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Il 20 ottobre scorso è stata diffusa dalla stampa la notizia che papa Bergoglio non celebrerà la messa di mezzanotte il prossimo Natale. Se questa notizia sarà confermata dalla Santa Sede, vorrà dire che tutti i cattolici saranno privati del rinnovo, da parte del successore di Pietro, di un avvenimento unico nella storia della salvezza: la nascita del Signore Gesù Cristo. Nell’antichità la celebrazione liturgica di tale evento fu fissata il 25 dicembre, in coincidenza con il giorno in cui gli antichi romani celebravano la festività del Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”). Nel solstizio d’inverno, che cade generalmente il 21 dicembre, il sole giunge nella sua fase più debole in quanto ad emissione di luce e calore: è come se dovesse precipitare nell’oscurità; ma poi riacquista forza, torna “invincibile” sulle stesse tenebre. Ed è proprio il 25 dicembre che pare rinascere, avviene quindi un nuovo “natale”.

Già il libro del profeta Malachia fa riferimento, nel terzo capitolo, al sorgere “con raggi benefici” del “sole di giustizia”, definizione successivamente applicata a Cristo (cfr. Ml 3,20). La comunità ecclesiale sa bene infatti che “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) è soltanto il suo Signore, unico Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Dio Gesù Cristo. Cosa spinge dunque la Chiesa, che mai nella storia, dopo l’editto di Costantino del 313 d.C. ed il passaggio da religio illicita a religio licita, aveva fermato la celebrazione liturgica, ad astenersi dal celebrare la nascita del Salvatore? E a lasciare buia e vuota, la Notte Santa, la Basilica di San Pietro, cattedra del suo successore nonché vicario di Cristo? Forse le allarmanti notizie sul virus che continuamente, come un mantra, si susseguono a mezzo stampa, televisione, ecc., ci stanno facendo abituare, quasi assuefare, alla gravità di quanto sta accadendo?

E neanche le recenti ordinanze emanate dai governatori delle Regioni Italiane, con i relativi divieti alla circolazione dei cittadini a partire dalla tarda sera, possono costituire una valida giustificazione, dal momento che la celebrazione liturgica di una veglia può essere fissata – al limite – anche alle ore 20. E persino alle ore 19, se dovessero seguire ulteriori provvedimenti restrittivi da parte del Governo, poiché ci troveremmo comunque nei primi vespri del Natale. Non è d’accordo neppure l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti, che continua invece a lanciare moniti, quasi a gridare, il proprio dissenso, che non è soltanto il proprio ma che rappresenta sempre più anche quello di tutta la Chiesa universale.

Afferma mons. Viganò in una lettera pubblicata, lo scorso 23 ottobre, sul quotidiano La Verità: “Mi limito ad una constatazione: qualche giorno fa, in pieno stato di emergenza Covid, si è ritenuto possibile celebrare un rito ecumenico, alla presenza dei fedeli e delle autorità, tutti con la mascherina. Al contrario, negli spazi ben più vasti della Basilica Vaticana, qualcuno ha ritenuto imprudente che si celebri la Nascita del Salvatore nella Notte Santa. Se questa decisione troverà conferma, sapremo che Jorge Mario Bergoglio preferisce autocelebrarsi assecondando il pensiero unico e l’ideologia sincretista del Nuovo Ordine Mondiale, piuttosto di inginocchiarsi ai piedi della mangiatoia in cui è deposto il Re dei Re”. 

La Chiesa è consapevole, lo ha affermato chiaramente il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia, emanata il 4 dicembre 1963, che essa costituisce il culmine e la fonte della sua stessa vita: “La sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. […] […] Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore” (Cost. conc. Sacrosanctum Concilium, nn. 9-10). 

Senza celebrazione liturgica, non vi può essere autentico annuncio, che di essa si nutre. E senza annuncio, la Chiesa universale di Cristo è condannata alla distruzione di se stessa. Anche se sappiamo che “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18), tuttavia ai cristiani, ed in particolare ai cattolici, è affidato oggi il compito affinché ciò non avvenga. La comunità cristiana è stata già privata, durante questo lungo anno, della celebrazione della Pasqua del suo Signore. Non può essere privata, adesso, anche della sua Nascita. La celebrazione del Natale, da un punto di vista teologico e liturgico, è strettamente congiunta all’attesa del ritorno definitivo di Cristo, di cui la Chiesa non conosce né il giorno, né l’ora. Ma il Signore stesso le ha lasciato un monito: rimanere pronta, come una sposa in attesa del suo sposo.

