Come e perché il governo sta esportando l’italiano nel mondo

Oggi inizia la settimana della lingua italiana all’estero. Consolati, ambasciate e istituti saranno impegnati a diffondere l’idioma di Dante, già studiato da più di due milioni di persone. E se l’esterofilo esecutivo rosso-giallo ci tiene tanto, un motivo c’è

La diciannovesima edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo, che quest’anno è dedicata al teatro, è iniziata oggi. Coinvolgerà fino al 27 ottobre ambasciate, consolati e istituti di cultura che, fa sapere la Farnesina, “promuoveranno in tutto il mondo lo studio e la diffusione dell’italiano grazie a circa mille eventi dedicati all’opera e al teatro, alla canzone popolare e alla drammaturgia, alla letteratura e al melodramma”.


Tutto apparentemente condito dai migliori propositi. A cominciare dalla presentazione in pompa magna, avvenuta a Palazzo Firenze e introdotta dai saluti del presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi e del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina, Vincenzo De Luca. E a coronare il tutto ci ha pensato l’alto patrocinio del presidente della Repubblica, che ha suggellato un’organizzazione di tutto rispetto firmata Ministero degli Esteri, Miur, Mibac, Rai, Accademia della Crusca, Consiglio generale per gli italiani all’estero, Confederazione elvetica e Società Dante Alighieri.


Ma perché uno dei governi più esterofili di sempre – quello rosso-giallo – ci tiene così tanto a esportare la lingua italiana e ci ha tenuto a sottolineare che lo scorso anno gli studenti dell’idioma di Dante sono stati più due milioni? Presunti buoni propositi a parte, forse c’entrano di più il test di conoscenza della lingua italiana che – se superato – consente agli stranieri di ottenere il permesso di soggiorno per lungo periodo. Un piccolo escamotage che permetterà proprio a tutti (e già dal test sono esentate ben sette categorie) di ottenere gli ambiti documenti per bivaccare in Italia, cioè quel paese stupendo in cui i nastri registrati dell’Inps (Istituto che dovrebbe gestire la previdenza di chi almeno parla l’italiano) sono in tre-quattro lingue.

E allora esportare l’italiano agevolandone lo studio – nell’Italia che svende sé stessa e la propria nazionalità a tutti – significherà con buone possibilità formare l’esercito di quelli che si vuole siano, volenti o nolenti, i “nuovi italiani”.

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