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Leonardo Da Vinci visse e operò in molte città: Firenze, Milano, Pavia, Mantova, Venezia, Roma. Gli anni fiorentini furono quelli più lunghi oltre che più prolifici. Nella città toscana il genio poliedrico tornerà dopo aver girato lo stivale in lungo e in largo, cambiato corti e frequentato le personalità più influenti, per un’attaccamento naturale che andava oltre l’arte. In Francia visse dal 1517 al 1519, che coincidono con gli ultimi due anni della sua vita, interrotta a 67 anni. Semplificando, 65 anni furono italiani, due “francesi”.

Pittore “italo-francese”, dipinse la Dama “polacca”. Ma basta vivere due anni in Francia per giungere a forzature come quella di definire Leonardo “italo-francese”? Secondo lo stesso calcolo, Ugo Foscolo, nato a Zante, dovrebbe essere italo-greco. Leonardo nacque a Vinci, paesino toscano, e l’abitudine di secoli ormai lontani di cucire nel cognome la provenienza suggellò (fortunatamente, viste le vicende che caratterizzano la sua figura) quest’ultima. Un paradosso per l’artista più conteso e più “rubato”: in Francia si trova la Gioconda, in Polonia la Dama con l’ermellino (che per assurdo i polacchi considerano un quadro simbolico del loro Stato, una sorta di tela nazional-popolare), a San Pietroburgo la Madonna Benois.

All’Italia restano le briciole. Nel Belpaese che pure gli diede i natali, gli anni della giovinezza ma anche quelli della vecchiaia, sono rimaste opere per un motivo o per l’altro poco apprezzate: tre tele sono formalmente esposte agli Uffizi, polo museale di tutto rispetto che si trova a dover colmare un vuoto ridicolo oltre che inspiegabile. A Parma è conservata un’opera minore degli anni giovanili, la cosiddetta “Scapigliata”, in Vaticano l’incompiuto San Girolamo penitente. A Milano, ma non è una consolazione, si trova la famosa Ultima Cena che, trovandosi in un precario stato di conservazione per i balzelli e l’usura cui è stata sottoposta negli scorsi secoli, non conta su molti occhi che la osservano periodicamente.

Ma perché queste opere si trovano all’estero? Colpa delle smanie di appropriazione che si sono materializzate con il crescere dell’apprezzamento per Leonardo, ma anche delle concessioni di cui l’Italia si è storicamente resa colpevole. Nel trattare la vicenda i revisionisti, per far passare l’idea della permanenza della Gioconda su suolo francese quando Leonardo era ancora in vita, scomodano il segretario di Luigi D’Aragona Antonio de Beatis. Lo stesso che nelle annotazioni dell’incontro tra il genio toscano e d’Aragona, scrive: “el signore con noi altri andò ad videre messer Lunardo Vinci firentino, vecchio de più de LXX anni, pictore in la età nostra excellentissimo, quale mostrò ad sua Signoria Illustrissima tre quatri, uno di certa donna fiorentina, facto di naturale, ad instantia del quondam magnifico Iuliano de Medici, l’altro di san Iohanne Baptista giovane, et uno de la Madonna et del figliolo che stan posti in gremmo de sancta Anna, tucti perfectissimi”.

Ma la “donna fiorentina” non è la Gioconda. In direzione della cronaca di de Beatis va la tesi (frutto di una costruzione a posteriori) secondo cui la Gioconda altri non fosse che Lisa di Antonmaria Gherardini, nobildonna fiorentina che secondo alcuni fu l’amante di Giuliano De Medici. Eppure la rappresentazione della donna del famoso dipinto conservato al Louvre lascia trasparire tutto fuorché di nobile si trattasse. E’ sufficiente fare un raffronto con la Dama con l’ermellino, soffermarsi sui capelli sciolti e sullo sguardo che sfida l’osservatore e sulle rappresentazioni coeve (dello stesso periodo) di nobili e popolane, per capire che si tratti del secondo caso.

