Corsa all’Africa, il nuovo Terzo mondo sarà l’Italia

I pezzi forti del Made in Italy di stanza nel continente, dove si combatte la guerra commerciale tra Cina, Uk, Usa e Francia. Sarà il centro nevralgico dei prossimi cinque anni, con un Pil da due triliardi di dollari


Articolo scritto il 06/12/18 e aggiornato il 29/05/19


C’è un’Africa manifesta e una sottaciuta. La prima è quella degli stenti e delle migrazioni orchestrate. La seconda, ricca, prospera e intenzionata a scrollarsi di dosso non già il debito stellare che grava su popolazioni affamate e morenti, ma il senso di arretratezza che la caratterizza. Il senso, perché nonostante le mire e gli investimenti miliardari che si agitano nella pancia del Continente, l’Africa si prepara ad aumentare il divario interno e, sorpresa, anche quello esterno. Sono 36 i paesi che saranno interessati nel prossimo quinquennio dagli investimenti miliardari di Gran Bretagna, Usa, Russia e Francia. Su tutti sembra doversi imporre la politica aggressiva della Cina. Il suo presidente, Xi Jimping, nel corso del Forum di cooperazione cino-africana dello scorso settembre, ha annunciato l’intenzione di devolvervi 60 miliardi sotto forma di investimenti e prestiti.


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L’agricoltura del domani sarà africana. Uno dei segmenti reputati maggiormente interessanti (gli altri sono energia, infrastrutture e commercio al dettaglio) è quello dell’agricoltura. Il continente già da solo provvede a esportare in tutto il mondo il 10 per cento di quanto produce. Con le nuove politiche legate ad Agenda 2063 che guarda al panafricanismo e con l’accordo Afcfta sottoscritto da 52 paesi, conta di spingersi fino al 60 per cento. L’aspetto, se da un lato restituirà vantaggio ai paesi coinvolti (che non coincidono con la totalità), contribuirà a danneggiare chi come l’Italia (e come denuncia Coldiretti) è già interessata dall’importazione selvaggia di frutta e verdura proveniente da Spagna, Turchia, Asia e, ancora in misura poco rilevante, dall’Africa. Il tutto, a fronte di un’esportazione irrisoria.


L’importanza di forzare le migrazioni. L’interesse delle potenze economiche che si sono disposte da diverso tempo sullo scacchiere in questione, si concentra sulla possibilità di ottenere materie prime e manodopera a basso costo. Lo svuotamento dell’Africa promosso da patti come il Global Compact, permetterà con ogni evidenza di avere mano libera sulla gestione del petrolio del futuro. Che è, manco a dirlo, proprio il continente interessato da decenni di politiche distorte. Ora per le potenze che si agitano attorno alla torta è arrivato il momento di passare allo step successivo. Il mantra è investire, aumentare a dismisura il debito per le (poche) zone tuttora depresse e raccogliere.


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Le aziende italiane di stanza in Africa. L’Italia, se da un lato non potrà competere commercialmente nell’ambito di uno scenario siffatto (la Cina capofila, per esempio, ha pianificato il suo piano di investimenti miliardari dal 2010 con Hu Jintao), tenta di rafforzare la propria presenza tramite numerose aziende. Anche qui, le ricadute per la Madrepatria sono evidenti. Scorrere i dati di Mercati esteri per credere. Le aziende italiane che producono, hanno sede, uffici o interessi in Africa sono quasi un centinaio.


Il 20 ottobre Calzedonia ha ufficializzato l’apertura di uno stabilimento a Macallè, in Etiopia. Qui Salini Impregilo ha avviato da tempo la sua espansione. Ansaldo è presente nei settori dell’energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata. La mission dell’impresa di costruzioni Bonelli Erede è esemplificativa: “Vediamo il grande potenziale dell’Africa e del Medio Oriente e questo è il motivo per cui la nostra ambizione è quella di diventare il punto di riferimento di chi vi investe (…) per proteggere e supportare gli investimenti internazionali, ma anche le imprese locali e i governi”. Enel nel continente è ormai stanziale, con diversi impianti fotovoltaici e parchi eolici. L’attività dell’azienda è sostenuta dallo stesso Ministero degli Esteri, che a ottobre ha promosso il workshop sulla transizione energetica africana, organizzato dal Renewable Industry Advisory Board (RIAB).


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L’elenco è ancora lungo. Si passa dai noccioleti africani della Ferrero e si continua con Mulino Bianco, che col cacao prodotto in Africa produce un noto tipo di biscotti stellati. Le iniezioni delle imprese italiane al ceto medio africano, però, non fanno che impoverire il panorama economico italiano. Il fuggi fuggi è generale, e l’Italia ormai interessa solo come rivenditore. A difesa del Belpaese, tuttavia, si moltiplicano le iniziative. Una delle più interessanti è quella del docente della Link University Antonio Maria Rinaldi, che di recente ha “pubblicizzato” un mezzo per distinguere i prodotti interamente italiani, che sono quelli che hanno il codice a barre che abbia nelle prime cifre un numero tra 800 e 839.


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