi inferiori e degli strati superiori dell’atmosfera.

I limiti dello sviluppo

La legge che regolamenta le possibilità di business nell’Artico è entrata in vigore nel 2020, ma è applicabile in via prevalente alle aziende di grandi dimensioni, alle nuove imprese e ai cittadini che ottengono lo status di residenti, che possono godere di numerosi incentivi e benefici fiscali. Come per tutte le dinamiche migratorie, però, il boom economico senza precedenti si sta ripercuotendo sulle popolazioni locali che sono presenti nell’Artico dal 17° secolo. Si tratta di ormai diciannove minoranze etniche e culturali che stanno dimostrando difficoltà ad integrarsi nei progetti di rilancio. Secondo il presidente della Commissione statale per lo sviluppo artico Yury Trutnev la soluzione è coinvolgere la popolazione locale nelle occupazioni tradizionali che gli sono sempre state congeniali, dunque caccia, pesca, e allevamento, e trasportarle il più possibile nell’economia “reale” garantendogli uno status giuridicamente vantaggioso. “Il compito – ha detto – è quello di riportare le occupazioni tradizionali nel settore reale dell’economia. Le comunità etniche devono ottenere lo status di imprese: in tal caso le persone che lavorano in quei settori potranno rapporti giuridici con lo Atato”.

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INCHIESTE

Ucraina, la confessione dell’ex direttore DARPA

Steve Walker: “E’ un banco di prova per le tecniche di guerra ibrida. Ci offre l’opportunità di sviluppare azioni di contrasto che potrebbero avvantaggiare gli Stati Uniti e i loro alleati a lungo termine”

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"I programmi in Ucraina avvantaggeranno USA e alleati". Così parlava il direttore del programma del Pentagono DARPA | Rec News dir. Zaira Bartucca
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L’Ucraina come un grande territorio di sperimentazione a cielo aperto. Non solo per quanto riguarda i patogeni più pericolosi e letali, ma anche per i test di guerra ibrida da parte degli USA per assicurarsi un predominio sulla Federazione Russa sondando le reazioni di contrasto alle loro tecniche. Nel 2018 l’allora presidente del programma del Pentagono sulla Difesa avanzata e la tecnologia (DARPA) presentava con toni entusiastici l’avvio della collaborazione tra Ucraina e Pentagono, che in realtà ha radici ben più lontane.

“Non forniamo loro armi o qualcosa del generechiosava Steve Walker, poi sostituito da Victoria Coleman – ma guardiamo a come aiutarli con le informazioni” (su questo si veda il ruolo dei nuovi servizi esteri ucraini permeati dalla CIA). “L’Ucraina – proseguiva il direttore della DARPA – è diventata un banco di prova per le tecniche di guerra ibrida dalla Russia. Mentre questo ha permesso a Mosca di testare nuove capacità e tecniche, offre anche l’opportunità di sviluppare tecniche di contrasto che potrebbero avvantaggiare gli Stati Uniti e i loro alleati a lungo termine. L’Ucraina, dunque, come un territorio da strapazzare, da contendersi tirando la corda da un lato e dall’altro perché – abbiamo spiegato in queste settimane – gli interessi erano e sono molteplici: politici e di mercato, legati alla presenza di biolaboratori e, si dirà presto, legati alla ricostruzione digitale e domotica di abitazioni, scuole e ospedali dotati di telemedicina. O, almeno, stando a diverse esternazioni di alcuni sindaci, questo sembra essere l’intento.

Un organismo più che controverso

Com’è noto, DARPA non è affaccendata solo in Ucraina. Da tempo immemore porta avanti programmi ad uso militare e civile che mirano a implementare connessioni tra cervello umano e computer (BCI). Non si tratta né di fantascienza né di teorie del complotto, e per comprenderlo basta guardare agli esperimenti di Neuralink, ormai conosciuti anche dal grande pubblico, e a quanto rilevato da esperti di controllo mentale come la professoressa Rauni Kilde. DARPA può contare anche su un omologo europeo che si chiama JEDI, laddove l’acronimo sta per “Joint European Disruptive Initiative”.

