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Finiremo come in Fahrenheit 451? I pompieri, anziché spegnere gli incendi, li creeranno per accanirsi su libri e giornali? Viene da domandarselo buttando un occhio sui banchi a rotelle (l’ideale, per eliminare la carta) sulle scuole aperte a singhiozzo e sulle task-force censorie. Di certo, il classico intramontabile di Ray Bradbury va letto almeno quanto 1984 di Orwell. Perché i due non sono solo (assieme a Evgenij Ivanovič Zamjatin di “Noi”, il precursore, e ad Aldous Huxley) i padri di un genere, ma anche dei veggenti letterari. La sorveglianza, i droni, lo strapotere della tecnologia. I quattro (Orwell è stato anche acuto giornalista) avevano previsto tutto.

La prima versione cinematografica di Fahrenheit 451 (1966)

A Orwell, tra loro, è toccata la sorte migliore, tanto che viene sempre citato e richiamato quando si parla di scenari distopici. Oggi soprattutto, quando nell’anti-utopia ci siamo entrati a piedi giunti, per giunta senza fiatare. Ma se Orwell è stato il genio di un’inquietudine sottile e futuristica tutta contemporanea, Bradbury ha dipinto meglio di chiunque altro l’ottusità di certe teste lavate, piegate e stirate. “E’ un bel lavoro, sapete”, dice Montag a Clarisse, colei che gli aprirà un mondo. “Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman. Ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. E’ il nostro motto ufficiale”.

La seconda trasposizione cinematografica. E’ del 2018 ed è targata HBO

E quel “è un bel lavoro” forse altro non è che la parafrasi inquietante de “lo smartworking ha i suoi vantaggi” o del martellante “state a casa”. Perché le imposizioni, se si colorano ed edulcorano, se si caricano di significati inesistenti, se si trasformano nell’immaginario collettivo facendole passare per opportunità, si accettano. E ai cervelli più deboli finiscono anche per piacere. Ai bacchettoni, addirittura, creano entusiasmo. E così siamo ben felici di ridurci in mascherina, di screpolarci le mani a suon di gel alcolici, di farci contagiare dai tamponi. Almeno quanto lo era Montag a cancellare la cultura, nell’illusoria convinzione di stare facendo dei gesti utili che, invece, distruggono.

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Quella canzone che fece entrare Vangelis nell’Olimpo dei compositori

Nel capolavoro di Ridley Scott il replicante Roy Batty ha “visto cose” e noi le abbiamo sentite: da Main Theme a Love Theme, per giungere alla traccia conclusiva che ha in sé una summa di tutto quello che Vangelis ha rappresentato per la musica

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Quella canzone che fece entrare Vangelis nell'Olimpo dei compositori | Rec News dir. Zaira Bartucca

Vangelis si è spento all’età di 79 anni in Francia, dove era in cura presso una struttura. All’anagrafe Vangelis Papathanassiou, il compositore greco è stato spesso affiancato a geni della musica come Ennio Morricone, per la sua capacità di rendere memorabili i film legati alle sue colonne sonore. Celebre la sua “Chariot of fire”, che ha accompagnato il film “Momenti di Gloria” e nell’immaginario comune è rimasta associata alle Olimpiadi e alla sportività.

Ma la soundtrack che lo ha fatto entrare di diritto nell’Olimpo dei compositori è di sicuro quella di Blade Runner del 1982, con Harrison Ford e Sean Young. Nel capolavoro di Ridley Scott il replicante Roy Batty ha “visto cose” e noi le abbiamo sentite: da Main Theme a Love Theme, per giungere alla traccia conclusiva che ha in sé una summa di tutto quello che Vangelis ha rappresentato per la musica.

End titles chiude in film con l’ormai celebre suono di tamburi battenti. Energetica, suonata ma anche percorsa da venature elettroniche, ha ispirato musicisti, Dj, orchestre. Nel 2019 il tributo di Kebu a Helnsinky con tastiere e mixer, senza dimenticare la citazione della New America Orchestra.

