Quirinale, con la scusa del covid votazioni lampo. I partiti vogliono il regime presidenzialista


Cosa rimane sul tavolo al netto dello scetticismo trasversale e delle critiche che si sono levate, compresa quella di un Luciano Violante che intravede – non certo unico – “il concreto rischio di derive autoritarie”. Sarebbero acuite da un Parlamento già depotenziato dai tagli ai deputati



Le elezioni che daranno seguito al mandato di Mattarella saranno tra le più anomale della storia repubblicana. Anzitutto perché la politica ha deciso di mandare nuovamente il covid avanti, e di optare per lavori lampo e per una sola votazione al giorno “causa pandemia”. Si inizia il 24 gennaio e nel giro di poco più di due settimane si dovrebbe giungere al nome, stando a quanto si è potuto apprendere. L’ipotesi è confermata anche dall’ex grillino Di Battista, che ai microfoni di La7 ha detto che “tutto si concluderà entro gennaio”. Nei fatti, i partiti sono risoluti ad azzoppare il dibattito mediatico e di fare alla chetichella la manovra che nelle intenzioni dovrebbe dare il colpo di grazia alla democrazia.


E qui si torna all’anomalia di cui si diceva in apertura. Il partito unico – il calderone che mette insieme Fratelli d’Italia e il Pd, ma anche i forzisti e i pentastellati – vorrebbe portare a casa la prima forma di presidenzialismo nostrano, nell’Italia che a fatica si è lasciata alle spalle il totalitarismo di epoca bellica. Non avrebbe nulla a che vedere con il sogno trumpiano, con il semipresidenzialismo francese o con il conservatorismo nazionalista russo, visto che ad applicarlo ci sarebbero sempre i soliti noti che – per di più – dovrebbero misurarsi con i limiti di una Costituzione che non si modifica in un mese e non può rinunciare a determinate garanzie.


Un aspetto che – per assurdo – non suscita interessi nel partito di Giorgia Meloni, che anzi pur di portare a casa il presidenzialismo che da sempre è il cavallo di battaglia di FdI si è resa protagonista dell’inciucione con Enrico Letta. I giochi, però, sono stati ormai scompaginati, e sarà un po’ difficile portare a casa il risultato. Quasi nessuno è più propenso a sentire parlare di un Draghi bis o di un Draghi multitasking che transita con disinvoltura da Palazzo Chigi al Quirinale, né di un secondo mandato di Mattarella stigmatizzato dalla Lega e anche dagli stessi meloniani.


Cosa rimane sul tavolo? Ben poco oltre allo scetticismo diffuso e trasversale delle critiche che si sono levate, compresa quella di un Luciano Violante che intravede – non certo unico – “il concreto rischio di derive autoritarie” acuite da un Parlamento che sarà depotenziato a causa dei tagli ai deputati. Per superare l’impasse, dunque, il partito unico punterà tutto sulla rapidità. Niente discussioni, proposte, dibattiti, discorsi fiume: solo il torpore post-natalizio che i Palazzi vorrebbero avvolgesse gli italiani, per renderli completamente incuranti di quanto sta accadendo. La conta ossessiva dei vaccinati, dei tamponati, dei no-vax promossa dai media mainstream, senz’altro sarà d’aiuto.


Il nome: dovrà essere (apparentemente) meno caratterizzato possibile, per dare la percezione – sempre illusoria – di un “governo tecnico” e per sedare le ansie ideologiche dei partiti. L’assist tenterà di servirlo sempre Fratelli d’Italia, che nella manovra presidenzialista ha ruolo predominante: si tratta delle proposte di modifica di ben 13 Articoli della Costituzione (quelli che che riguardano l’elezione del Capo dello Stato) che sono state depositate negli ultimi anni (relatore Emanuele Prisco) e che potrebbero tornare prepotentemente attuali nei prossimi mesi se i tempi tecnici non dovessero permettere la manovra di gennaio.

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