La parabola delle vergini sagge, che entrano alle nozze partecipando alla gioia dello sposo, e delle stolte, che rimarranno chiuse fuori perché non hanno voluto essere previdenti, è esemplificativa in proposito (cfr. Mt 25, 1-13). Il cardinale Gerhard Muller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dichiarato come la sospensione delle messe con il popolo e di tutte le altre celebrazioni liturgiche fosse “una cosa molto grave, è il pensiero secolarista entrato nella Chiesa. Un conto è prendere delle misure cautelari per minimizzare i rischi di contagio, altra cosa è vietare la liturgia. La Chiesa non è cliente dello Stato, e nessun vescovo ha il diritto di vietare l’Eucarestia in questo modo. […] Eppure ci sono vescovi che dicono che alcuni fedeli sono troppo fissati sull’Eucarestia. È assurdo. L’Eucarestia è l’unica vera adorazione di Dio per mezzo di Gesù Cristo”.  

Non possiamo dunque acconsentire ad essere privati della grazia di Dio, perché “dalla liturgia, […], e particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa” (Cost. conc. Sacrosanctum Concilium, n. 10). Come afferma anche il canone 834 del codice di diritto canonico: “la Chiesa adempie la funzione di santificare in modo peculiare mediante la sacra liturgia”, senza la quale viene privata della sua fonte vitale, la grazia dello Spirito di Cristo santificante, Spirito di verità e di conoscenza (Gv 16,13; cfr. Gv 14,26) che conduce alla glorificazione di Dio e costituisce la forza propulsiva di tutte le attività della Chiesa. Cristo stesso, poi, ha affidato alla sua “diletta sposa”, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua risurrezione, per “perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce […]: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura” (Cost. conc. SacrosanctumConcilium, n. 47). 

Ricordi oggi la Chiesa quello che costituisce l’essenza del suo ministero: essere sacramento universale di salvezza per tutti i popoli (cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen Gentium, n. 48). Che si traduce concretamente nel compito ricevuto di salvare tutto l’uomo, ma la sua salvezza passa anzitutto dal suo spirito. Lo chiarisce bene il Vangelo, senza mezzi termini, nell’atto compiuto da Gesù stesso di rimettere i peccati al paralitico: «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”

Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”» (Mc 2,5-12). La guarigione del corpo, in tutta la Scrittura, è sempre subordinata a quella dell’anima, perché solo essa può salvare veramente ed interamente l’uomo: “Che gioverà infatti allʹuomo guadagnare il mondo intero, se poi perde lʹanima sua?” (Mc 8,36). 

Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, scrivendo sull’importante quotidiano tedesco Die Tagespost, il 14 maggio 2020, afferma: “i cittadini si stanno abituando alle forme di una tirannide tecnocratica e diretta a livello centrale, con la conseguenza che il coraggio civico, il pensiero indipendente e soprattutto qualsiasi resistenza sono gravemente paralizzati. Un aspetto delle misure di sicurezza e prevenzione, attuato in modo analogo in quasi tutti i Paesi, consiste nel drastico divieto del culto pubblico, che in tale implacabilità esisteva solo in tempi di una sistematica persecuzione dei Cristiani. La cosa assolutamente nuova è anche il fatto che le autorità statali in alcuni luoghi prescrivono alla Chiesa persino norme liturgiche, come il modo di distribuire la Santa Comunione: un’interferenza in questioni che appartengono alla responsabilità immediata della Chiesa. Un giorno la Storia ricorderà con rammarico i chierici di regime del nostro tempo che hanno accettato servilmente tali interferenze da parte dell’autorità statale. La Storia ha sempre deplorato il fatto che in tempi di grande crisi la maggioranza sia rimasta in silenzio e le voci dei dissidenti siano state soffocate”. 

