Candidati Usa 2020, gli scheletri nell’armadio di Kamala Harris

La senatrice della California, “avvocato dei senza voce e dei vulnerabili” e i cospicui finanziamenti dall’organizzazione pro-aborto Planned Parenthood

Lo avevamo scritto: la corsa alla Casa Bianca della senatrice della California Kamala Harris si è rivelata accidentata in partenza. A frenarla è anzitutto un vizio di fondo, e cioè la mancanza dello status di Natural born citizen. In altre parole Harris, di padre jamaicano e di madre indiana, non è una cittadina americana di nascita, requisito per potersi candidare sancito dalla clausola dell’Articolo II della Costituzione americana.


Non solo questo. A spulciare nel suo passato politico più recente sono stati la piattaforma Follow the money (qui quello che hanno trovato sul magnate delle comunicazioni David Zaslav) e la Federal Election Commission. Il resoconto è paradossale: Harris, che ha sempre amato definirsi “l’avvocato dei senza voce e dei più vulnerabili”, è stata finanziata fin dagli albori della sua carriera (già ai tempi del procuratorato generale) da Planned Parenthood.



L’organizzazione è tristemente nota per il profitto derivato dalla vendita di parti di feti abortiti che, oggi sappiamo, è parte essenziale del business connesso ai vaccini. Niente male per una che dice di appellarsi principalmente alla “decenza, l’uguaglianza e la giustizia”. Intanto, stando a quanto reso noto dalle due diverse fonti, Harris ha “giustamente” ingoiato l’equivalente di 81,215 dollari in contributi elettorali, che provengono in massima parte da Planned Parenthood e organismi figli (sopra).


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