Covid pass, il legale avverte: “Obbligo generalizzato non è adeguato e proporzionale”


L’analisi dell’avvocato Di Lorenzo: “Pretendere da tutti i cittadini di sottoporsi ad un qualsivoglia trattamento sanitario quale condizione per recarsi ovunque all’interno dei confini nazionali, non è proporzionato e adeguato per definizione, non tenendo conto della concreta esigenza sanitaria esistente


Il covid pass che potrebbe essere introdotto a breve (e che potrebbe regolare nel prossimo futuro gli spostamenti e sancire il divieto di libero ingresso in determinati luoghi) è costituzionale? E’ legittimo obbligare i cittadini al suo utilizzo? Sono quesiti che abbiamo girato all’avvocato del Foro di Roma Angelo Di Lorenzo, che i lettori di Rec News conoscono già per una sua interessante e recente analisi sulla situazione attuale di cui abbiamo dato conto.


Dopo l’annuncio in conferenza stampa del premier Draghi si discute con ancora più insistenza del possibile utilizzo di un passaporto sanitario. E’ costituzionale? Ci fa un quadro giuridico?

Impossibile dire oggi se le intenzioni manifestate dal Premier si riveleranno costituzionali o meno in fase di traduzione nel provvedimento normativo. In via generale la nostra Costituzione afferma che ogni cittadino ha pari dignità sociale senza distinzione di condizioni personali, e che è compito della Repubblica rimuovere ogni ostacolo che ne limiti di fatto la libertà e l’uguaglianza. Tra le libertà fondamentali che la Costituzione riconosce, oltre a quella personale, entrano in gioco sull’argomento quella di circolazione, di manifestazione del pensiero, del domicilio, di culto, di iniziativa economica, di riunione, di proprietà, della salute e, in sostanza, di qualsiasi attività che consenta all’individuo di realizzare la propria personalità, sia come singolo sia nelle formazioni sociali cui appartiene o sente la necessità di appartenere. Ognuno dei questi diritti, poi, può trovare limitazioni per garantire l’assistenza ad un altro diritto avente pari dignità, purchè ciò avvenga nel bilanciamento delle contrapposte esigenze e con il minor sacrificio possibile di quello costretto a subire la restrizione. La chiave per mantenere la restrizione all’interno dell’alveo costituzionale è la rigorosa verifica della sua proporzionalità e adeguatezza rispetto alla esigenza di cautela sanitaria, ossia se effettivamente esista, nel momento in cui si prescive l’imposizione, una esigenza tale da far sorgere la necessità del ricorso alla extrema ratio di comprimere un diritto di rilevanza costituzionale alle persone. In assenza di proporzionalità ed adeguatezza ad una attuale e concreta esigenza sanitaria siamo fuori dai binari costituzionali.


L'Avvocato del Foro di Roma Angelo Di Lorenzo | Rec News direttore Zaira Bartucca

E’ pensabile che gli spostamenti tra regioni vengano subordinati all’utilizzo del covid pass? E gli eventi?

Tutti i cittadini possono circolare e soggiornare liberamente in ogni parte del territorio nazionale. Questo è un diritto fondamentale ed ineludibile del nostro ordinamento repubblicano, anche se la Costituzione consente restrizioni alla circolazione per ragioni di sanità o sicurezza, purché esse siano disposte con legge ordinaria. Non è sufficiente, però, una norma di legge che lo stabilisca, in quanto è necessario, anche in questo caso, la verifica della proporzionalità e dell’adeguatezza della limitazione alla concreta ed attuale esigenza sanitaria presente in un particolare territorio. È questo il motivo per il quale un obbligo generalizzato risulta sproporzionato e inadeguato a priori, posto che pretendere da tutti i cittadini, indistintamente, di sottoporsi ad un qualsivoglia trattamento sanitario – invasivo o diagnostico che sia – quale condizione per recarsi ovunque all’interno dei confini nazionali, non è proporzionato e adeguato per definizione, non tenendo conto della concreta esigenza sanitaria esistente in un particolare momento storico nello specifico territorio di destinazione, passaggio o soggiorno. Per quanto riguarda gli eventi, farei una distinzione tra quelli pubblici o di rilevanza pubblica (manifestazioni; parate; feste nazionali) da quelli gestiti o forniti dai privati (fiere, concerti, teatri e anche cerimonie o addirittura ristoranti, locali o luoghi aperti al pubblico). Per entrambi vale quanto detto per la libertà circolazione, mentre solo per i secondi bisognerà tenere in considerazione la facoltà (o anche l’obbligo eventualmente imposto dalla legge) del gestore privato di riservarsi il diritto di “selezione” dell’ingresso agli utenti in possesso di determinate caratteristiche o qualità, compresa quella di una certificazione di screening o di vaccinazione.  


C’è chi contrappone alle preoccupazioni sull’anticostituzionalità di determinati provvedimenti un’interpretazione elastica dell’articolo 32 della Costituzione. Ci sono i passaggi sull’ “interesse della collettività” e c’è quel “se non per disposizione di legge” che forse in questo periodo viene scomodato un po’ strumentalmente. Nel pratico, si è liberi o no di sottoporsi o non sottoporsi a tamponi e vaccini?

