La parola di Dio tradita e l'Eucaristia profanata
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LETTERE

La parola di Dio tradita e l’Eucaristia profanata

di Daniela Giudice

La parola di Dio tradita e l'Eucarestia profanata | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il Vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, monsignor Athanasius Schneider, ha chiesto al clero cattolico e ai laici di tutto il mondo di unirsi in una crociata di riparazione dei peccati commessi contro Gesù Cristo presente nella Santa Eucaristia. La dichiarazione è stata rilasciata il 20 luglio. Il religioso sostiene che nella storia della Chiesa non c’è mai stato un tempo in cui questo sacramento sia stato oltraggiato in misura così allarmante e grave come negli ultimi cinquant’anni.

Tali abusi riguardano la pratica della “Comunione nella mano”, la partecipazione di “coloro che non hanno ricevuto il sacramento della Penitenza per molti anni”, e l’ammissione alla funzione delle “coppie che vivono in uno stato pubblico e oggettivo di adulterio”. In particolare il monsignore lamenta come nell’attuale cosiddetta emergenza pandemica queste condotte sono aumentate.

Molte diocesi le hanno imposte, e “in quei luoghi il clero, in modo spesso umiliante, ha nega ai fedeli la possibilità di ricevere il Signore, dimostrando così un deplorevole clericalismo. Inoltre, in alcuni luoghi il Corpo eucaristico è distribuito dal clero e ricevuto dai fedeli con guanti monouso” altrove usati per trattare i rifiuti: “un indicibile abuso eucaristico”.

(…) Il Vescovo di Astana mette il punto su quella che, in questi tempi di “emergenza pandemica Covid-19”, è divenuta una questione assai dolente, ovvero la celebrazione liturgica, in particolare eucaristica, con i suoi ritmi e le sue esigenze, che da quasi due millenni ininterrottamente attualizza e rende presente il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo. 

Per comprendere più a fondo, facciamo un po’ di chiarezza sul significato e l’importanza dell’assemblea liturgica nella Tradizione della Chiesa. Il termine latino ecclèsia, che risale al greco, indica l’assemblea popolare: ciò indica la collettività dei cristiani dispersi, ma anche la riunione periodica che essi fanno intorno all’ascolto della Scrittura.  

La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium emanata il 4 dicembre 1963 durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, afferma che l’assemblea liturgica è la manifestazione più espressiva della Chiesa: si tratta di una vera e propria ‘epifania’, che la mostra e la rivela. Georges Martimort, convocato come esperto al Concilio Vaticano II, a questo proposito scrive parole emblematiche.

In questa assise, convocata da Dio e dove è garantita la presenza del Signore: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, si prefigura l’Assemblea celeste. (…) Emerge come Essa rappresenti il Corpo stesso di Cristo, la presenza certa del Signore. Grande importanza inoltre riveste l’atto di cantare. Già nell’antichità, conformemente alla tradizione biblica, furono osservate le raccomandazioni dell’apostolo Paolo che attribuivano al canto il ruolo di modalità espressiva della preghiera. Scrive l’apostolo: “Intrattenetevi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, inneggiate al Signore con tutto il vostro cuore”. Il canto è segno della gioia con cui si manifesta riconoscenza per la Redenzione. E’ alla presenza della schola cantorum, come era chiamato nella Roma medievale, che viene affidata l’animazione dell’assemblea oltre l’esecuzione dei canti troppo difficili per il popolo. Il coro svolge un vero servizio ministeriale collettivo.

(…) Nel “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo” firmato dal cardinale Gualtiero Bassetti, viene raccomandata l’omissione del coro e la non opportunità di sussidi per il canto. Questo priva di una parte essenziale della celebrazione, e diminuisce la partecipazione.

(…) Così come l’imposizione delle mascherine. Secondo gli studi del Dottor Russell L. Blaylock possono privare chi le indossa per ore di una quantità di ossigeno che può arrivare fino al 20% (in particolare con l’uso della maschera N95), provocando un aumento nel sangue di anidride carbonica e causando intossicazione. Il medico neurochirurgo e nutrizionista operante da oltre 25 anni in Louisiana, è autore di vari saggi di argomento medico e di un articolo sull’argomento. Nel corso della sua lunga carriera, ha introdotto un trattamento innovativo per un sottogruppo di tumori cerebrali e ha migliorato alcune operazioni nel trattamento dell’idrocefalo.

(…)Per la stesura del suo articolo, il dottore ha esaminato 17 studi precedenti, di cui “nessuno degli studi ha stabilito una relazione conclusiva tra l’uso di maschera e la protezione contro infezione da influenza”. Gli studi non riguardavano ancora il coronavirus.