“Niente è lasciato al caso” in punto di morte. Il testamento di Leonardo contribuisce a gettare ancora più ombre sulla diatriba francese: è il 1519 quanto Leonardo chiama il notaio Guglielmo Boreau per dividere i suoi averi. Ai fratelli lascerà una rendita di centinaia di scudi, a Salaì (si badi bene a questa figura), il vigneto di cui nei fatti si era già appropriato. All’allievo Francesco Melzi lascia tutto il resto. “Niente – scrive Raffaella Bonsignori – è lasciato al caso”. Salaì (al secolo Gian Giacomo Caprotti), per i revisionisti fu colui che materialmente vendette la Gioconda a Francesco I di Francia. Ma in che modo ne sarebbe venuto in possesso se a lui era destinato solo un vigneto e se è lecito pensare che il quadro fosse in Italia e nelle disponibilità del Melzi, il discepolo che Leonardo voleva tenesse “tutto il resto”?

Sorpresa: le spoglie mortali non sono in Francia. A questo bisogna aggiungere che, in realtà, la salma di Da Vinci non sia più in Francia. La tomba di Amboise altro non sarebbe che un falso, così come lo sono le varie “case” sparse per tutta Italia: di questo parere è, per esempio, Ilario Principe, fiorentino e luminare del settore. Del 1560 è l’opera di devastazione degli ugonotti di San Fiorentino. Sono questi ultimi a distruggere gli arredi della chiesa dove erano state conservate le spoglie mortali dell’artista, e a profanarne la tomba. La chiesa è di nuovo oggetto di devastazione a seguito della Rivoluzione francese, e viene definitivamente fatta demolire nel 1808 da Roger Duclos, prefetto di Napoleone.

La “farsa” francese. Quella che viene imbastita successivamente è un’intera opera di ricostruzione che riguarderà l’intero edificio e anche la “tomba” di Leonardo. Qui vengono gettate tutte le ossa che vengono trovate nell’estinto edificio di San Fiorentino: con buone possibilità Mattarella e Macròn non hanno reso omaggio a Leonardo, ma ad anonimi sconosciuti vissuti nel Rinascimento.

Le opere rimangono italiane. Nulla dunque, giustifica la sorte delle rinomate tele giunte all’estero, se non la smania di chi vuole appropriarsene e il lassismo di 500 anni di mala gestione italiana. Non fa eccezione l’esecutivo “giallo-verde”, che pure ha avuto nella risolutezza di Lucia Borgonzoni a non cedere altro, un momento di concretezza. Il dibattito, tuttavia, fatica a spostarsi verso il punto focale: Leonardo fu italiano, visse in Italia e produsse la quasi totalità delle sue opere in Italia. Non si sfiorerebbe nessun problema diplomatico se, fonti storiche alla mano e messo in conto il parere di esperti autorevoli, si dimostrasse che di francese nel passato del genio italiano non ci sia stato niente altro che una ventina di mesi passati all’estero. E gli erasmus o i viaggi fuori, non fanno degli italiani degli stranieri.

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ECONOMIA

Beppe Grillo, Bill Gates, Agenda 2030 e il “cibo del futuro”

Insetti e cellule animali coltivate in laboratorio: sono le “ghiottonerie” che potrebbero riempire gli scaffali in un prossimo futuro. Come sarà segnalata la loro presenza ai consumatori? E che alternative avrà chi vorrà mantenere un’alimentazione tradizionale mentre un sofisticato progetto di ingegneria sociale mira a ridisegnare le abitudini di tutti?

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Beppe Grillo, Bill Gates, Agenda 2030 e il "cibo del futuro" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Una volta si diceva che ai figli bisogna cercare di dare il meglio, oggi si pensa ad utilizzarli come cavie della “sostenibilità”. Ce lo chiede l’Europa, ce lo ordina l’ONU tramite il suo programma capillare Agenda 2030, ce lo impone la nostra classe dirigente. Sono da inquadrare in questo contesto le recenti esternazioni di Beppe Grillo, che ha elogiato la scelta dell’Università di Cardiff di fare un esperimento sugli alunni delle scuole elementari britanniche. Lo studio sui bambini dai cinque agli undici anni prevede la somministrazione di insetti quali surrogato dell’alimentazione tramite il preparato chiamato VeXo, pubblicizzato dal capo ufficioso del M5S con tanto di rimando al sito ufficiale.