Quello dell’art. 32 Cost. è un tema spinoso che investe numerosi aspetti delle libertà fondamentali dell’individuo, ma credo che ognuno di essi vada affrontato tenendo presente il dovere incombente sul nostro decisore del rispetto effettivo e concreto dei criteri di proporzionalità ed adeguatezza. È una precisa responsabilità di chi intende obbligare tutti i cittadini ad inocularsi un farmaco e sottoporsi ad un trattamento sanitario. Non basta dire che lo Stato è responsabile per i danni e nemmeno basta richiamare nei preamboli delle leggi di aver rispettato i criteri di proporzionalità ed adeguatezza nell’imporre l’obbligo, ma sarà indispensabile che l’imposizione sia basata su evidenze scientifiche condivise in termini di sicurezza, di necessità e di efficacia, rimanendo altrimenti l’affermazione una semplice formula pigra svuotata di contenuto valutativo e ponderale. Detto questo, non possiamo ignorare che la vaccinazione costituisce l’unica arma efficace contro malattie infettive pericolose, ne abbiamo una diretta esperienza se solo si pensa al morbillo, alla parotite, alla rosolia, al meningococco e al pneumococco, ma è altrettanto vero che tali trattamenti sono imposti solo nei confronti dei soggetti – nella specie i bambini – che risultano essere il bersaglio del virus e che rischiano seriamente gravi, se non letali, conseguenze. Anche in questo caso l’eventuale previsione di un obbligo generalizzato – e quindi riguardanti soggetti diversi da quelli che effettivamente rischiano la vita in caso di contagio –  sarebbe costituzionalmente e moralmente discutibile, essendo di tutta evidenza l’irragionevolezza di costringere un soggetto non a rischio (per età o per assenza di comorbidità) a sottoporsi alla vaccinazione contro la propria volontà e coscienza. Dovremmo infine comprendere se ciò che attualmente si vorrebbe somministrare sia un vaccino nel senso stretto del termine, cioè se esso, una volta inoculato, renda realmente immuni dalla malattia e sia in grado di impedirne la trasmissione. Soprattutto questo secondo aspetto mi pare di decisiva importanza nel ragionamento, poiché se l’idea è di vaccinare i “giovani” per proteggere gli “anziani” o i “deboli”, non avrebbe alcun senso logico la somministrazione di un farmaco che non impedisca la trasmissione del virus dai primi ai secondi. Finché la scienza non avrà chiarito questi due punti, ogni verifica di costituzionalità dell’obbligo vaccinale finirà per essere negativa. 


Cosa può fare il cittadino che vuole preservare il suo diritto di spostarsi in libertà e di partecipare alla vita pubblica senza con questo doversi sottoporre a vaccini e tamponi?

Il singolo riuscirà a fare ben poco. Potrà certamente protestare, ricorrere al giudice contro le sanzioni o manifestare in altro modo il proprio dissenso, ma resterà una voce isolata destinata inevitabilmente a conformarsi al volere non solo della norma ma anche dell’intera collettività che l’accoglie acriticamente. Credo che l’unica possibilità che abbia il cittadino risieda nella speranza e nella promozione di un risveglio della coscienza collettiva, che dovrà riattivare il proprio senso democratico e comprendere l’antigiuridicità di molte disposizioni emergenziali. Solo così si potrà arrivare alla consapevolezza che la disobbedienza civile non significa violare la legge, ma rispettarla, rifiutandosi di osservare, adempiere o eseguire un obbligo illegittimo.


Recentemente lei ha fatto un interessante parallelismo tra il lockdown e le imposizioni del periodo fascista. E’ in atto una deriva autoritaria? Come ci si può difendere e come se ne esce?

Questo del parallelismo con quanto accaduto nell’epoca fascista è questione sorprendente. Oramai la memoria storica è andata perduta con la perdita di molti dei nostri partigiani, dei nostri nonni e dei saggi, tanto che oggi fa effetto vedere come provvedimenti di coprifuoco, chiusure e restrizioni del 1943 siano perfettamente sovrapponibili ai nostri dpcm, come peraltro i famosi “lasciapassare” di cui le do testimonianza erano gli antenati della nostra autocertificazione (in basso, due immagini che ci sono state inviate dallo stesso avvocato Di Lorenzo, che ringraziamo)



Che sia una deriva fascista probabilmente non è esatto (nella domanda si parla di deriva “autoritaria”, nda) certamente invece ritrovo una componente autoritaria di carattere trasversale, da destra a sinistra, che investe incredibilmente anche le ideologie centriste e liberali, quindi credo sia più corretto parlare di sovranismo socio-culturale che fa da manifesto ad un regime pseudo-democratico o parzialmente democratico fondato sulla paura della morte diffusa in gran parte della popolazione. Sul come ne usciremo dobbiamo distinguere. Se intende da un punto di vista economico, la strada è ancora lunga. Se intende da un punto di vista sociale, dipenderà molto da quando la popolazione cesserà di avere paura e tornerà ad avere fiducia nel futuro: su questo credo che la campagna vaccinale della fascia debole potrà aiutare molto, anche se solo sotto il profilo psicologico. Da un punto di vista giuridico, invece, il termine è veramente breve se si considera che lo stato di emergenza nazionale dovrà inevitabilmente cessare il 31 luglio 2021, senza possibilità di ulteriori proroghe, e sempre che almeno in questo caso la legge venga rispettata.

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