I danni associati al calo di ossigeno nel flusso sanguigno riguardano anche una compromissione dell’immunità ed un aumento dell’infiammazione nei soggetti affetti da patologie tumorali. Il dottore conclude affermando che “dagli studi esaminati non ci sono prove sufficienti che indossare una maschera di qualsiasi tipo possa avere un impatto significativo nel prevenire la diffusione”. Con l’uso obbligatorio delle mascherine durante la celebrazione liturgica, viene inibita di fatto la partecipazione alla celebrazione stessa (…) Nel periodo estivo la situazione diviene più gravosa, mentre è un fatto che anche virologi di fama internazionale, come il professor Giulio Tarro sostengano la loro inutilità nel fermare il virus, elencando invece i rischi che possono costituire se indossate a lungo.

Un altra grave privazione dei fedeli è costituita dal divieto durante la messa, non menzionato espressamente dal “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo” ma largamente applicato in molte diocesi italiane, della processione fino all’altare al momento della comunione. In questo modo non soltanto si inibisce la possibilità di ricevere il Signore come accade tradizionalmente, ma anche di avvicinarsi al fulcro della funzione.

Forse ad occhi non esperti sfugge un significativo segno iniziale compiuto dal celebrante: l’inchino. Il modo di celebrare rivela lo stile di una comunità, la sua fede, la sua devozione. Ecco perché la pastorale liturgica ha rappresentato un capitolo fondamentale ed una preoccupazione importante per ogni vescovo. Le distanze imposte, a tutt’oggi anche nelle celebrazioni all’aperto, si trasformano in segno di divisione, che è opposto all’immagine che una comunità dovrebbe dare.

(…) Ancora, in questo periodo estivo, ricco di celebrazioni mariane, giunge notizia che in molte diocesi siano stati vietati i festeggiamenti in onore della Madonna che tradizionalmente, da centinaia di anni, si sono continuati a svolgere nelle città e nei paesi italiani. Nonostante la processioni si svolgano all’aperto, e per loro stessa natura siano ordinate e distanziate. (…)

Si sono svolte ininterrottamente nella storia, perfino durante gli anni indimenticabili in cui l’epidemia della peste devastò Milano. L’ allora Arcivescovo San Carlo Borromeo, nel 1576 convinse i magistrati a concedergli tre grandi processioni penitenziali, che il santo volle ardentemente per implorare il perdono di Dio e fare penitenza dei peccati del popolo. La prima si svolse il 3 ottobre, seguita da altre due il 5 e il 6 dello stesso mese. Nel luglio del 1577 finalmente la terribile epidemia abbandonò la città.

Se la Liturgia riveste un ruolo fondamentale, non si può non volgere almeno uno sguardo a ciò che costituisce il fondamento stesso della fede della comunità dei credenti: la Sacra Scrittura.

La parola di Cristo implica il rinnegamento di se stessi per abbracciare la croce: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. La causa di Cristo e quella del Vangelo, lieto annuncio di salvezza, deve precedere qualunque preoccupazione materiale, finanche il timore per la propria vita: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio. Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. (…) Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? (…) Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Mentre nell’Antico e Nuovo Testamento ricorrono molto frequentemente le parole “non temere” o “non abbiate paura”, nel libro dell’Apocalisse la vigliaccheria viene condannata (…). Gesù condanna duramente i farisei e tutti i Giudei che “non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito”, perché “non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. E ai suoi discepoli che chiedono spiegazioni in privato sul significato della parabola dice: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì lo contamina. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano”.

L’osservanza meticolosa dei precetti della tradizione da parte dei Giudei, non implica una vera conversione del cuore che si traduca poi in autentico amore per il prossimo: al capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato la guarigione di una donna inferma da diciotto anni, curva ed incapace in alcun modo di “drizzarsi”, nel giorno sacro per i Giudei e destinato al riposo, Egli risponde: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in questo giorno?”.

Afferma Sant’Agostino: “O tu buono e onnipotente, tu curi ognuno di noi singolarmente come se fosse il solo e ti prendi cura di tutti, come se fossero singoli”. La ricerca del bene comune, pur se legittima, non può trasformarsi in un attacco alla dignità della persona e in una limitazione dei suoi diritti inviolabili, perché ogni uomo è sacro davanti al Supremo e ne porta il volto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; (…) maschio e femmina li creò”.

Il volto, irripetibile nella sua assoluta originalità, costituisce un modo unico di trasmettere sentimenti ed emozioni all’altro, e come tale di averne “compassione”, nel senso biblico del termine che indica intima commozione, empatia. Coprire il proprio volto nel rapportarsi all’altro significa negare la propria storia, il proprio essere, in ultima analisi la propria stessa umanità. 

La Chiesa sembra dunque ora presentarsi divisa, umiliata, in preda alla paura, e dalle fattezze irriconoscibili. Ma (…) la certezza della comunità dei credenti che rinascerà, purificata e salda più di prima, perché l’antico avversario non può e non potrà mai fermare quell’arma potentissima che è la preghiera, insieme alla protezione della Madre di Dio, Aiuto dei Cristiani, per scongiurare una folle fine della storia.

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