“Carlo vuole vivere da povero”, la strana frase che ricorre in chi ha avuto aiuto dal professore di Airuno


Il signor Gilardi sarebbe l’unica persona al mondo contenta di non poter disporre di nulla di suo, l‘unico del pianeta entusiasta di vivere in una casa fatiscente per colpa di chi non l’ha aiutato con gesti d’attenzione. Un uomo da spremere come un limone, nell’ipocrisia generale. E invece no



Articolo di opinione

“Carlo vuole vivere da povero”. “Carlo vuole essere povero”, “vuole fare una vita umile”. “Carlo vuole solo stare con i suoi animali”, oppure “Carlo è contento solo se dà qualcosa agli altri”. Sono le frasi che ricorrono in molti che gravitavano attorno a Carlo Gilardi, il professore 90enne di Airuno per il quale il Tribunale di Lecco ha disposto un ordine di protezione. Proprio per esaudire il provvedimento, l’uomo attualmente è ospite dell’Airoldi e Muzzi, casa di riposo che si trova a Lecco. Sette, i rinviati per circonvenzione di incapace: avrebbero approfittato della bontà del professore, che mentre si trovava a dover elargire a destra e a manca terreni, abitazioni e chi più ne ha più ne metta, viveva in una casa diventata a dir poco spartana, in cui nessuno si era sentito in dovere di rimboccarsi le maniche.



Neppure chi ora si affanna a gridare in direzione di un rientro che deve avvenire dopo determinate condizioni. Anzitutto, il ripristino dell’abitazione in cui si trovava di recente prima di trasferirsi nella casa antistante i boschi di Airuno (anche quella a quanto pare è sua, altro che ospitalità); secondo ma non ultimo, lo sgombero delle case di Gilardi che sarebbero occupate da terzi. Questo si apprende dalla stampa locale, e questo sarebbe trapelato da chi ha voce in capitolo sulla vicenda. Non si sa se tra chi sarà costretto a levare le tende ci siano i rinviati a giudizio né – al di là di Brahim – è dato ancora sapere i nomi di chi secondo la Procura è coinvolto nella vicenda. Quel che è certo è che la strana frase del “Carlo povero” continua a provenire da chi a Gilardi è stato vicino, da ex amministratori, da alcuni airunesi, da chi prepara striscioni e perfino da chi sta davanti alle telecamere. Una frase comoda, non c’è che dire, che permette di chiudere gli occhi, di costruirsi una realtà su misura e – perfino – di ignorare la vicenda giudiziaria, che pare che qualcuno abbia interesse a far passare in secondo piano.


Il signor Gilardi sarebbe (per loro) l’unica persona al mondo contenta di non poter disporre di nulla di suo (ma allora perché chiedeva ai suoi tutori di poter accedere al suo patrimonio?), l’unico del pianeta entusiasta di vivere in una casa fatiscente per colpa di chi non l’ha aiutato e certo non per causa sua, un uomo da spremere come un limone perché “a Carluccio va bene così”. E invece no. Il professor Gilardi ha – come tutti – diritto alla vita dignitosa che peraltro si è ampiamente meritato. Chi dice di volergli bene, dovrebbe riflettere su questo più che sui propri egoismi.


Che tutto non andasse a meraviglia, che la vita del signor Carlo negli ultimi tempi non fosse tutta rose e fiori, lo testimoniava del resto anche la lettera scritta a gennaio. Un disappunto velato, composto, un sommesso grido d’aiuto che nessuno ha compreso: proprio quelli che oggi hanno la lacrima facile, forse, allora erano troppo impegnati a guardare a sé stessi e a quanto ottenuto. “Qui sono a casa mia e non devo dire grazie a nessuno”, dice Gilardi dopo che si trasferisce “da Brahim”, ma in realtà da sé stesso. Un fatto debitamente ignorato (assieme agli espropri e alle condizioni limite in cui viveva) che, da solo, dice più di mille servizi tagliati e montati ad arte.


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