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Il governo riapre nuovamente la questua ad Alitalia. I prestiti dei vecchi esecutivi alla compagnia di bandiera sono iniziati nel 2008 e potrebbero continuare. Alitalia ha, così, ottenuto foraggiamenti che raggiungono cifre a nove zeri. La domanda è: in che modo Alitalia ha restituito o restituirà il denaro pubblico ottenuto? Nel 2014 si era tentato di risolvere la questione con gli arabi di Etihad, che prima del divorzio del 2017 e dell’insediamento dell’amministrazione straordinaria deteneva il 49 per cento delle quote. Dall’intervento economico promosso da Gentiloni e Delrio, è scesa però la nebbia più totale sulle reali vicende della compagnia che un tempo era nazionale e che molti auspicano lo diventi ancora.

La storia infinita dei salvataggi. A fronte di tornaconti miseri per lo Stato

Agli italiani, in realtà, importa poco delle vicende interne all’azienda. Certo che più in apprensione sono i dipendenti iper-protetti (e in diversi casi privilegiati) dall’azione sindacale. A tanti interessa capire che fine ha fatto il denaro che è volato in direzione Alitalia: ha fatto ritorno o no? Esistono ancora rapporti di debito/credito con lo Stato? Al nuovo governo spetterebbe chiarire per una buona volta la questione, perché questo suggerisce il superamento delle vecchie politiche in favore delle nuove. Lo Stato, inoltre, dovrebbe porsi come un reale solutore del problema. Se Alitalia ha usufruito di un prestito che non è in grado di restituire, è lecito che si metta mano alle quote in attivo, perché subentra l’obbligo di risarcire il maltolto.

Un vero governo tratterebbe per ottenere le dovute garanzie, senza cedere a ricatti aziendali e sindacali

In parole semplici, il governo ha il diritto di dichiarare il ritiro delle azioni della società in percentuale. Un modo per evitare la bancarotta, è quello di mettere come garanzia azioni e beni, ipotecandoli. La misura permetterebbe al governo di ottenere le dovute garanzie (mettendo fine a ricatti aziendali e sindacali), e di reclamare la proprietà nel caso di aspetti insoluti. Nessun problema per i livelli occupazionali, che sarebbero preservati. Dal punto di vista strettamente aziendale, è inutile dare linfa a un’attività che dimostra di non saper tenere il passo con la concorrenza. Relazioni e partnership (ma non svendite, come è accaduto con gli arabi), diventano allora essenziali.

Ha svolto gli studi presso il College professionale dell'Università Nazionale di Dnipropetrovsk, specializzandosi in Managment e Marketing (sviluppo economico-territoriale, ricerca di mercato, sviluppo nuovi prodotti, politica dei prezzi e distribuzione, pubblicità, pubbliche relazioni, sviluppo nuovi mercati e segmenti di mercato). Già manager Import/Export e appassionato di Economia. Per Rec News è Autore e si occupa del reperimento di fonti internazionali.

OPINIONI

Seggi deserti, è sconfitta trasversale per la politica

Gli sconfitti di questo referendum e di queste elezioni comunali non sono quelli del sì o quelli del no, la destra o la sinistra, i liberali o i progressisti: piuttosto, l’anima politica del Paese, che ancora una volta segna distanze incolmabili con una cittadinanza insoddisfatta e disillusa. Questo non-voto è più di un voto

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Seggi deserti, è sconfitta trasversale per la politica | Rec News dir. Zaira Bartucca

Le facce allungate degli esponenti di tutti i partiti, ieri, nel salotto di Bruno Vespa, non raccontano solo la magra figura di chi era (utilitaristicamente) convinto che la “riforma” di una Giustizia devastata potesse concretizzarsi in cinque quesiti referendari. L’astensionismo ha riguardato anche le amministrative e – perfino – presidenti di seggio e scrutinatori. Il crollo di fiducia è stato totale e forse addirittura storico. Tra risultati pilotati, volti sempre uguali, larghissime e innaturali intese e un nuovo che avanza sempre più simile al vecchio, non c’è quasi più un italiano che pensi che recarsi ai seggi valga più di una giornata di mare.

