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Il Vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, monsignor Athanasius Schneider, ha chiesto al clero cattolico e ai laici di tutto il mondo di unirsi in una crociata di riparazione dei peccati commessi contro Gesù Cristo presente nella Santa Eucaristia. La dichiarazione è stata rilasciata il 20 luglio. Il religioso sostiene che nella storia della Chiesa non c’è mai stato un tempo in cui questo sacramento sia stato oltraggiato in misura così allarmante e grave come negli ultimi cinquant’anni.

Tali abusi riguardano la pratica della “Comunione nella mano”, la partecipazione di “coloro che non hanno ricevuto il sacramento della Penitenza per molti anni”, e l’ammissione alla funzione delle “coppie che vivono in uno stato pubblico e oggettivo di adulterio”. In particolare il monsignore lamenta come nell’attuale cosiddetta emergenza pandemica queste condotte sono aumentate.

Molte diocesi le hanno imposte, e “in quei luoghi il clero, in modo spesso umiliante, ha nega ai fedeli la possibilità di ricevere il Signore, dimostrando così un deplorevole clericalismo. Inoltre, in alcuni luoghi il Corpo eucaristico è distribuito dal clero e ricevuto dai fedeli con guanti monouso” altrove usati per trattare i rifiuti: “un indicibile abuso eucaristico”.

(…) Il Vescovo di Astana mette il punto su quella che, in questi tempi di “emergenza pandemica Covid-19”, è divenuta una questione assai dolente, ovvero la celebrazione liturgica, in particolare eucaristica, con i suoi ritmi e le sue esigenze, che da quasi due millenni ininterrottamente attualizza e rende presente il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo. 

Per comprendere più a fondo, facciamo un po’ di chiarezza sul significato e l’importanza dell’assemblea liturgica nella Tradizione della Chiesa. Il termine latino ecclèsia, che risale al greco, indica l’assemblea popolare: ciò indica la collettività dei cristiani dispersi, ma anche la riunione periodica che essi fanno intorno all’ascolto della Scrittura.  

La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium emanata il 4 dicembre 1963 durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, afferma che l’assemblea liturgica è la manifestazione più espressiva della Chiesa: si tratta di una vera e propria ‘epifania’, che la mostra e la rivela. Georges Martimort, convocato come esperto al Concilio Vaticano II, a questo proposito scrive parole emblematiche.

In questa assise, convocata da Dio e dove è garantita la presenza del Signore: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, si prefigura l’Assemblea celeste. (…) Emerge come Essa rappresenti il Corpo stesso di Cristo, la presenza certa del Signore. Grande importanza inoltre riveste l’atto di cantare. Già nell’antichità, conformemente alla tradizione biblica, furono osservate le raccomandazioni dell’apostolo Paolo che attribuivano al canto il ruolo di modalità espressiva della preghiera. Scrive l’apostolo: “Intrattenetevi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, inneggiate al Signore con tutto il vostro cuore”. Il canto è segno della gioia con cui si manifesta riconoscenza per la Redenzione. E’ alla presenza della schola cantorum, come era chiamato nella Roma medievale, che viene affidata l’animazione dell’assemblea oltre l’esecuzione dei canti troppo difficili per il popolo. Il coro svolge un vero servizio ministeriale collettivo.

(…) Nel “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo” firmato dal cardinale Gualtiero Bassetti, viene raccomandata l’omissione del coro e la non opportunità di sussidi per il canto. Questo priva di una parte essenziale della celebrazione, e diminuisce la partecipazione.

(…) Così come l’imposizione delle mascherine. Secondo gli studi del Dottor Russell L. Blaylock possono privare chi le indossa per ore di una quantità di ossigeno che può arrivare fino al 20% (in particolare con l’uso della maschera N95), provocando un aumento nel sangue di anidride carbonica e causando intossicazione. Il medico neurochirurgo e nutrizionista operante da oltre 25 anni in Louisiana, è autore di vari saggi di argomento medico e di un articolo sull’argomento. Nel corso della sua lunga carriera, ha introdotto un trattamento innovativo per un sottogruppo di tumori cerebrali e ha migliorato alcune operazioni nel trattamento dell’idrocefalo.