“I bambini – assicura Grillo – impareranno così i benefici nutrizionali e ambientali del consumo di insetti, come grilli, cavallette, bachi da seta, locuste e vermi della farina”. Nomen Omen, verrebbe da dire. Il pretesto è che il consumo di animali che saltano ovunque e strisciano – con tutti i limiti igienico-sanitari connessi – in linea teorica “potrebbe – dice il comico – contribuire a ridurre i 64 milioni di tonnellate di anidride carbonica emesse ogni anno dalla produzione e dal consumo di prodotti a base di carne”. Ma che dire dell’impatto di determinate fabbriche o dei termovalorizzatori? Davvero il problema è sostituire la bistecca con i vermi, o c’è dell’altro?

Un sofisticato progetto di ingegneria sociale mascherato da buone intenzioni

A ben guardare, determinate idee e scelte economico-sociali si collocano sotto l’ombrello dell’Agenda 2030, un sofisticato e capillare progetto di ingegneria sociale concepito fin dagli anni ’90 dai gruppi di pressione, e sottoscritto solo nel 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU (tra cui l’Italia). L’alimentazione in questo contesto ha ruolo preponderante, tanto che si trova al punto 2. I suoi promotori vorrebbero cambiare il modo di coltivare, i tipi di allevamento e conseguentemente il modo di nutrirsi delle popolazioni interessate. Ufficialmente, per giungere all’obiettivo “fame zero” nel mondo nel giro di meno di un decennio. Eppure non tutti i Paesi aderiscono al progetto. Le parole d’ordine sono “agricoltura smart” o “agricoltura 4.0” (in Italia capofila è l’Enel), sostituti della carne (insetti o preparati sintetici che derivano dalla coltivazione cellulare di tessuti animali), integratori alimentari. I propositi sembrano buoni, ma gli interrogativi sulle reali ricadute e le zone d’ombra rimangono tanti.

Cancellati allevatori ed agricoltori medi e piccoli: il regalo dell’ONU alle multinazionali

Nei fatti, per esempio, la digitalizzazione forzata dei meccanismi di produzione agricola (con l’ausilio della tecnologia di quinta generazione, il 5G), lasceranno indietro tutti i piccoli produttori che non potranno adeguarsi, e che già scontano le politiche vessatorie di un’unione europea che obbliga a lasciare porzioni considerevoli di terra incolta. Come verranno reimpiegati questi soggetti nel prossimo futuro? All’orizzonte non c’è notizia di politiche attive a favore del loro ricollocamento, soprattutto in una società incentrata sull’idea del telelavoro (l’ormai noto smartworking) che già fatica a trovare la quadra sul salario minimo.

Se, insomma, da un lato la propaganda ambientale sulla “sostenibilità” fa pensare ai meno attenti che ci sarà tanto per tutti, nei fatti il livellamento sociale ed economico di stampo quasi maoista o stalinista lascerà perire i piccoli produttori, che con il lavoro messo in sordina si troveranno a scontare – paradossalmente – proprio quella fame che l’ONU dice di voler scongiurare. E l’acqua, bene primario per ogni coltivatore? Un po’ ovunque si va nella direzione della sua privatizzazione, con il rischio che ne venga controllata la somministrazione (magari grazie all’idea che scarseggia e che lo si fa in nome dell’ambiente) e che venga sottratta a determinate fasce sociali o categorie. Sono solo alcune delle tante incoerenze che riguardano l’applicazione dell’Agenda.

Mentre l’agricoltura (europea) cambia, la Cina fa shopping sui terreni esteri e i governi inaugurano la stagione delle requisizioni