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CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Altro che sostegno. I biolab e la mannaia dell’Ue e degli USA sull’agricoltura e l’allevamento ucraini

Lo Ukraine Science Project e gli eventi che nel giro di qualche anno hanno trasformato lo Stato dell’ex Unione Sovietica da un concorrente di mercato a un territorio alle dipendenze di Bruxelles e degli Stati Uniti. E le politiche di indebitamento portate avanti dalla presidenza di Zelensky non faranno altro che peggiorare la situazione

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Altro che sostegno. I biolab e la mannaia dell'Ue e degli USA sull'agricoltura e l'allevamento ucraini | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il 2014 per l’Ucraina è l’anno emblematico della guerra civile e anche quello del lavorìo dei democratici e delle aziende americane che hanno posato le mani sulle principali città dell’ex Stato dell’Unione sovietica. “L’esportazione della democrazia” questa volta è nascosta dietro lo Ukraine Science Project: centinaia di biolaboratori (foraggiati dal Pentagono e da Società opache) sparsi per Karkhiv, Poltava, Lviv, Kherson, Luhansk, Vinnytsia, Ternopil, Sumy, Zakarpatska e Mykolaïv. Una vera e propria fabbrica di armi biologiche, il centro nevralgico dei patogeni in una posizione geografica più che strategica: da un lato l’Ue e dall’altro una Russia stanca di prodursi in ultimatum sul pericolo biologico agitato ai suoi confini. Una potenziale minaccia bioterroristica per le popolazioni, ma anche per gli animali e le vegetazioni.

Anche gli Stati europei avevano le mani in pasta: il caso dell’Italia e i legami con lo IEKVUM di Karkhiv, per esempio, sono stati svelati in esclusiva da Rec News. I motivi erano politici: “Affermare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia e continuare l’integrazione nella società occidentale” (dirà via mail in quell’anno ad Hunter Biden l’allora vicepresidente di Metabiota Mary Guttieri), ma anche economici. Scorrendo i carteggi delle corrispondenze tra i boards di Metabiota, Rosemont Seneca Partners e il figlio di Joe Biden, si apprende che i finanziamenti della Difesa a stelle e strisce non hanno riguardato solo il ministero della Salute ucraino, ma anche il ministero dell’Agricoltura.

Sull’efficacia del “sostegno” c’è molto da discutere, così come rimane controverso il ruolo dei programmi del Pentagono, tra cui il Defence Treat Reduction Agency (DTRA). Il granaio d’Europa dai terreni neri e fertili e abitato da una fauna variegata è ufficialmente protetto dall’ “Agenzia di riduzione delle minacce”, ma i colpi al territorio ucraino si vanno – paradossalmente – moltiplicando. Tra il 2015 e il 2016 l’Ucraina viene stravolta dall’aviaria e dalla peste africana. Si manifesta perfino l’antrace, che non risparmia nemmeno gli umani. Caso vuole che su tutti i patogeni si lavorasse alacremente proprio nei biolaboratori finanziati con cifre a sei zeri: lo IEKVUM, addirittura, vantava/vanta un sottolaboratorio specializzato nella creazione di virus che colpiscono l’uccellame da alimentazione. Anche la peste suina fa cadere decine di migliaia di capi di bestiame. A fine 2015 il piccolo complesso di Kalyta (Brovary Raion, Oblast di Kiev) vengono uccisi e bruciati 60mila maiali finché – nel 2016 – l’Unione europea del “sostegno incondizionato” non vieta l’importazione di carne e pollame dall’Ucraina a causa della situazione epidemiologica del Paese.

Le conseguenze sono che già nel 2017 l’Ucraina importa più carne di quanto ne esporta, e da concorrente di mercato per quanto riguarda i lavorati si trasforma ben presto in uno Stato alle dipendenze di Bruxelles e degli Stati Uniti. E, per arrivare a oggi, il presente e il futuro non possono essere più rosei, viste le politiche di indebitamento portate avanti dalla presidenza Zelensky per la corsa agli armamenti, mentre la ricostruzione e la rigenerazione dei territori coltivati e adibiti all’allevamento si fanno sempre più lontani. Una guerra sotterranea che non si vede nei tg che non si combatte a colpi di mortaio e bombardamenti, ma all’insegna della distruzione di un territorio, delle sue risorse e del benessere collettivo. E ad essere colpevole, in questo caso, non è la Russia.

“Peste suina africana in Ucraina” – in IZS Teramo
* Ucraina: evoluzione della peste suina africana-PSA – 01/10/2015
OIE bollettino 2016 – Antrace in Ucraina

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CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

L’Italia tra i Paesi che collaboravano con un biolaboratorio ucraino finanziato dal Pentagono

Recnews.it | Il legame tra medici e organizzazioni italiane e lo IEKVUM di Karkhiv, dove si studiano, conservano e producono patogeni. E’ classificato come a rischio biologico alto. 194 i bio-laboratori ucraini finora noti finanziati dal Pentagono e da organizzazioni estere. La minaccia biologica agitata ai confini della Russia e dell’Ue che il mainstream non racconta e che in parte ha motivato l’intervento russo

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L'Italia tra i Paesi che collaboravano con un biolaboratorio ucraino finanziato dal Pentagono | Rec News dir. Zaira Bartucca