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Assassin’s Creed in realtà virtuale, una recensione

Con estremo ritardo, ma alla fine anch’io ho provato Assassin’s Creed in VR. Ubisoft sta preparando il lancio della saga su visore con il capitolo “Nexus” e la creazione di 16 nuovi missioni con elementi di parkour e furtività, ma bisogna ancora aspettare. Nell’attesa se ne può però avere un’assaggio

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Assassin's Creed in realtà virtuale, una recensione | Rec News dir. Zaira Bartucca

Con estremo ritardo, ma alla fine anch’io ho provato Assassin’s Creed in realtà virtuale. Ubisoft sta preparando il lancio della saga su visore con il capitolo “Nexus”e la creazione di 16 nuovi missioni con elementi di parkour (i più attesi) e furtività, ma bisogna ancora aspettare. Nel frattempo, tra le attrazioni in VR di un parco divertimenti della Capitale c’è anche questa, e probabilmente è una delle più immersive del genere.

Ambientazione

L’ambientazione è quella del Tempio di Anubi e dunque del capitolo “Origins“, dove si raccontano le origini della confraternita. Ci si muove muniti di arco e freccia: i controller circolari con le funzioni di “presa” e movimento assicurano una discreta resa, ma per scoccare basta, purtroppo, un movimento anche minimo.

All’esterno i vostri amici vi vedranno girare in un labirinto bianco vuoto, mentre voi, nel gioco, sarete alle prese con guardie da annientare, mummie da colpire e un prigioniero da liberare (non dimenticate di guardare in alto, oltre che in basso!).

Assassin's Creed in realtà virtuale, una recensione | Rec News dir. Zaira Bartucca
Chi scende e chi sale

Quando si inizia a camminare su piastrelle di cinque centimetri in punta di piedi per non cadere, il confine tra reale e virtuale si fa più sottile.

La visione a 120° del visore garantisce una buona immedesimazione, aumentata dagli ascensori rudimentali che restituiscono la sensazione di stare davvero salendo verso il covo del “boss”, una vecchia conoscenza degli estimatori della saga.

Non bisogna però avere fretta, perché negli anfratti che il gatto-guida non consiglia c’è tanto da trovare, e questo farà la differenza sul tabellone finale (se ci arrivate) in cui è segnato il punteggio giornaliero e i migliori punteggi assoluti.

Ad attendervi c’è l’iconico “salto della fede”

Ad attendervi come ricompensa per non esservi schiantati al suolo, c’è l’iconico “salto della fede”. Lo farete, non lo farete? Se temete le altezze vi restituirà una sensazione di vertigine, altrimenti vi lancerete entusiasti di poterne provare l’ebrezza.

Sarebbe stato ancora meglio se

Tirando le somme, l’impressione è abbastanza positiva. Addentrarsi nei vari cunicoli incuriosisce, mentre lo scenario ampio fa respirare l’intero gioco e spinge a controllare ogni direzione. I limiti sono la durata, davvero troppo breve, e l’impossibilità di confrontarsi in multiplayer.

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Tornano i concerti senza Green Pass. Le date estive da non perdere

Tante le tappe italiane cancellate negli ultimi due anni, con gli artisti che intanto si dirigevano nelle altre capitali europee, dove non si è mai smesso di garantire live colossali. Ma la buona notizie è che finalmente a Roma, Milano, Firenze e Bologna le arene e le piazze torneranno a riempirsi di artisti internazionali e leggende del Rock

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Tornano i concerti senza Green Pass. Le date italiane da non perdere | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il “Freedom Day” italiano, il giorno della liberazione dalle imposizioni sanitarie, potrebbe essere fissato per il primo maggio. Niente più mascherine, Green Pass, distanziamento. Largo alla capienza massima. Vale per quasi tutti i settori e vale per i concerti, che negli ultimi due anni sono stati più che penalizzati. Tante le tappe italiane cancellate negli ultimi due anni, con gli artisti che intanto si dirigevano nelle altre capitali europee, dove non si è mai smesso di garantire live colossali. Ma la buona notizie è che finalmente a Roma, Milano, Firenze e Bologna le arene e le piazze torneranno a riempirsi di artisti internazionali e leggende del rock. Ho selezionato per voi (e per me) un po’ di appuntamenti imperdibili. Chi vuole può segnalare altre date interessanti (anche di artisti italiani ed emergenti) nei commenti.