La paura di un male che può affliggere il corpo – le più svariate e pericolose patologie infettive, sempre, purtroppo, hanno accompagnato l’intera storia dell’umanità – non può privare nuovamente i credenti della partecipazione attiva alla celebrazione liturgica. Né è possibile sostituirla con una partecipazione tramite mezzi televisivi o altro, senza la reale presenza: tale partecipazione infatti rimane passiva e non pienamente consapevole. La celebrazione eucaristica non è spettacolo, né il cattolicesimo può accontentarsi, come altre confessioni cristiane, di fare a meno dell’eucaristia, viva, vera e presente sul luogo di celebrazione. Piuttosto, poiché la storia è tessuta di corsi e di ricorsi, forse i cristiani finiranno col dover tornare a celebrare nascosti nelle catacombe. Conserva sicura memoria di un clima di oppressione politica e persecuzione religiosa mons. Athanasius Schneider, il quale trascorse l’intera infanzia nell’allora Unione Sovietica, dove la madre era una “donna eucaristica”: una di quelle pie donne cui era affidato il compito di custodire l’ostia consacrata quando i sacerdoti venivano improvvisamente arrestati o messi sotto indagine dalle autorità.   

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nel documento: “Un atto di accusa a papa Francesco e di amore alla Chiesa”, pubblicato il 19 dicembre 2019, esorta coloro che non si sono lasciati ingannare dai “nemici della Chiesa” a “far fronte comune contro il Maligno, da lungo tempo sconfitto, tuttavia ancora in grado di nuocere e di provocare la perdizione eterna di moltitudini”. “Ora tocca a noi”, dichiara risoluto mons. Viganò: “Senza lasciarci scacciare da questa Chiesa di cui siamo figli legittimi e nella quale abbiamo il sacrosanto diritto di sentirci a casa”. “Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria – sostiene mons. Viganò – passa attraverso i suoi ‘piccoli’, fragili certamente, e peccatori, ma di segno assolutamente contrario ai membri arruolati nell’esercito del Nemico”. 

Monsignor Viganò rappresenta ormai sempre più un punto di riferimento per tutti i cattolici che sono divenuti pienamente consapevoli del “cono d’ombra dottrinale, morale, liturgico e disciplinare” in cui è precipitata la Chiesa, come ha dichiarato nel suo discorso tenuto per la Catholic Identity Conference, il 23 ottobre scorso. “Da sessant’anni stiamo assistendo all’eclissi della vera Chiesa, oscurata da un’anti-chiesa che si è progressivamente appropriata del suo nome, ha occupato la Curia romana e i suoi Dicasteri, le Diocesi e le parrocchie, i Seminari e le Università, i Conventi e Monasteri”, afferma Viganò: “Proprio come accade in natura, questa eclissi non avviene tutta in una volta; passa dalla luce all’oscurità quando un corpo celeste si inserisce tra il sole e noi. Si tratta di un processo relativamente lento ma inesorabile, in cui la luna dell’anti-chiesa segue la sua orbita fino a sovrapporsi al sole, generando un cono d’ombra che si proietta sulla terra”.

Prosegue poi: “Quando l’anti-chiesa dovesse essere completamente instaurata nell’eclissi totale della Chiesa Cattolica, l’autorità dei suoi capi dipenderà dal grado di asservimento al Nuovo Ordine Mondiale, che non tollererà alcuna deroga al proprio credo e applicherà spietatamente quel dogmatismo, quel fanatismo, quell’integralismo che oggi tanti Prelati e sedicenti intellettuali criticano in chi rimane fedele al Magistero. Così la deep church potrà forse continuare a fregiarsi del marchio di fabbrica “Chiesa Cattolica” ma sarà di fatto costretta ad essere solo l’ancella del pensiero unico, rinnovando quel che avvenne agli Ebrei quando, negando il titolo di Re a Nostro Signore dinanzi a Pilato, si condannarono ad esser servi dell’autorità civile: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare» (Gv 19, 15). 

Oggi Cesare comanda di tener chiuse le chiese, di indossare la mascherina, di sospendere le celebrazioni con la scusa di una pseudo-pandemia; il regime comunista perseguita i Cattolici cinesi, nel silenzio pavido e interessato di Roma”. Ora tocca a noi. Sempre all’insegna del dialogo, non possiamo lasciarci privare anche del diritto – ereditato dalla Tradizione unanime della Chiesa, insieme alla grazia che ne scaturisce – di celebrare degnamente la Notte Santa. 

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Realizzare il sogno di Basaglia

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Realizzare il sogno di Basaglia | Rec News dir. Zaira Bartucca

A meno di una settimana dalla scomparsa del giovane di Lampedusa, che ha preferito gettarsi in mare dal traghetto piuttosto che subire un TSO, si è conclusa a Milano la mostra multimediale “Controllo sociale e psichiatria: violazioni dei diritti umani”. L’evento, organizzato dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), ha attirato oltre mille visitatori in cinque giorni, molti dei quali hanno voluto esprimere parole di ringraziamento e di complimenti sul libro degli ospiti, e si è concluso con un convegno intitolato “180 – una riforma incompiuta”. 