Si parla tanto di una minaccia nucleare che a diversi analisti di geo-politica appare infondata, ma si parla ancora poco della possibile guerra biologica – un’altra, subito dopo il covid – che si agita ai confini della Russia e della stessa Ue. Lo scorso 6 marzo RIA Novosti ha pubblicato il documento relativo all’ordine del Ministro della Salute ucraino Viktor Lyashko di distruggere gli agenti patogeni e i documenti compromettenti nei laboratori biologici finanziati dal Pentagono di Poltava e Kharkiv. Stranamente tra i media mainstream nostrani sempre pronti a fare da cassa di risonanza ai sottoposti di Zelensky, la notizia non ha avuto alcuna eco. C’è una buona ragione e risiede nei rapporti – di cui si dirà più avanti – intercorsi tra alcune organizzazioni del nostro Paese e uno di questi bio-laboratori.

Fonte: Agenzia di stampa RIA Novosti

L’11 marzo Ansa rilanciava un monito analogo dell’OMS che era tutto un’ammissione, quello cioè di “distruggere gli agenti patogeni ad alto rischio nei laboratori sanitari per prevenire potenziali fuoriuscite”.

“L’Oms ha raccomandato all’Ucraina di distruggere gli agenti patogeni ad alto rischio nei laboratori sanitari per prevenire potenziali fuoriuscite. Lo riferisce la Cnn. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha “fortemente raccomandato” al Ministero della Salute in Ucraina di distruggere in sicurezza “agenti patogeni ad alta minaccia” che potrebbero essere ospitati nei laboratori di salute pubblica del Paese al fine di prevenire “eventuali fuoriuscite. L’Oms ha anche incoraggiato “lo smaltimento sicuro e protetto di qualsiasi agente patogeno” e si è messa a disposizione per assistere se necessario e ove possibile”.

Il riferimento è ai 194 laboratori ucraini dove – almeno dal 2012 – si studiano patogeni in grado di colpire umani e animali e di contaminare spazi naturali (per esempio fiumi, laghi o piantagioni). Coronavirus, Lassa, febbre suina, peste, antrace, la lista è davvero infinita: si parla di migliaia tra virus e batteri e altrettanti esemplari di campioni di DNA di genotipi specifici schedati dai medici finanziati dal Pentagono. Un faro sull’argomento è stato acceso da RT Spagna dopo la conferenza stampa degli scorsi giorni del comandante delle truppe per la Protezione radiologica, chimica e biologica Igor Kirillov, dove è stata resa nota parte della documentazione comprovante la presenza di laboratori dove si effettua anche sperimentazione umana (reazioni a vaccini e farmaci, studi sul DNA e sull’RNA, trasmissioni di virus e batteri dagli animali all’uomo). Emblematico il caso di 4000 soldati ucraini – svelano i carteggi – volontariamente esposti a una forma di febbre emorragica.

Per uno di questi bio-laboratori – l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv – Rainews e AGI hanno perfino fatto una vera e propria levata di scudi, pubblicando due articoli quasi identici, non solo nel titolo:
Ucraina, Science: “La propaganda russa diffonde fake news sulla ricerca scientifica”
La propaganda russa diffonde fake news sulla ricerca internazionale

Il legame tra medici e organizzazioni italiane e lo IEKVUM

Scavando di un livello e incrociando i dati emersi dai documenti resi noti, si scopre che l’Italia fa parte dei Paesi che collaboravano/collaborano con l’Istituto di Medicina Veterinaria di Kharkiv (e presumibilmente con altri) assieme a Polonia, Danimarca, Serbia, Germania, Cina, Svizzera, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Svezia e Francia. Come si può notare, se si mette da parte la Cina sono tutti Stati che stanno difendendo la retorica dell’invasione ucraina e stanno ignorando il problema dei laboratori biologici. Nella Republika Srpska a maggioranza serba la guerra in Ucraina ha addirittura fatto scoppiare un conflitto parallelo con le popolazioni croato-bosniache, mentre per quanto riguarda la Danimarca si è parlato a più riprese di una possibile e funzionale annessione alla NATO, proprio mentre il Paese si prepara – il prossimo 1 giugno – a esprimersi tramite referendum su una possibile sottomissione alla Difesa dell’Unione Europea.