(…)Per la stesura del suo articolo, il dottore ha esaminato 17 studi precedenti, di cui “nessuno degli studi ha stabilito una relazione conclusiva tra l’uso di maschera e la protezione contro infezione da influenza”. Gli studi non riguardavano ancora il coronavirus.

I danni associati al calo di ossigeno nel flusso sanguigno riguardano anche una compromissione dell’immunità ed un aumento dell’infiammazione nei soggetti affetti da patologie tumorali. Il dottore conclude affermando che “dagli studi esaminati non ci sono prove sufficienti che indossare una maschera di qualsiasi tipo possa avere un impatto significativo nel prevenire la diffusione”. Con l’uso obbligatorio delle mascherine durante la celebrazione liturgica, viene inibita di fatto la partecipazione alla celebrazione stessa (…) Nel periodo estivo la situazione diviene più gravosa, mentre è un fatto che anche virologi di fama internazionale, come il professor Giulio Tarro sostengano la loro inutilità nel fermare il virus, elencando invece i rischi che possono costituire se indossate a lungo.

Un altra grave privazione dei fedeli è costituita dal divieto durante la messa, non menzionato espressamente dal “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo” ma largamente applicato in molte diocesi italiane, della processione fino all’altare al momento della comunione. In questo modo non soltanto si inibisce la possibilità di ricevere il Signore come accade tradizionalmente, ma anche di avvicinarsi al fulcro della funzione.

Forse ad occhi non esperti sfugge un significativo segno iniziale compiuto dal celebrante: l’inchino. Il modo di celebrare rivela lo stile di una comunità, la sua fede, la sua devozione. Ecco perché la pastorale liturgica ha rappresentato un capitolo fondamentale ed una preoccupazione importante per ogni vescovo. Le distanze imposte, a tutt’oggi anche nelle celebrazioni all’aperto, si trasformano in segno di divisione, che è opposto all’immagine che una comunità dovrebbe dare.

(…) Ancora, in questo periodo estivo, ricco di celebrazioni mariane, giunge notizia che in molte diocesi siano stati vietati i festeggiamenti in onore della Madonna che tradizionalmente, da centinaia di anni, si sono continuati a svolgere nelle città e nei paesi italiani. Nonostante la processioni si svolgano all’aperto, e per loro stessa natura siano ordinate e distanziate. (…)

Si sono svolte ininterrottamente nella storia, perfino durante gli anni indimenticabili in cui l’epidemia della peste devastò Milano. L’ allora Arcivescovo San Carlo Borromeo, nel 1576 convinse i magistrati a concedergli tre grandi processioni penitenziali, che il santo volle ardentemente per implorare il perdono di Dio e fare penitenza dei peccati del popolo. La prima si svolse il 3 ottobre, seguita da altre due il 5 e il 6 dello stesso mese. Nel luglio del 1577 finalmente la terribile epidemia abbandonò la città.

Se la Liturgia riveste un ruolo fondamentale, non si può non volgere almeno uno sguardo a ciò che costituisce il fondamento stesso della fede della comunità dei credenti: la Sacra Scrittura.

La parola di Cristo implica il rinnegamento di se stessi per abbracciare la croce: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. La causa di Cristo e quella del Vangelo, lieto annuncio di salvezza, deve precedere qualunque preoccupazione materiale, finanche il timore per la propria vita: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio. Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. (…) Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? (…) Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Mentre nell’Antico e Nuovo Testamento ricorrono molto frequentemente le parole “non temere” o “non abbiate paura”, nel libro dell’Apocalisse la vigliaccheria viene condannata (…). Gesù condanna duramente i farisei e tutti i Giudei che “non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito”, perché “non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. E ai suoi discepoli che chiedono spiegazioni in privato sul significato della parabola dice: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì lo contamina. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano”.