Mogway La formazione britannica si esibirà in Italia per tre giorni consecutivi: il 9 Maggio (Roma, Atlantico Live) il 10 Maggio (Milano, Fabrique) e l’11 Maggio (Vox Club di Nonantola, Modena)

KoЯn Grande attesa per il ritorno a Milano della band nu-metal. Il 7 giugno saranno all’Ippodromo SNAI di San Siro per il Milano Summer Festival

Foo Fighters Chi ha già acquistato il biglietto è rimasto col cerino in mano perché la data del 12 giugno è stata annullata dopo la dipartita improvvisa del batterista Taylor Hawkins

Muse Dal 16 al 19 giugno saranno all’Arena di Visarno per il Firenze Rocks 2022

Deftones Con un ritardo di un anno tornano le sonorità del gruppo alternative metal con un unico appuntamento in calendario: 21 giugno, Sequoie Music Park (Bologna)

Pearl Jam Il ballo di Clairvoyants, le canzoni storiche della band originariamente grunge e la voce graffiante di Eddie Vedder il 26 giugno a Imola all’Autodromo Enzo Ferrari

Pixies Due date italiane estive per la band nineties del classico “Here comes your man”: il 27 giugno saranno a Roma all’Auditorium Parco della Musica per il Roma Summer Fest, mentre il 16 agosto raggiungeranno Lecce e il Sud Est indipendente Festival

Liam Gallagher e Kasabian L’ex Oasis e la formazione di Tom Meighan saranno a Lucca il 6 luglio a Piazza Napoleone

The Chemical Brothers Tre date per i fratelli chimici del dj set: 7 luglio (Ippodromo Snai di San Siro – Milano Summer Festival), 8 luglio (Urban Park di Milano) e 9 luglio (Rock in Roma)

Guns N’ Roses E’ già quasi tutto esaurito per il live del 10 luglio a San Siro

Patty Smith Quartet La regina del rock e il suo quartetto gireranno l’Italia a partire dall’estate. Finora le due tappe annunciate sono quelle del 27 luglio (Auditorium Parco della Musica, Roma) e del 31 luglio (piazza Garibaldi, Cervia)

Franz Ferdinand Il gruppo indie rock scozzese di Alex Kapranos farà tappa in Italia l’1 novembre (Milano, Lorenzini District)

Nightwish – Tornano il metal sinfonico delle lande più fredde e lo splendido timbro della vocalist Floor Jansen: il 12 dicembre si esibirà assieme agli altri a Milano, al Lorenzin District.

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Il “segreto” della Luna nel nuovo film di Emmerich

Moonfall è un film riuscito, che tutto sommato può generare due tipi di reazione. Può piacere, interessare, incuriosire, spingere a farsi domande. Oppure, al contrario, può disarmare per la scelta di appoggiare al cento per cento le teorie che vogliono che la Luna nasconda segreti connessi all’origine della Terra e alla sua sopravvivenza

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Il "segreto" della Luna nel nuovo film di Emmerich | Rec News dir. Zaira Bartucca

Quando si va al cinema per vedere un film di Emmerich (“The Day After Tomorrow”, “Indipendence Day”), ci si aspettano grandi sobbalzi. Con “Moonfall” non è diverso. Il genere è quello che lo ha fatto diventare famoso e abbordabile dai canali tv: apocalittico. Pur essendo ambientato prevalentemente nello spazio, non vengono risparmiate incursioni nelle città strapazzate dalle maree e dalla distruzione. Perché a decidere la tranquillità del pianeta è solo una cosa: la Luna, che improvvisamente impazzisce e inizia ad orbitare sempre più vicino alla Terra.

Tutto ruota attorno al satellite artificiale, alle storie e alle azioni salvifiche di un trio singolare: un nerd tutto osservazioni e calcoli matematici, un’astronauta dalla vita privata travagliata e un comandante della NASA, Halle Berry nel suo ritorno action dopo la parentesi felice della saga John Wick. La pellicola è ambiziosa: in alcune scene luminose e intense cita il Kubrick del caposaldo del genere 2001 Odissea nello Spazio, come quando uno dei tre protagonisti ha un contatto ravvicinato con l’intelligenza artificiale “creatrice”.

Il "segreto" della Luna nel nuovo film di Emmerich | Rec News dir. Zaira Bartucca

Un film riuscito, in grado di dire qualcosa di più rispetto alle produzioni tutte uguali degli ultimi anni e che tutto sommato può generare due tipi di reazione. Può piacere, interessare, incuriosire, spingere a farsi domande. Oppure, al contrario, può disarmare per la scelta di appoggiare al cento per cento le teorie che vogliono che la Luna nasconda segreti connessi all’origine della Terra e alla sua sopravvivenza. Che, cioè, sia sorvegliata da particolari entità che c’entrano con la creazione dell’uomo, che al suo interno nasconda un deposito di generi di prima necessità, che sia stata messa in orbita dopo una guerra spaziale e che abbia un lato nascosto, oscuro. Lo stesso di cui cantavano i Pink Floyd. Comunque la si pensi, tanta roba.