Il futuro possibile è raccontato in un documentario di Deloitte (“Presto sarà domani”, con Riccardo Scamarcio e Carolina Crescentini), dove si vede un fruttivendolo coltivare erbette e bacche (poco altro) in sofisticate teche digitali che simulano la luce solare e il calore. Viene spontaneo domandarsi, a questo punto, cosa succederà ai terreni che potrebbero rimanere incolti e perché, mentre l’Ue fa proprie le politiche imposte dall’ONU, le multinazionali e Stati come la Cina continuano ad acquisire fette sempre maggiori di terreni in giro per il mondo. Non solo: molti Stati negli ultimi anni hanno ripreso a varare leggi sulle requisizioni, ufficialmente per scopi sanitari o di utilità sociale. E’ successo nell’era covid nella Spagna di Sanchez e in Italia con il decreto Cura Italia varato dal governo Conte. “Con la crisi sta avvenendo un passaggio di ricchezza dalle classi povere alle altre”, ha detto Draghi negli scorsi giorni. Con la scusa delle ristrettezze, della sostenibilità e della tutela della salute, è possibile che in un futuro non molto lontano i beni mobili ed immobili passeranno dai legittimi proprietari a governi pronti a svenderle per far quadrare i bilanci, tanto nel frattempo si sarà imposte le mode – anche queste in Agenda – della co-abitazione, del co-sharing, del co-working.

L’ipocrisia sul “benessere animale”: spariscono gli allevamenti intensivi, rimangono caccia, pellicce ed esperimenti

Il piano di contrasto ai sistemi di produzione per come li conosciamo, poi, farebbe sparire gli allevamenti. Quelli intensivi spesso costringono gli animali a stare in spazi ristretti e poco igienici, è vero, ma quello che è strano è che l’ONU colpisce le filiere della carne ma parallelamente continua a non mettere alcun freno a pratiche ben più lesive del benessere animale come la caccia di animali selvatici (volpi e specie protette di volatili, per esempio), e l’utilizzo di animali per pelli e pellicce o per esperimenti di laboratorio e test cosmetici.

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La multinazionale della carne sintetica di Bill Gates e Richard Branson

Il caso vuole, poi – perché è chiaro che, come per il covid, si tratti di una coincidenza – che a essere in prima fila nella produzione di carne sintetica da laboratorio in sostituzione di quella naturale ci siano Bill Gates e Richard Branson della Virgin. Nel 2017 i due hanno annunciato un maxi-finanziamento verso Memphis Meat, all’epoca startup di stanza nella Silicon Valley che già si preparava al salto di qualità, forte di mutamenti annunciati. La presenza del magnate della bio-tecnologia e di quello dello spazio e una cordata capeggiata da Google Ventures, Cargill e Khosla Ventures le ha permesso di contare su un’investimento iniziale di 22 milioni di dollari. Il coinvolgimento di uno dei paperoni che hanno fatto affari d’oro col covid, tuttavia, non deve aver generato troppo entusiasmo, visto che nel giro di qualche anno il colosso delle cellule da laboratorio trasformate in hamburger e in polpette ha cambiato nome in Upside Food.

Suo concorrente per l’area asiatica è Eat Just, il cui nome ricorda quello della multinazionale delle consegne a domicilio. La tecnologia che sfruttano si chiama cell-based, e prevede la modifica e la coltivazione di cellule, in questo caso animali. Non si sa ancora quale impatto possa avere sull’organismo umano e sullo stesso DNA un’alimentazione di questo tipo, visto che molti governi negli anni hanno espresso forti riserve e posto limiti vistosi all’utilizzo di OGM (organismi geneticamente modificati) considerati dannosi. Altri dubbi nascono sull’etichettatura dei prodotti, perché mentre ci si concentra sul Nutriscore, non si sa in che modo verrà segnalata la presenza di carne sintetica o di insetti negli alimenti, e in che modo il consumatore che non intende assumerli possa essere tutelato.

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ECONOMIA

Bilderberg, i partecipanti italiani e di cosa si è discusso

Si è tenuta a Washington la riunione annuale del Bilderberg, ritornata dopo due anni di assenza causa covid. In questa edizione è stata rafforzata la presenza ucraina

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Bilderberg, chi sono i partecipanti italiani e di cosa si sta discutendo
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Si è tenuta a Washington la riunione 2022 del Bilderberg, ritornata dopo due anni di assenza causa covid. Il meeting riunisce politici, industriali, rappresentanti di organismi, docenti universitari e rappresentanti di governo. Per alcuni si tratta di un gruppo di pressione che organizza i punti in agenda su scala globale, per altri un’occasione di confrontarsi a nome proprio e non del proprio ruolo. Quel che è certo, è che la riunione avviene al riparo da occhi indiscreti, senza che si possa conoscere il contenuto degli interventi.