L’osservanza meticolosa dei precetti della tradizione da parte dei Giudei, non implica una vera conversione del cuore che si traduca poi in autentico amore per il prossimo: al capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato la guarigione di una donna inferma da diciotto anni, curva ed incapace in alcun modo di “drizzarsi”, nel giorno sacro per i Giudei e destinato al riposo, Egli risponde: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in questo giorno?”.

Afferma Sant’Agostino: “O tu buono e onnipotente, tu curi ognuno di noi singolarmente come se fosse il solo e ti prendi cura di tutti, come se fossero singoli”. La ricerca del bene comune, pur se legittima, non può trasformarsi in un attacco alla dignità della persona e in una limitazione dei suoi diritti inviolabili, perché ogni uomo è sacro davanti al Supremo e ne porta il volto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; (…) maschio e femmina li creò”.

Il volto, irripetibile nella sua assoluta originalità, costituisce un modo unico di trasmettere sentimenti ed emozioni all’altro, e come tale di averne “compassione”, nel senso biblico del termine che indica intima commozione, empatia. Coprire il proprio volto nel rapportarsi all’altro significa negare la propria storia, il proprio essere, in ultima analisi la propria stessa umanità. 

La Chiesa sembra dunque ora presentarsi divisa, umiliata, in preda alla paura, e dalle fattezze irriconoscibili. Ma (…) la certezza della comunità dei credenti che rinascerà, purificata e salda più di prima, perché l’antico avversario non può e non potrà mai fermare quell’arma potentissima che è la preghiera, insieme alla protezione della Madre di Dio, Aiuto dei Cristiani, per scongiurare una folle fine della storia.

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Realizzare il sogno di Basaglia

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Realizzare il sogno di Basaglia | Rec News dir. Zaira Bartucca

A meno di una settimana dalla scomparsa del giovane di Lampedusa, che ha preferito gettarsi in mare dal traghetto piuttosto che subire un TSO, si è conclusa a Milano la mostra multimediale “Controllo sociale e psichiatria: violazioni dei diritti umani”. L’evento, organizzato dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), ha attirato oltre mille visitatori in cinque giorni, molti dei quali hanno voluto esprimere parole di ringraziamento e di complimenti sul libro degli ospiti, e si è concluso con un convegno intitolato “180 – una riforma incompiuta”. 

Dopo i saluti del presidente del CCDU, avv. Enrico del Core, che ha voluto ricordare l’importanza vitale del diritto alla difesa nell’ordinamento costituzionale, il vicepresidente Alberto Brugnettini ha aperto i lavori ricordando le forti critiche e i dubbi espressi a suo tempo da Franco Basaglia nei confronti di una legge che, pur fregiandosi del suo nome, riproponeva le logiche manicomiali cambiandone solo il nome. 

I primi a parlare sono stati Fabio, che ha riferito i gravi maltrattamenti cui è stato soggetto suo fratello durante la sua lunga esperienza nei servizi psichiatrici ospedalieri, le angherie e i soprusi di cui è stato testimone oculare, e le condizioni ignobili in cui vivono i degenti – costantemente sotto il ricatto della contenzione se non fanno i bravi. 

Fabio ha concluso chiedendo che la medicina faccia un passo indietro e ammetta di non saper curare il disagio mentale. Maria Cristina Soldi, ha raccontato l’incredibile e dolorosa vicenda di suo fratello Andrea, ucciso a Torino nel 2015 durante un TSO. La vicenda legale si è chiusa recentemente con la condanna definitiva dei responsabili, ma resta l’amarezza per quanto è accaduto e per i particolari – assieme tragici e grotteschi. 

