Il “sogno europeo” che ha ucciso Antonio

Un funerale di Stato gonfio di simboli non basta a lavare le responsabilità delle istituzioni per la morte di Megalizzi e non cancella le pecche della fallita integrazione. E’ il momento del raccoglimento, non quello dello sciacallaggio

Non ci presteremo alle strumentalizzazioni che da più di una settimana stanno sfruttando la tragedia capitata al povero Antonio Megalizzi, il giovane giornalista radiofonico deceduto a causa dei recenti fatti di Strasburgo. Non lo faremo per non equipararci a chi, da giorni e giorni, ne sfrutta il dramma umano per ribadire la fantomatica bontà del progetto europeo. O a chi, come l’Ordine dei giornalisti, di un promettente collega si ricorda solo dopo il suo perimento conferendo tessere post-mortem di dubbia utilità. Non lo faremo in rispetto della famiglia e degli amici devastati dal dolore, ma una riflessione fatta in punta di piedi, è d’obbligo.


Megalizzi si sentiva forse europeista o, più probabilmente, l’Europa la raccontava per il semplice fatto che esisteva. Da buon cronista, le riconosceva cioè influenza nelle dinamiche sociali, culturali, politiche. A Strasburgo, come confermato da persone vicine, c’era da appena qualche giorno. E’ dunque corretto lo sciacallaggio mediatico che non perde occasione di ribadirne il presunto orientamento che si vuole legittimare a tutti i costi perché “Antonio avrebbe voluto che il sogno europeo diventasse realtà”? Sono essenziali alcune sottolineature o si tratta di stucchevoli mezzi per utilizzare le disgrazie e abbellirle in una maniera tale da negare che, comunque la si veda, è un giovane innocente a essere scomparso e non una pedina dei giochi di Bruxelles?


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Il sogno europeo (che forse è più proprio chiamare delirio) al povero Megalizzi è costato la vita. Per convincersene basta guardare il profilo del killer, straniero radicalizzato che abitava in Francia, dove covava i suoi piani di distruzione estremista. E’ il sistema incentivato dalla stessa Unione Europea che ha permesso a Chérif Chekatt di entrare nel tessuto francese, di esserne un pluri-pregiudicato per reati anche gravi e di rimanere, assurdamente, impunito e a piede libero. Lontano anni luce dalla tanto decantata integrazione che, ormai è chiaro, è solo un’illusione. Ce lo chiede l’Europa, per chiosare uno degli aforismi senza senso più utilizzati. Forse, ce lo chiede anche Macròn. E così piace agli eurocrati, ai religiosi e ai colleghi che, dopo che l’irrimediabile è successo, si prodigano nel pianto del coccodrillo. Antonio, sembrano suggerirci, per l’Europa ci sarebbe quasi morto.


Peccato che non sia assolutamente vero, anzi l’affetto di chi in questi giorni e ore di raccoglimento lo compiange dice esattamente il contrario. Antonio era attaccato alla vita, e suo diritto era rimanerci. Se il fondamentalismo religioso – dalla strage di Charlie Hebdo a quella del Bataclan – miete storie e vite, è perché un sistema distorto che poco tiene al cittadino ne permette l’omicida proliferazione. Se Megalizzi è morto, è perché proprio l’europarlamento che si vuole incensare e che entra ovunque spogliandosi delle responsabilità, non ne ha garantito la sicurezza. E’ l’Europa dei doveri che però, inspiegabilmente, agli italiani non sa garantire diritti, così come ad Antonio non hanno garantito quello più ovvio e naturale di vivere la propria gioventù. E questo, parate gonfie di simboli o no, fa rabbia, tanta rabbia.


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Dalle ceneri di un’Italia distrutta nasce la vicenda familiare e professionale di Antonio. La stessa di tante famiglie meridionali costrette a spostarsi verso nord per garantire un futuro degno di essere tale ai propri figli, la stessa dell’esercito di giovani che emigra all’estero perché la sterilità lavorativa perseguita dall’Europa in favore della globalizzazione nega loro la possibilità di lavorare in Patria. In cerca di quel lavoro che tanto amava e che qui nessuno – primo su tutti l’Odg della tessera a posteriori – era in grado di garantirgli – si è trovato a Strasburgo. Dove, giocoforza, la necessità si è sposata con la curiosità e con la passione per il mestiere più bello del mondo, ma anche il più oltraggiato.


Non c’è giornalismo nelle cronache dell’arrivo di un aereo di Stato che porta a bordo la salma di un giovane o nella cronostoria dei suoi funerali, così come non c’è umanità in un vessillo europeo che copre la bandiera italiana o in un inno alla gioia suonato quando, ormai, di gioia ce n’è davvero poca. E in questo le istituzioni ipocritamente solidali con la vicenda umana di Megalizzi hanno le loro responsabilità. Non siamo sicuri se Antonio avesse voluto, potendo sapere in anticipo la sorte amara che gli sarebbe toccata a causa della globalizzazione incontrollata, che il “sogno” europeo diventasse realtà. Certamente, da persona caratterizzata dal buon cuore di chi ha il Sud nel dna, avrebbe sperato che la sua sorte non toccasse ad altri. Invece, salvo decise inversioni di tendenza, il destino di tanti Antonio è già segnato.


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Strasburgo non sarà l’ultimo degli attentati, Megalizzi non è l’ultimo morto che piangeremo. Ma a questo, gli eurocrati e i politici dei piani studiati a tavolino non pensano. Tanto più che ogni tragedia è, ormai, ridotta a macabro pretesto.


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