Dopo i saluti del presidente del CCDU, avv. Enrico del Core, che ha voluto ricordare l’importanza vitale del diritto alla difesa nell’ordinamento costituzionale, il vicepresidente Alberto Brugnettini ha aperto i lavori ricordando le forti critiche e i dubbi espressi a suo tempo da Franco Basaglia nei confronti di una legge che, pur fregiandosi del suo nome, riproponeva le logiche manicomiali cambiandone solo il nome. 

I primi a parlare sono stati Fabio, che ha riferito i gravi maltrattamenti cui è stato soggetto suo fratello durante la sua lunga esperienza nei servizi psichiatrici ospedalieri, le angherie e i soprusi di cui è stato testimone oculare, e le condizioni ignobili in cui vivono i degenti – costantemente sotto il ricatto della contenzione se non fanno i bravi. 

Fabio ha concluso chiedendo che la medicina faccia un passo indietro e ammetta di non saper curare il disagio mentale. Maria Cristina Soldi, ha raccontato l’incredibile e dolorosa vicenda di suo fratello Andrea, ucciso a Torino nel 2015 durante un TSO. La vicenda legale si è chiusa recentemente con la condanna definitiva dei responsabili, ma resta l’amarezza per quanto è accaduto e per i particolari – assieme tragici e grotteschi. 

Andrea Soldi se ne stava tranquillamente seduto sulla panchina di un parco torinese quando lo hanno avvicinato due psichiatri chiedendogli di seguire uno di loro per un trattamento sanitario. Andrea avrebbe volentieri seguito il secondo psichiatra, di cui si fidava, ma fu obbligato con la forza a seguire l’altro. Sdraiato a pancia in giù e con le mani legate dietro alla schiena, Andrea morì soffocato durante il trasporto in ambulanza. I familiari si sentirono dire dai medici che il loro congiunto era morto d’infarto, per poi scoprire l’amara verità dalla stampa. 

La dottoressa Eleonora Alecci, psicologa e psicoterapeuta con un passato in un reparto psichiatrico in cui si praticava la contenzione, ha confermato che i fatti riferiti da Fabio sono la routine quotidiana, e ha ribadito il suo impegno verso il superamento di queste pratiche, impegnandosi in un programma di addestramento del personale medico e infermieristico, come anche spiegato nel corso di un suo recente intervento al congresso della Società Italiana di Psichiatria.  

La dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, collaboratrice per molti anni di Giorgio Antonucci – il medico e psicoterapeuta che liberò i “matti” del manicomio di Imola dimostrando al mondo intero che è possibile alleviare la sofferenza mentale senza usare forza o coercizione – ha ricordato il lavoro di Antonucci, e il suo profilo di umanitario, ben documentati nell’archivio online di cui la dottoressa D’Oronzo è curatrice. 

L’avvocato Michele Capano, dell’Associazione Radicale Diritti alla Follia e del Direttivo Radicale, ha denunciato l’incredibile contraddizione della legge italiana, che da una parte ha ratificato le risoluzioni ONU per la cessazione delle pratiche coercitive in psichiatria, e dall’altra mantiene in vigore una legge che le consente. L’Associazione Diritti alla Follia e il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani intendono lavorare assieme, e coinvolgere altre associazioni e individui, per una riforma della 180 in senso garantista, che superi questa contraddizione e realizzi il sogno basagliano. 

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Caro premier, si ricordi di tutti i totalitarismi

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Caro futuro premier, si ricordi delle foibe e di tutti i totalitarismi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Egregio Signor Presidente, da italiani, sia per scelta sia per nascita, non possiamo che essere contenti per l’esercizio di democrazia registrato con le elezioni dello scorso 25 settembre. Finalmente saremo guidati da un governo espressione del voto popolare e non da uno maturato da accordi di Palazzo, come accaduto negli ultimi anni.               

Abbiamo ascoltato con grande interesse, in questi giorni, le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza appena eletta e che lei, signor presidente, avrà l’onore e l’onere di guidare. Da tali esponenti, in queste ore, è stato espresso ripetutamente un concetto che ci sentiamo di condividere totalmente: uno Stato è tanto più credibile ed è tanto più considerato, quanto più onora e rispetta i Trattati internazionali che esso stesso ha sottoscritto.