Andrea Soldi se ne stava tranquillamente seduto sulla panchina di un parco torinese quando lo hanno avvicinato due psichiatri chiedendogli di seguire uno di loro per un trattamento sanitario. Andrea avrebbe volentieri seguito il secondo psichiatra, di cui si fidava, ma fu obbligato con la forza a seguire l’altro. Sdraiato a pancia in giù e con le mani legate dietro alla schiena, Andrea morì soffocato durante il trasporto in ambulanza. I familiari si sentirono dire dai medici che il loro congiunto era morto d’infarto, per poi scoprire l’amara verità dalla stampa. 

La dottoressa Eleonora Alecci, psicologa e psicoterapeuta con un passato in un reparto psichiatrico in cui si praticava la contenzione, ha confermato che i fatti riferiti da Fabio sono la routine quotidiana, e ha ribadito il suo impegno verso il superamento di queste pratiche, impegnandosi in un programma di addestramento del personale medico e infermieristico, come anche spiegato nel corso di un suo recente intervento al congresso della Società Italiana di Psichiatria.  

La dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, collaboratrice per molti anni di Giorgio Antonucci – il medico e psicoterapeuta che liberò i “matti” del manicomio di Imola dimostrando al mondo intero che è possibile alleviare la sofferenza mentale senza usare forza o coercizione – ha ricordato il lavoro di Antonucci, e il suo profilo di umanitario, ben documentati nell’archivio online di cui la dottoressa D’Oronzo è curatrice. 

L’avvocato Michele Capano, dell’Associazione Radicale Diritti alla Follia e del Direttivo Radicale, ha denunciato l’incredibile contraddizione della legge italiana, che da una parte ha ratificato le risoluzioni ONU per la cessazione delle pratiche coercitive in psichiatria, e dall’altra mantiene in vigore una legge che le consente. L’Associazione Diritti alla Follia e il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani intendono lavorare assieme, e coinvolgere altre associazioni e individui, per una riforma della 180 in senso garantista, che superi questa contraddizione e realizzi il sogno basagliano. 

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Caro premier, si ricordi di tutti i totalitarismi

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Caro futuro premier, si ricordi delle foibe e di tutti i totalitarismi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Egregio Signor Presidente, da italiani, sia per scelta sia per nascita, non possiamo che essere contenti per l’esercizio di democrazia registrato con le elezioni dello scorso 25 settembre. Finalmente saremo guidati da un governo espressione del voto popolare e non da uno maturato da accordi di Palazzo, come accaduto negli ultimi anni.               

Abbiamo ascoltato con grande interesse, in questi giorni, le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza appena eletta e che lei, signor presidente, avrà l’onore e l’onere di guidare. Da tali esponenti, in queste ore, è stato espresso ripetutamente un concetto che ci sentiamo di condividere totalmente: uno Stato è tanto più credibile ed è tanto più considerato, quanto più onora e rispetta i Trattati internazionali che esso stesso ha sottoscritto.

Noi crediamo che sia arrivato, alfine, il momento di rispettare quei Trattati che non sono stati ottemperati fino ad oggi, provocando, in tal modo, un grave danno al mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata. Ci riferiamo al Trattato di Pace di Parigi del 1947 il quale, al punto 9 dell’allegato XIV, stabilisce che: “I beni degli italiani residenti nei Territori ceduti […] non potranno essere trattenuti o liquidati […], ma dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari”.

Come sappiamo a tale Trattato, ampiamente disatteso, seguirono diversi accordi bilaterali tra Italia e Jugoslavia – accordi del 23/05/1949, 23/12/1950, 18/12/1954 – tutti poi tramutati in Leggi attuative, che in sintesi sancivano il pagamento dei debiti di guerra dell’Italia nei confronti delle Jugoslavia utilizzando i beni degli Esuli a fronte dell’impegno dello Stato italiano di un successivo risarcimento per l’esproprio perpetrato.