I partecipanti italiani

Quest’anno i partecipanti italiani sono stati due: il riconfermato Stefano Feltri (direttore de Il Domani) e Francesco Starace (Amministratore delegato di Enel S.p.a). Nelle precedenti edizioni hanno partecipato, tra gli altri, Lilli Gruber, Mario Monti, Matteo Renzi. Per quanto riguarda le partecipazioni internazionali, scorrendo la lista completa del 2022 saltano all’occhio i nomi di Audrey Azoulay (direttore generale Unesco), Albert Bourla (Ceo di Pfizer), José Manuela Barroso (Goldman Sachs International), William J.Burns (direttore della CIA), il solito Henry Kissinger, Yann LeCun (vicepresidente di Facebook), Charles Michel (presidente del consiglio europeo), Eric E. Schmidt (Former CEO and Chairman, Google), Kevin Scott (Microsoft Corporation) e Jens Stoltenbergs (segretario generale della NATO).

Rafforzate le presenze ucraine

Quest’anno è stata inoltre – prevedibilmente – rafforzata la componente ucraina, con la partecipazione dell’ambasciatrice in America Oksana Markarowa e con il rappresentante dei magnati del gas Yuriy Vitrenko (Naftogaz). Non deve stupire, visto che il Bilderberg è stato creato nel 1954 in chiave anti-russa (all’epoca anti-URSS), su impulso della CIA e a sostegno dell’attività della NATO.

I punti in Agenda

Quest’anno i punti all’ordine del giorno sono stati 14 e piuttosto impegnativi per esponenti che partecipano “a titolo personale”: riallineamenti geopolitici, sfide della NATO, Cina, riallineamenti indo-pacifici, competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti, Russia, Economia e continuità di governo, Interruzione del sistema finanziario globale, disinformazione, Energia sicurezza e sostenibilità, Salute post-pandemica, frammentazione delle società democratiche, commercio e deglobalizzazione, Ucraina.

Aspetti controversi

Il Club Bilderberg è stato fondato su impulso della CIA, ma anche per iniziativa diretta del banchiere David Rockfeller, che ha fondato anche la Commissione Trilaterale, altro gruppo di potere dove siedono 300 rappresentanti influenti che portano avanti gli obiettivi del “gruppo di studio”.

C’è chi considera “prestigiose” questo tipo di riunioni, e anche chi le ha criticate aspramente. E’ il caso del magistrato Ferdinando Imposimato, che definì il gruppo Bilderberg come “uno dei responsabili della strategia della tensione e quindi anche delle stragi” che hanno toccato anche l’Italia.

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DOC

Gli ultimi dati Istat: disoccupazione in aumento

Le persone senza lavoro rispetto a marzo sono +12mila. Lo rileva l’ISTAT nel report “Occupati e disoccupati”

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Gli ultimi dati Istat: disoccupazione in aumento | Rec News dir. Zaira Bartucca

Ad aprile 2022 di quest’anno la disoccupazione è cresciuta ulteriormente. Le persone che si ritrovano senza lavoro rispetto a marzo sono +12mila. Lo rileva l’ISTAT nel report “Occupati e disoccupati” reso noto oggi (in basso). In particolare nel mese di riferimento il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,1 punti percentuali su base mensile e di 1,8 punti rispetto allo stesso periodo del 2021.

Secondo i rilevamenti Istat, i disoccupati sarebbero 2 milioni e 94mila. Stime ottimistiche perché, avverte l’Istituto Nazionale di Statistica, “l’emergenza sanitaria” ha costretto ad acquisire un 10% in meno di rilevazioni rispetto ai report passati.

Nonostante i fondi teoricamente impiegati a favore dell’impiego femminile, crescono inoltre anche le donne disoccupate (-43mila unità rispetto a marzo). Il loro tasso di disoccupazione ad aprile è salito di +0,2 punti percentuali. Ai minimi storici, inoltre, il tasso di disoccupazione nella zona euro.


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