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Le “macchine mortali” e il bello di restare umani

Nel 2018 il mainstream nostrano distrugge la pellicola di Christian Rivers, forse perché contiene tutto quello che a certe latitudini non piace: la critica al potere, la reazione al sopruso, un senso di giustizia che non si può sopire. Nelle scene iconiche e nei paesaggi mozzafiato di Christian Rivers la tecnologia disumanizzante e le soluzioni finali pensate dai piani alti ne escono distrutte. Trionfano al contrario la speranza, i sentimenti umani, i legami veri, gli ideali

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Le "macchine mortali" e il bello di restare umani | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’altro giorno ho ripescato un film che è uscito nelle sale nel 2018 e che vale la pena rivedere, oggi, per la riflessione sul transumanesimo e il piglio rivoluzionario dei protagonisti. Parlo di “Macchine Mortali”, pellicola di fattura neozelandese ispirata all’omonima saga letteraria di Philip Reeve. E’ un film di fantascienza che piacerà senz’altro agli appassionati del genere steampunk, vista la quantità di vapore distopico che si respira e le tonnellate di ingranaggi retrò sparsi ovunque. Su alcuni di questi si muove quel che rimane dell’intera città di Londra, che in questo futuro immaginato è composta da un manipolo poco sveglio e guerrafondaio di esponenti delle classi elitarie. La macchina londinese immaginata dal regista Christian Rivers è una via di mezzo tra Il Castello errante di Howl e Mad Max, una struttura temibile che si sostiene saccheggiando risorse e schiavizzando altre popolazioni. Anche la scelta della città, del resto, è evocativa, e riporta a quel 1984 che ha lasciato un po’ il segno in tutti coloro che si approcciano al genere.

La trama

La città ambulante di Londra è guidata dal dittatore Thaddeus Valentine che, si scoprirà guardando il film che non lesina gli effetti speciali e neppure qualche piccolo colpo di scena, ha un legame temporale con Ester Shaw, la ribelle che a inizio storia tenterà un regolamento di conti. Fin qui niente di che, anche perché l’inizio è caratterizzato da una trama un po’ ingarbugliata che però saprà riprendersi il suo spazio con il tentativo di Valentine di colonizzare (a conti fatti distruggere) gli anti-trazionisti che vivono nella natura e in villaggi solidali abbarbicati al di qua di un ampio muro. Sono coloro che hanno scelto di stare fermi e solidi, gli “stazionisti” minacciati da una Londra mossa da uno spirito colonizzatore che le costerà caro.

Cruciale è la figura di Pandora e quella del cyborg Shrike, il “non vivo” con un passato da umano che cresce Ester dopo che è rimasta orfana. Nell’illusione di poter vivere in eterno, decide di far trasferire il suo cervello in un automa, un po’ come accade nell’inquietante Transcendence. Ma in “Macchine Mortali” la critica al Transumanesimo è lampante: Shrike da ammasso di metallo è un essere spietato ed egoista, ma la genuinità dei sentimenti tra Ester Shaw e Tom Natsworthy (ex trazionista passato alla lega dei rivoltosi) lo riportano alla dimensione umana che in realtà ha sempre rimpianto e rivissuto nel corso dei suoi flashback “mentali”.

Il parere negativo della critica mainstream lo rende ancora più prezioso

C’è da dire che in Italia “Macchine Mortali” è stato demolito dai critici. C’è chi lo ha definito “un disastro da 125 milioni di dollari”, chi un “bellissimo flop”, per il resto è stato pressoché ignorato. Per quanto riguarda le reazioni internazionali, la produzione del film si è detta “surclassata” dalla pellicola molto più popolare e popolana che usciva nelle sale negli stessi mesi del 2018, e cioè “Avengers – Infinity War” di fattura Marvel. Ma a ben guardare il motivo della disaffezione del mainstream è un altro: in “Macchine Mortali” c’è tutto quello che a certe latitudini non piace: la critica al potere, la reazione al sopruso, un senso di giustizia che non si può sopire. Nelle scene iconiche e nei paesaggi mozzafiato la tecnologia disumanizzante e le soluzioni finali pensate dai piani alti ne escono distrutte. Trionfano, al contrario la speranza, i sentimenti umani, i legami veri, gli ideali. Tutte cose che bisogna saper riconoscere per poterle apprezzare e, certo, non è roba per tutti.

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