Gli Usa accusano un giornalista di spionaggio. E’ la prima volta per l’America

Il duro colpo inferto al Primo Emendamento americano. Edward Snowden: “Non si tratta più di Assange, questo caso deciderà il futuro dei media”

Gli Stati Uniti hanno deciso di far aumentare i presunti addebiti su Julian Assange, il fondatore di Wikileaks arbitrariamente allontanato dall’Ambasciata dell’Ecuador che doveva garantirgli asilo e attualmente detenuto in un carcere inglese. Il Dipartimento di Giustizia degli Usa ha presentato ieri diciassette nuove accuse che si rifanno allo Espionage Act. E’ la prima volta che negli Stati Uniti ci si appella al testo del 1917 per un operatore dell’informazione.


La decisione di accusare Assange di reati di spionaggio – scrivono Sarah N. Lynch e Mark Hosenball di Reuters – è notevole e insolita. La maggior parte dei casi che coinvolgono il furto di informazioni classificate avevano fino questo momento preso di mira i dipendenti del governo come Manning, e non la gente che pubblica l’informazione stessa”. Dello stesso tenore quanto espresso da Edward Snowden: “Non si tratta più di Julian Assange: questo caso deciderà il futuro dei media”.



Il riferimento è al pericoloso precedente che verrebbe instaurato se un giornalista venisse condannato per aver divulgato informazioni che riguardano episodi di corruzione anche interna ai governi e crimini di guerra. Nessun (vero) giornalista, in qualunque luogo e a qualunque latitudine (Assange è originario dell’Australia e naturalizzato dall’Ecuador ma lo incrimina uno Stato estero di cui si è limitato a denunciare le pecche) sarebbe più al sicuro.


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