Ebbene, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ed i loro discendenti, sono ancora in attesa di un “equo indennizzo”, avendo percepito solo una minima parte di quanto promesso. Si tratta di un indennizzo che, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro. Una cifra che sembra enorme, ma che se confrontata con l’attuale debito pubblico (ad oggi pari a circa 2770 miliardi) rappresenta l’1,6 per mille.

Quanto fin qui non è solo una questione di vile danaro, si tratta, piuttosto, di un’espressione di civiltà attesa da lunghi decenni da un intero popolo. Gli Esuli e i loro discendenti si sono rifatti una vita in Patria, eppure resta l’insopportabile retrogusto amaro nella consapevolezza di essere stati ignobilmente usati per questioni geopolitiche giocate sulla propria pelle.

La vita della nostra Gente è stata tutta in salita per troppo tempo, anche dal punto di vista culturale. Sempre a dover giustificare la propria identità, sentendosi dire che la sofferenza patita era il giusto scotto per colpe di altri. Il giustificazionismo è un concetto terribile che porta allo stupro della ragione, definendo accettabile l’eliminazione di un qualcosa o qualcuno – magari per mezzo di una foiba -, su cui far ricadere i misfatti di qualcun altro.

Per questi motivi auspichiamo anche l’emendamento della Legge 167/2017 che punisce la propaganda, l’istigazione e l’incitamento al razzismo e chiediamo l’inserimento di una menzione specifica al negazionismo e giustificazionismo per i crimini commessi in Istria, Fiume e Dalmazia in merito alla persecuzione anti-italiana avvenuta a guerra finita. Così come auspichiamo che possa essere emendata la Legge 178/1951 che disciplina il conferimento delle onorificenze al Merito della Repubblica, senza la quale non è possibile la revoca del cavalierato assegnato al Maresciallo Tito, causa di dolore e sofferenza non solo per la nostra Gente, ma per centinaia di migliaia di persone che si opponevano alla dittatura comunista jugoslava.

A tale proposito vogliamo ricordare il pronunciamento del 19 settembre 2019 in cui il Parlamento Europeo – presieduto da David Sassoli – approvò a larghissima maggioranza (89%) la risoluzione: “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che condanna tutti i totalitarismi del XX secolo, equiparando in tal modo il comunismo al nazismo. L’attuale maggioranza, così come maturata il 25 Settembre, ha dimostrato nel tempo grande sensibilità ai temi qui riportati. Confidiamo nella sua futura opera.

*Esule di seconda generazione nato al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma nel 1959. Past-President FederEsuli – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati  – Vicepresidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Consigliere Associazioni Dalmati Italiani nel Mondo – Fondatore MondoEsuli – Movimento per la memoria e la promozione di Istria, Quarnaro e Dalmazia»

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Perché boccio la Meloni

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

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Perché boccio la Meloni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Non vorrei andare troppo lontano con un “da che esiste il mondo”, purtuttavia si può affermare con scienza storica che la disoccupazione è residente in Italia da sempre. Che ora la Meloni pretenda di avere la ricetta risolutiva al problema – dopo che nemmeno i grandi economisti del passato e il fior fiore di statisti alla guida della nostra Nazione e dei suoi governi, lungo il corso democratico dell’Italia unita, l’abbiano mai potuta redigere, odora di presunzione. A meno che gli ingredienti non siano chiari, e chiari non sembrano affatto.

La Meloni immagina “per chi è in condizione di lavorare non di essere trattato come qualcuno che non è in condizione di lavorare ma di avere un posto di lavoro”. Sagace! Ora: ma se anche l’immaginazione supera la conoscenza come giustamente afferma Albert Einstein, qui manca la conoscenza degli ingredienti, che la Meloni pretende di avere spiegato senza nulla avere chiarito, dato che non si capisce dove sono i posti di lavoro di cui tanto straparla.

Affermare come fa lei “che nella serietà delle proposte di Fratelli D’Italia gli italiani troveranno un futuro decisamente più dignitoso di quello garantito dalla sinistra” è una locuzione che definire assolutamente priva di contenuti è come chiamare docce le cascate del Niagara, perché dopo l’assoluto, dopo l’immaginazione, dopo la conoscenza esiste solo la fantasia pura.