Non è la difesa del popolo ucraino a motivare la retorica degli interventisti

Non è, insomma, la “causa ucraina” o “il popolo ucraino” – ignorato dal 2014 in poi, anche mentre avvenivano sanguinosi scontri nel Donbass – a motivare i vari governi che stanno inviando armi e capitali, ma piuttosto il desiderio di nascondere le proprie responsabilità e di tutelare i cospicui investimenti fatti in ambito – ancora una volta – sanitario e sperimentale. Se il covid è stata una “guerra” (biologica, più che figurata), un altro conflitto silenzioso e silenziato avveniva in un’Ucraina piegata da morbi un tempo messi da parte e poi – contestualmente alla presenza di laboratori – riesumati. Nel 2017 a Kharkiv si verifica un focolaio di Epatite virale A e altri simili si verificano a Zaporizhye, Mykolaev e Odessa (tutte zone interessate dall’operazione speciale russa di bonifica dai laboratori e dai presidi NATO). Sempre a Kharkiv nel 2019 si verificano nuovi focolai, prima di meningite e poi nuovamente di Epatite, che questa volta si manifesta in 328 soggetti, il 52% dei quali bambini.

La zona è interessata dalla presenza del Karkhiv Regional Laboratory Center, struttura dislocata al confine con la Russia finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Consultando fonti aperte, è possibile accertare due finanziamenti (uno da 1,64 milioni di dollari e uno da 440 mila dollari) erogati tramite l’appaltatore generale Black & Veatch. Non è l’unica struttura a fare capo al Pentagono, e qui torniamo al laboratorio che vanta una partnership “primaria” con organizzazioni italiane e dunque all’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv. Il Centro sorge o sorgeva (la città, al pari delle altre che ospitano laboratori e presidi NATO, nelle ultime settimane è stata interessata da diversi attacchi) sull’edificio originario della vecchia clinica del 1923 in via Pushkinskaja 83, protetto da ampie mura perimetrali e alti viali alberati che lo circondano sui quattro lati.

Nel 2015 sugli insediamenti originari si sviluppa un laboratorio moderno che lavora su patogeni letali, organizzato in uno dei sotterranei dell’Istituto e ad accesso impedito ai medici ucraini. Prevalente la componente americana, ma molti sono anche i professori e le professoresse italiani. Dopo i primi cospicui foraggiamenti devoluti dall’amministrazione Obama (che, ancora senatore, visiterà il complesso per vedersi “sventolare davanti una fialetta di antrace e una di peste”, dirà in un suo libro) sorgono i problemi: i rubinetti vengono chiusi dagli stessi democratici e e al plesso rimangono i problemi di gestione e soprattutto conservazione dei patogeni. Il rischio di fuoriuscite diventa un problema concreto, ammesso dallo stesso ex presidente degli USA: “Vidi un frigo tenuto chiuso da un filo”, è il racconto allarmante che farà più tardi.

Per comprendere il pericolo agitato ai confini della Russia e della stessa Europa, bisogna sottolineare che lo IEKVUM comprende/comprendeva una raccolta di virus di malattie animali, collezioni di determinati pool genetici, colture cellulari per la medicina veterinaria e le biotecnologie. Negli anni l’Istituto ha studiato, sperimentato e manipolato i virus di aviaria, tubercolosi e altri che provocano malattie nelle zanzare, nelle api, negli uccelli e nei pesci. Il lavorìo sotterraneo prendeva corpo in 14 laboratori (uno specializzato proprio sull’aviaria) una stazione di ricerca e 5 centri di produzione. Il tutto in pieno centro di Karkhiv, ma sottoterra, al riparo da sguardi indiscreti, mentre il livello superiore (in alto, nella foto), appariva come un normale centro di ricerca. Moltiplicare almeno per cento (periferia di Kiev, Lviv, Zaporizhzhya, Mykolaiv) per comprendere l’altro volto dell’Ucraina nascosto dalla macchina della propaganda e dai dispacci dei servizi segreti esteri pilotati dalla CIA. E il ruolo delle organizzazioni italiane coinvolte, come accennato, è tutt’altro che secondario, essendo collegate a laboratori con il più alto livello di rischio biologico.

Da chi sono finanziati i biolaboratori in Ucraina

Sui finanziamenti di questi laboratori biologici è già stato scritto molto dopo la fuga di informazioni che è avvenuta tra fine febbraio e inizio marzo e dopo il punto stampa del comandante delle truppe per la Protezione radiologica, chimica e biologica Igor Kirillov. Oltre al Pentagono, le strutture possono contare sui foraggiamenti delle solite fondazioni sorosiane, sull’incubatore Black & Veatch e sulle iniezioni di capitale da parte dei Paesi coinvolti. Un ruolo cardine ha la famiglia Biden, legata – abbiamo scritto due anni fa – a doppio filo con l’Ucraina. Il riferimento è alla società di investimenti Rosemont Seneca Partners, fondata nel 2009 dal rampollo che ha avuto tanta parte anche nella nota vicenda Burisma. Gli affari erano intrecciati a quelli di Metabiota, azienda con sede a San Francisco specializzata in patogeni in grado di scatenare pandemie.


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