INCHIESTE
La trasformazione del battaglione Azov: da colpevoli di torture e crimini di guerra a martiri
Il Papa incontra le loro mogli e il mainstream li santifica tramite racconti strappalacrime e le foto delle ferite in bella vista. Accadde anche nella Seconda Guerra Mondiale, quando i primi collaborazionisti dei tedeschi furono proprio i media di regime. Ma la guerra civile ucraina del 2014 e le brutture compiute dai neo-nazisti ora infiltrati nei ranghi dell’esercito, non si possono cancellare
Mariti affettuosi, padri modello, uomini di cultura dalla sensibilità speciale. Dallo scoppio del conflitto russo-ucraino, l’immaginario legato agli esponenti del battaglione neo-nazista Azov è stato completamente trasformato. Merito indiscusso della manipolazione operata dai motori di ricerca (Google è prevedibilmente in prima fila), di enciclopedie “libere” come Wikipedia che hanno trasformato la strage di Odessa in un “incendio” e – ovviamente – dei media di massa. Colpa di molti giornalisti, anche, che solo pochi anni fa raccontavano i crimini della rete nazista ucraina e i suoi legami con i fanatici dell’ultra-destra nostrana, e oggi vedono nell’entourage di Zelensky e nel suo esercito atipico un fulgido esempio di democrazia.
Così, da settimane è tutto un fiorire di elogi dal tono agiografico per questi ragazzacci buoni, tutti da vezzeggiare: il nostalgico Bruno Vespa li santifica in seconda serata ospitando un monologo di una delle mogli dei “militari”, che in effetti da outsider estremisti si sono infiltrati nei ranghi dell’esercito regolare. I quotidiani lo seguono a ruota per arrivare a oggi, quando il massimo esponente di un Vaticano storicamente collaborazionista decide di incontrare due donne vicine al battaglione. Per capirci: mentre si critica la presunta politicizzazione del Patriarca Kirill, Papa Francesco ha dato il suo benestare allo squadrone della morte in cui militano schiere di fanatici banderiti. Nel 2019 il Congresso di Washington bollava l’organizzazione come “terrorista”, tentando di accendere un faro sui crimini tuttora nascosti dal regime di Kiev.
Ma, ormai, nel tentativo di far dispetto alla Russia, tutto deve essere occultato e piegato a versioni di comodo: si mettono da parte le svastiche e si fa finta di non vedere i saluti romani, che si criticano (giustamente) quando si fanno in Italia, ma si ignorano se si verificano all’estero. Quel che è peggio, si tenta di far sparire dalla memoria comune le torture e i crimini compiuti contro le popolazioni del Donbass e dell’Ucraina dell’Est confermate dall’OSCE e dall’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, che oggi stanno assumendo un atteggiamento molto più tollerante.

Il nuovo simbolo del battaglione Azov: il Wolfsangel “ripulito” da nero è diventato blu, da verticale ad obliquo. E’ anche più stilizzato
Così gli estremisti di Azov sono stati inglobati nell’esercito regolare
Ma come è stata possibile questa trasformazione? Sicuramente, la diluizione strumentale del battaglione tra le fila dell’esercito ucraino ha avuto peso decisivo. Nel pratico, dopo il 2014 – riporta la rivista di geopolitica Micromega – “30 battaglioni indipendenti sono andati a colmare le falle che l’esercito nazionale aveva lasciato nell’Est e nel Sud del Paese, tanto da essere comunque coordinati dal Ministero della Difesa di Kiev e, con tempi e modalità differenti, inseriti nella Guardia Nazionale ucraina”. Tutti aspetti che trovano conferme nelle dichiarazioni di Vladislav Seleznev, che dopo lo scoppio della guerra civile aveva manifestato la volontà dello Stato maggiore delle forze armate ucraine di formare unità militari sulla base dei battaglioni volontari che, in molti casi, si sono macchiati di atrocità indescrivibili contro le popolazioni russofone e le minoranze etniche (non necessariamente “filo-russe”). Basta ricordare il massacro di Odessa, i volti deturpati dei cadaveri, gli strangolamenti e i corpi arsi.
I legami diretti tra Zelensky e il battaglione Azov
Un filo diretto, peraltro, lega il presidente ucraino Zelensky al gruppo di estremisti che ha individuato in Mariupol la propria roccaforte. Nel 2019 il comico prestato alla politica conferisce al capo della “Resistenza” dell’Acciaieria Azovstal Denis Prokopenko, la medaglia “Bogdan Khmelnytsky” . Un endorsement che viene replicato quest’anno con il titolo di “Eroe ucraino” e con la decorazione dell’Ordine della Croce d’Oro. Ma sul capo di Prokopenko, nonostante il tentativo di riedificazione morale, continuano a pesare accuse di pesanti crimini di guerra compiuti dal 2014 contro le popolazioni del Donbass, quando l’ultrà della Dinamo Kiev era ancora considerato un fanatico che amava fare sfoggio di simboli riconducibili alle SS naziste e teorizzava apertamente la “purezza” della “razza” ucraina. Una strana coincidenza è inoltre l’origine tutta “teatrale” dei vicinissimi a Zelensky, che a capo delle forze di Sicurezza ucraine ha piazzato il produttore di Kvartal 95 – il sodalizio artistico che lo ha battezzato – mentre Ilya Samoilenko, responsabile dell’intelligence del reggimento Azov, è figlio di Alla Samoilenko, nota talent-scout del cinema ucraino.

Esponenti del battaglione Azov immortalati con tre bandiere: NATO, Azov e nazista. A sinistra un saluto “romano”
Il rischio di riscrivere la storia
Ma le narrazioni costruite e piene di falle e i tentativi di ripulire l’immagine di personaggi più che controversi, non fanno danni solo al buon giornalismo. Nel caso dei battaglioni neri dell’Ucraina, il rischio è quello di scusare e alla lunga dimenticare i crimini di cui questi gruppi di estremisti si sono resi colpevoli, trasformandosi da compiacenti a collaborazionisti. Sta già succedendo con la frangia Pravy Sector, il “Settore Destro” ritenuto colpevole del massacro di Odessa del 2 maggio 2014 di cui si diceva sopra, che si sta già tentando di riscrivere e di manipolare con la storia dell’incendio accidentale suffragata da strumenti divulgativi ad ampia diffusione come Wikipedia.