Gli sconfitti di questo referendum e di queste elezioni comunali non sono quelli del sì o quelli del no, la destra o la sinistra, i liberali, i giustizialisti o i progressisti: piuttosto, a uscirne con le ossa rotta è l’anima politica del Paese, che ancora una volta segna distanze incolmabili con una cittadinanza insoddisfatta e disillusa. Questo non-voto è più di un voto. E’ un po’ un segno dei tempi, una protesta muta con cui il cittadino vuole – semplicemente – dire: non mi fido più. Non credo più alle vostre chiacchiere. Ma, come, sempre, partiti e sondaggisti non saranno in grado di interpretare l’ennesima manifestazione di malcontento.

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OPINIONI

Di Maio si dimetta se la sua “assoluta priorità” è l’Africa

Al primo posto per ogni ministro della Repubblica dovrebbero esserci le necessità dell’Italia e degli italiani. Chi non è d’accordo con questo assioma elementare dovrebbe seguire le sorti di Emanuela Del Re e trasformarsi in cooperante africanista, abbandonando finalmente una poltrona che forse è rimasta attaccata alle terga per troppo tempo

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Il governo celebra la Giornata dell'Africa. Avessero mai fatto tutto questo per il 2 giugno | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’Africa non è la cenerentola del pianeta già da molto tempo. Interessata dal mercato libero (AFCFTA) e dai piani dell’ONU sull’Agenda 2063, il suo è un territorio in forte ascesa economica. Abbiamo provato a raccontarlo citando i casi emblematici della Nigeria e del Ghana. In pratica in questo momento gli Stati del continente africano possono essere più ottimisti di un’Italia tornata agli anni ’50 in quanto a produttività, condannata all’estinzione a causa del crollo demografico e morsa da una crisi economica e occupazionale che nessun governo è intenzionato a risolvere.

Le priorità di Draghi e compagni, del resto, le ha ammesse il ministro degli Esteri in una lettera inviata oggi al quotidiano dei vescovi Avvenire. “Il Continente africano – ha detto Luigi Di Maio – rappresenta da tempo un’assoluta priorità della politica estera italiana”. Buono a sapersi, e del resto ci eravamo arrivati anche noi. Ma quello che andrebbe precisato, oltre all’elenco delle politiche assistenzialiste che in questo caso servono a far piovere sul bagnato, è quanti miliardi l’Italia spende ogni anno per foraggiare l’Unione Africana a suo discapito, quanti ne spendono gli altri Stati membri europei, quanto costa aprire frantoi lì mentre i produttori pugliesi rimangono soli a dover combattere contro la Xylella e quale inaridimento porta una politica di investimenti che guarda sempre e solo all’estero, e che viene nascosta dietro il termine rassicurante di “internazionalizzazione”.

Per Di Maio il ruolo dell’Italia deve esaurirsi in quello di tramite, in nient’altro che un collegamento fisico e ideale che metta in contatto interessi esterni. In grado di passare su quello che rimane del Belpaese senza che ci sia alcun ritorno reale, se non per le aziende di sistema. In che modo le PMI dell’agro-alimentare verranno messe nelle condizioni di fronteggiare gli effetti dell’AFCFTA e la concorrenza dei prodotti che faranno capolino nell’area mediterranea a prezzi ribassati, che i nostri produttori non potranno mai garantire?

Domande che il mainstream non si pone, rassicurato e adagiato sulla propaganda di facciata. In realtà, la politica filo-africanista altro non è che il rovescio della medaglia dell’incapacità diplomatica del nostro governo, che non riesce a tessere relazioni credibili con tutti gli altri partner istituzionali e si rifugia in una politica filo-africanista a prescindere. Senza fare nulla di concreto per la propria economia interna, si limita a salire sul carro del vincitore di domani, aspettando un bacio in fronte che non arriverà mai, visto che l’Africa parallelamente costruisce relazioni ben più strette e durature (e in qualche caso ataviche) con la Francia, la Russia, la Cina e la Gran Bretagna. Tanto varrebbe, a questo punto, tornare a pensare di investire nella propria produttività e nel proprio tessuto economico, il che non equivale affatto – come pensa semplicisticamente Patuanelli – a “mettere in discussione il mercato globale”. Le due cose non si escludono a vicenda e l’ago della bilancia non può pendere sempre in direzione dell’estero.