Noi crediamo che sia arrivato, alfine, il momento di rispettare quei Trattati che non sono stati ottemperati fino ad oggi, provocando, in tal modo, un grave danno al mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata. Ci riferiamo al Trattato di Pace di Parigi del 1947 il quale, al punto 9 dell’allegato XIV, stabilisce che: “I beni degli italiani residenti nei Territori ceduti […] non potranno essere trattenuti o liquidati […], ma dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari”.

Come sappiamo a tale Trattato, ampiamente disatteso, seguirono diversi accordi bilaterali tra Italia e Jugoslavia – accordi del 23/05/1949, 23/12/1950, 18/12/1954 – tutti poi tramutati in Leggi attuative, che in sintesi sancivano il pagamento dei debiti di guerra dell’Italia nei confronti delle Jugoslavia utilizzando i beni degli Esuli a fronte dell’impegno dello Stato italiano di un successivo risarcimento per l’esproprio perpetrato.

Ebbene, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ed i loro discendenti, sono ancora in attesa di un “equo indennizzo”, avendo percepito solo una minima parte di quanto promesso. Si tratta di un indennizzo che, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro. Una cifra che sembra enorme, ma che se confrontata con l’attuale debito pubblico (ad oggi pari a circa 2770 miliardi) rappresenta l’1,6 per mille.

Quanto fin qui non è solo una questione di vile danaro, si tratta, piuttosto, di un’espressione di civiltà attesa da lunghi decenni da un intero popolo. Gli Esuli e i loro discendenti si sono rifatti una vita in Patria, eppure resta l’insopportabile retrogusto amaro nella consapevolezza di essere stati ignobilmente usati per questioni geopolitiche giocate sulla propria pelle.

La vita della nostra Gente è stata tutta in salita per troppo tempo, anche dal punto di vista culturale. Sempre a dover giustificare la propria identità, sentendosi dire che la sofferenza patita era il giusto scotto per colpe di altri. Il giustificazionismo è un concetto terribile che porta allo stupro della ragione, definendo accettabile l’eliminazione di un qualcosa o qualcuno – magari per mezzo di una foiba -, su cui far ricadere i misfatti di qualcun altro.

Per questi motivi auspichiamo anche l’emendamento della Legge 167/2017 che punisce la propaganda, l’istigazione e l’incitamento al razzismo e chiediamo l’inserimento di una menzione specifica al negazionismo e giustificazionismo per i crimini commessi in Istria, Fiume e Dalmazia in merito alla persecuzione anti-italiana avvenuta a guerra finita. Così come auspichiamo che possa essere emendata la Legge 178/1951 che disciplina il conferimento delle onorificenze al Merito della Repubblica, senza la quale non è possibile la revoca del cavalierato assegnato al Maresciallo Tito, causa di dolore e sofferenza non solo per la nostra Gente, ma per centinaia di migliaia di persone che si opponevano alla dittatura comunista jugoslava.

A tale proposito vogliamo ricordare il pronunciamento del 19 settembre 2019 in cui il Parlamento Europeo – presieduto da David Sassoli – approvò a larghissima maggioranza (89%) la risoluzione: “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che condanna tutti i totalitarismi del XX secolo, equiparando in tal modo il comunismo al nazismo. L’attuale maggioranza, così come maturata il 25 Settembre, ha dimostrato nel tempo grande sensibilità ai temi qui riportati. Confidiamo nella sua futura opera.

*Esule di seconda generazione nato al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma nel 1959. Past-President FederEsuli – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati  – Vicepresidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Consigliere Associazioni Dalmati Italiani nel Mondo – Fondatore MondoEsuli – Movimento per la memoria e la promozione di Istria, Quarnaro e Dalmazia»

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Perché boccio la Meloni

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

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Perché boccio la Meloni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Non vorrei andare troppo lontano con un “da che esiste il mondo”, purtuttavia si può affermare con scienza storica che la disoccupazione è residente in Italia da sempre. Che ora la Meloni pretenda di avere la ricetta risolutiva al problema – dopo che nemmeno i grandi economisti del passato e il fior fiore di statisti alla guida della nostra Nazione e dei suoi governi, lungo il corso democratico dell’Italia unita, l’abbiano mai potuta redigere, odora di presunzione. A meno che gli ingredienti non siano chiari, e chiari non sembrano affatto.