Che “Il lavoro si può generare e trovare con politiche intelligenti”, come spiega brillantemente (?) Meloni, ricorda quel famosissimo “Ho detto tutto” di peppiniana memoria nei film del grande Totò. Forse è convinta che quelle povere ragazze e quei poveri ragazzi che nottetempo ti portano la pizza a casa siano meno intelligenti? o siano figli di un dio minore? o appartengano a famiglie inferiori? visto che dignitosamente, questi giovani, ma anche brizzolati, svolgono un lavoro schiavizzante anziché munirsi di Reddito di Cittadinanza?

Secondo l’interessata “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”. Bene. E allora corre l’obbligo di chiederle: visto che sei cosi brava e certa delle tue idee fantasiose, perché nel tuo programma prima non realizzi i posti di lavoro? Sulle ulteriori, preoccupanti, scoraggianti rassicurazioni, Meloni ha detto testualmente: “Il salario minimo non credo che risolva molto. La gente ha salari inadeguati perché la tassazione sul lavoro è al 46,65 per cento”, e ha pure detto che “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”.

E allora: se il salario minimo non risolverebbe molto, non si capisce perché, tra quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza ci siano tantissimi lavoratori con guadagni da fame (Meloni si informi all’INPS), cioè lavoratori che percepiscono il Reddito di Cittadinanza; la risposta è semplice: è proprio perché il Reddito sostiene la povertà e non la disoccupazione, come vorrebbe propinarci Meloni. Tanto è vero che nessun disoccupato benestante può percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dunque, se la gente ha salari inadeguati, è perché secondo lei la tassazione sul lavoro è al 46,65%. Cioè Giorgia Meloni è convinta, o così vuol farci credere perché torna utile alla sua campagna elettorale, che se un datore di lavoro pagasse meno tasse di sua iniziativa aumenterebbe lo stipendio ai propri dipendenti. Cos’è? una nuova favola per sprovveduti? o una promessa alle multinazionali che divorano già le piccole aziende e il lavoro degli artigiani?

Invito colei che parla del Reddito di Cittadinanza come di un metadone per tossici, ad andarsene al cinema a vedere Spaccaossa, perché dimentica, o fa finta di non sapere, che in Italia tanti poveri si sono fatti letteralmente rompere le ossa per simulare incidenti stradali e ottenere soldi dalle Assicurazioni. Per fame.

Perciò anziché basare la sua campagna elettorale sull’abolizione del Reddito di Cittadinanza (un’inezia, se rapportata ai mille veri sprechi miliardari italiani), Meloni cerchi e trovi altre argomentazioni più convincenti. Per esempio, cerchi tra agevolazioni, sussidi, finanziamenti, indennità, elargizioni a fondo perduto, e mille altre ancora, sono tantissime e abbracciano tutti i settori produttivi e, soprattutto, improduttivi.

In Italia, attraverso il debito pubblico, cioè indebitando gli italiani compresi quelli delle generazioni future, si finanziano giornali inutili, associazioni fantasiose, cooperative di comodo, industriali volponi, cliniche private, e via dicendo. Pertanto stranisce parecchio tanto fervore contro il Reddito di Cittadinanza, specie se si riflette sui milioni, milioni di stipendi per mantenere dipendenti pubblici figli del clientelismo, inattivi e improduttivi negli innumerevoli uffici pubblici del Paese.

Per non dire dei lavoratori in nero perché pensionati, perché percettori dell’indennità di disoccupazione, perché cassintegrati, e via dicendo, che sottraggono lavoro ai disoccupati. Ma forse ai loro furbetti datori di lavoro la formula senza rischi vertenza fa comodo. Ah dimenticavo: Meloni cerchi anche nei vari paradisi fiscali.

*Opinionista, critico d’arte

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