Ma tutti gli sforzi dell’Italia, secondo Di Maio dovrebbero essere tesi al guadagnare “credibilità” nei riguardi dei partner africani. “L’Italia – è il pensiero del grillino – può e deve svolgere un ruolo di ponte su cui far passare una collaborazione tra continenti sempre più stretta. Per poter rappresentare davvero un punto di incontro tra regioni e culture diverse, accomunate da un destino condiviso, sta al nostro Paese affermarsi quale partner credibile e affidabile dei Paesi africani. Sappiamo farlo, dobbiamo farlo”.

Ancora una volta non è chiaro se il ruolo della Farnesina sia quello di fare diplomazia e costruire partnership istituzionali a favore dell’Italia o se sia quello di stanziare capitali a favore dei continenti extra-europei sventolando la favola delle emergenze umanitarie e della scarsezza di materie prime. Al primo posto per ogni ministro della Repubblica dovrebbero esserci le necessità dell’Italia e degli italiani. Chi non è d’accordo con questo assioma elementare dovrebbe seguire le sorti di Emanuela Del Re e trasformarsi in cooperante africanista, abbandonando finalmente una poltrona che forse è rimasta attaccata alle terga per troppo tempo.

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OPINIONI

Ci mancavano solo gli UFO

Dopo il virus che uccide qualunque cosa incontri ma può essere fermato da un rettangolo di stoffa, l’actors studio di Bucha e “il vaiolo delle scimmie”, il mainstream (e il finto anti-mainstream) ha un nuovo argomento con cui intrattenere le masse

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Ci mancavano solo gli UFO | Rec News dir. Zaira Bartucca

Ci mancavano solo gli Ufo. Dopo il virus che uccide qualunque cosa incontri ma può essere fermato da un rettangolo di stoffa, l’actors studio di Bucha e “il vaiolo delle scimmie”, il mainstream (e il finto anti-mainstream) ha un nuovo argomento con cui intrattenere le masse. Ormai le debolezze economiche e sociali indotte dalla crisi invogliano a credere a qualunque cosa, quindi perché non alzare il tiro? Perché non spararne una più grossa di tutte le altre per distrarre dal Referendum truffa, dai soldi spesi per armare l’Ucraina mentre le aziende italiane crollano a picco, da Draghi e Colao che stringono accordi sottobanco con Zuckerberg?

Perché no? L’Italia va a rotoli e il premier appone l’ennesima fiducia riducendo il Parlamento a mero ornamento, ma diversi buontemponi – i complottisti, quelli veri, che animano anche e soprattutto la stampa di sistema – pensano a scie colorate che svolazzano e a disegni di bambini che documenterebbero fantomatici avvistamenti di navicelle spaziali. Dopo le prime audizioni pubbliche americane sui «fenomeni aerei» su 400 oggetti non identificati, è stato tutto un fiorire di teorie e di titoloni ad effetto:

Il Manifesto: Un mondo impazzito ma non è colpa degli UFO

Rai News: Ufo, ci sarebbero novità sul famoso avvistamento del 1994 da parte di 60 scolari nello Zimbabwe

MeteoWeb: Ufo, nuovi avvistamenti nel savonese. Alieni o test militari?

Corriere: Il Pentagono ha parlato di Ufo pubblicamente, in una audizione al Congresso

Repubblica: USA, gli Ufo “atterrano” al Congresso: catalogati 400 oggetti misteriosi

In realtà, come molti sapranno l’acronimo UFO sta ad indicare degli oggetti volanti non identificati (in inglese, Unidentified Flying Object o Unknown Flying Object). quindi gli “alieni” non c’entrano nulla. Può trattarsi di velivoli militari che utilizzano una tecnologia protetta (non a caso gli “avvistamenti” si sono sempre moltiplicati nel corso delle guerre), o di fenomeni metereologici non ancora scoperti.

Perché il Pentagono scopre le carte ora? Probabilmente, sulla scia degli annunci russi e cinesi sulle dotazioni di missili ipersonici che hanno fatto mobilitare perfino la NASA, che ora è al lavoro su un sabotatore di questo tipo di velivoli. Ma l’occasione è troppo ghiotta, per alcuni, per non cavalcare l’ennesimo allarme di massa in grado di riportare la gente davanti ai tg, di generare paure su cui costruire campagne elettorali, di indebolire e – soprattutto – distrarre.

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