La Meloni immagina “per chi è in condizione di lavorare non di essere trattato come qualcuno che non è in condizione di lavorare ma di avere un posto di lavoro”. Sagace! Ora: ma se anche l’immaginazione supera la conoscenza come giustamente afferma Albert Einstein, qui manca la conoscenza degli ingredienti, che la Meloni pretende di avere spiegato senza nulla avere chiarito, dato che non si capisce dove sono i posti di lavoro di cui tanto straparla.

Affermare come fa lei “che nella serietà delle proposte di Fratelli D’Italia gli italiani troveranno un futuro decisamente più dignitoso di quello garantito dalla sinistra” è una locuzione che definire assolutamente priva di contenuti è come chiamare docce le cascate del Niagara, perché dopo l’assoluto, dopo l’immaginazione, dopo la conoscenza esiste solo la fantasia pura.

Che “Il lavoro si può generare e trovare con politiche intelligenti”, come spiega brillantemente (?) Meloni, ricorda quel famosissimo “Ho detto tutto” di peppiniana memoria nei film del grande Totò. Forse è convinta che quelle povere ragazze e quei poveri ragazzi che nottetempo ti portano la pizza a casa siano meno intelligenti? o siano figli di un dio minore? o appartengano a famiglie inferiori? visto che dignitosamente, questi giovani, ma anche brizzolati, svolgono un lavoro schiavizzante anziché munirsi di Reddito di Cittadinanza?

Secondo l’interessata “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”. Bene. E allora corre l’obbligo di chiederle: visto che sei cosi brava e certa delle tue idee fantasiose, perché nel tuo programma prima non realizzi i posti di lavoro? Sulle ulteriori, preoccupanti, scoraggianti rassicurazioni, Meloni ha detto testualmente: “Il salario minimo non credo che risolva molto. La gente ha salari inadeguati perché la tassazione sul lavoro è al 46,65 per cento”, e ha pure detto che “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”.

E allora: se il salario minimo non risolverebbe molto, non si capisce perché, tra quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza ci siano tantissimi lavoratori con guadagni da fame (Meloni si informi all’INPS), cioè lavoratori che percepiscono il Reddito di Cittadinanza; la risposta è semplice: è proprio perché il Reddito sostiene la povertà e non la disoccupazione, come vorrebbe propinarci Meloni. Tanto è vero che nessun disoccupato benestante può percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dunque, se la gente ha salari inadeguati, è perché secondo lei la tassazione sul lavoro è al 46,65%. Cioè Giorgia Meloni è convinta, o così vuol farci credere perché torna utile alla sua campagna elettorale, che se un datore di lavoro pagasse meno tasse di sua iniziativa aumenterebbe lo stipendio ai propri dipendenti. Cos’è? una nuova favola per sprovveduti? o una promessa alle multinazionali che divorano già le piccole aziende e il lavoro degli artigiani?

Invito colei che parla del Reddito di Cittadinanza come di un metadone per tossici, ad andarsene al cinema a vedere Spaccaossa, perché dimentica, o fa finta di non sapere, che in Italia tanti poveri si sono fatti letteralmente rompere le ossa per simulare incidenti stradali e ottenere soldi dalle Assicurazioni. Per fame.

Perciò anziché basare la sua campagna elettorale sull’abolizione del Reddito di Cittadinanza (un’inezia, se rapportata ai mille veri sprechi miliardari italiani), Meloni cerchi e trovi altre argomentazioni più convincenti. Per esempio, cerchi tra agevolazioni, sussidi, finanziamenti, indennità, elargizioni a fondo perduto, e mille altre ancora, sono tantissime e abbracciano tutti i settori produttivi e, soprattutto, improduttivi.

In Italia, attraverso il debito pubblico, cioè indebitando gli italiani compresi quelli delle generazioni future, si finanziano giornali inutili, associazioni fantasiose, cooperative di comodo, industriali volponi, cliniche private, e via dicendo. Pertanto stranisce parecchio tanto fervore contro il Reddito di Cittadinanza, specie se si riflette sui milioni, milioni di stipendi per mantenere dipendenti pubblici figli del clientelismo, inattivi e improduttivi negli innumerevoli uffici pubblici del Paese.

Per non dire dei lavoratori in nero perché pensionati, perché percettori dell’indennità di disoccupazione, perché cassintegrati, e via dicendo, che sottraggono lavoro ai disoccupati. Ma forse ai loro furbetti datori di lavoro la formula senza rischi vertenza fa comodo. Ah dimenticavo: Meloni cerchi anche nei vari paradisi fiscali.

*Opinionista, critico d’arte

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