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di Stefano Nitoglia – Avvocato

Uno dei terreni sui quali incide l’emergenza a seguito della pandemia detta Covid-19 è quello dei rapporti fra Stato italiano e Chiesa cattolica, o meglio tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, enti entrambi sovrani, regolati dai Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, sottoposti a revisione con l’Accordo del 18 febbraio 1984. I Patti Lateranensi constano di tre distinti documenti: il Trattato, che fondava lo Stato della Città del Vaticano, riconoscendo l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede; la Convenzione finanziaria, che regolava le questioni economiche sorte a seguito delle spoliazioni degli enti ecclesiastici con le cosiddette leggi eversive, e il Concordato, che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa e il Governo.

L’articolo 138 della Costituzione

I Patti Lateranensi sono stati “costituzionalizzati” con il recepimento di essi operato dall’art. 7 della Costituzione italiana del 1948: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. Questo significa che per rivedere i Patti occorre un previo accordo tra le due parti, ovvero, se lo Stato intende procedere autonomamente, un procedimento di revisione costituzionale secondo l’articolo 138 della Costituzione.

Lo Stato riconosce alla Chiesa piena libertà di svolgere la sua missione pastorale

Nel 1984, con l’Accordo stipulato il 18 febbraio di quell’anno tra le due parti, venne modificato il Concordato (non il Trattato). L’articolo 2 dell’Accordo stabilisce: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”.
Fra le fonti primarie di riferimento va richiamato pure l’articolo 19 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Il decreto di Conte sulle restrizioni per i luoghi di culto è senza precedenti

Il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri dell’8 marzo 2020, definito senza precedenti nella storia repubblicana, – una norma di rango secondario nella gerarchia delle fonti, seppur sorretto dal decreto-legge 23 febbraio 2020 n. 6, norma di carattere primario – all’art. 2 al co. 1 lett. v, dispone che “l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro di cui all’allegato 1, lettera d). Sono sospese le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”.
La sospensione delle cerimonie civili e religiose, con l’aggiunta della possibilità di “limitazione dell’ingresso nei luoghi destinati al culto”, non contemplate dal d.c.p.m. 8 marzo 2020, è ribadita dal decreto legge 25 marzo 2020, n. 19. E’ significativo che in una bozza dell’ultimo decreto legge, che circolava prima della firma e della pubblicazione, fosse contemplata anche la “completa chiusura” dei luoghi di culto: è verosimile che la sua rettifica nel testo definitivo dipenda dalle forti proteste che l’anticipazione ha provocato.

La “caccia alle streghe ” del governo Conte: in Sicilia è stato arrestato un sacerdote

Seppure non sia impedita la professione privata della religione – e ci mancherebbe! -, né si impedisca direttamente l’accesso ai luoghi di culto, bensì se ne preveda “soltanto” la “limitazione”, viene interdetto, seppur temporaneamente ed eccezionalmente, l’esercizio pubblico della religione, con il blocco delle cerimonie sia in chiesa, sia all’aperto o altrove (la norma non specifica). I problemi sono immediati e concreti: la norma mantiene comunque confini vaghi, lasciando molto a una discrezionalità applicativa suscettibile di diventare arbitraria. In Sicilia un sacerdote è stato denunciato per violazione della disposizione del d.p.c.m. 8 marzo 2020, unitamente a due parrocchiani, perché costoro lo assistevano tecnicamente nella trasmissione della Santa Messa in streaming: erano solo loro tre, a distanza di metri l’uno dall’altro in una grande cappella.

La norma che mettono in pericolo la libertà di celebrare la Santa Messa va abolita

In Puglia un altro sacerdote ha subito la stessa sorte perché “colto in flagranza” dopo aver dichiarato agli agenti di polizia che si ricava a celebrare la Santa Messa in un convento di clausura, che ospita cinque suore! In sede di conversione del decreto legge una norma così ambigua va o eliminata, o corretta, se del caso collegando l’autocertificazione anche alla possibilità di raggiungere la chiesa più vicina al proprio domicilio.

Quello che chiamano “cerimonie” sono parte essenziale dei tre Uffici amministrati in modo esclusivo dalla Chiesa

I problemi sono altrettanto gravi nel rapporto fra ordinamenti. Come sottolinea il professor Carrer, “è impossibile non rilevare l’antinomia che si crea tra la norma di cui all’articolo 2, comma 1, lett. V d.p.c.m. 8 marzo 2020 e l’articolo 19 della Carta fondamentale. Un ulteriore contrasto è tra la norma statale citata e l’articolo 7 della Costituzione, che prevede l’indipendenza e la sovranità reciproca della Chiesa”. Quelle che il d.c.p.m. dell’8 marzo e il successivo decreto legge del 25 marzo definiscono, nel sospenderle, “cerimonie”, la Chiesa chiama sacra liturgia, che è il nucleo della sua attività: “La chiesa adempie la funzione di santificare in modo peculiare mediante la sacra liturgia”, recita il canone 834 del codice di diritto canonico. L’ufficio di santificare è uno dei tre uffici (gli altri due sono quello di insegnare e quello di governare) in cui si esplica la  missione della Chiesa.

Regolare la liturgia spetta solo alla Chiesa. Nei fatti, è stata limitata la sua missione ed è stato invaso il suo campo

Il can. 838 del codice di diritto canonico, al paragrafo 1 prevede che «regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano» nonché, al paragrafo 4 è ulteriormente ribadito che «al Vescovo diocesano nella Chiesa lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti». Sospendere, seppur per motivi eccezionali, la cui validità nessuno contesta, e per un tempo ristretto, questo ufficio fondamentale della Chiesa vuol dire limitare la sua missione; significa, altresì, invadere il campo della Chiesa, alla cui autorità compete unicamente regolare la sacra liturgia. È vero che in questa occasione lo Stato ha ottenuto la pronta collaborazione della Conferenza episcopale italiana, ma le questioni in diritto restano tutte.

L’articolo 19 della Costituzione

La misura incide inoltre sulla libertà costituzionale, garantita dall’articolo 19 della Costituzione, che hanno tutti i cittadini, a qualsiasi religione o confessione appartengano di professare liberamente la loro fede e di esercitarne in privato o in pubblico il culto. “Tutti – recita il citato articolo 19 della Costituzione – hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. Per Carrer, “è evidente che, insieme all’articolo 19 della Costituzione, la normativa commentata ha inciso in profondità sull’articolo 7 della Costituzione: quanto al co. 2°, si tratta di modificazioni dei Patti Lateranensi non accettate e nemmeno aventi la forma di revisione costituzionale; quanto al co. 1° la sovranità dello Stato prevale su quella della Chiesa, almeno nelle condizioni dettate dall’emergenza” .

Con la scusa delle “circostanze eccezionali”, si mettono in pericolo le libertà costituzionali

Se passa il principio che circostanze eccezionali, per ora collegate a questioni di salute, possono limitare le libertà costituzionali dei cittadini e quelle della Chiesa (anch’esse costituzionalmente garantite), cosa potrebbe accadere, in futuro, in circostanze eccezionali di diverso tipo? In quali materie e per quanto tempo si possono giustificare tali limitazioni? Possono esse divenire definitive? Non si rischia di stravolgere i princìpi basilari del nostro ordinamento giuridico?

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Anziani uccisi nelle RSA, infermiere condannato all’ergastolo

Il farmacista attivo in provincia di Ascoli Piceno è stato considerato colpevole dalla Corte d’Assise di ben otto omicidi. Disposto anche l’isolamento diurno

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Anziani uccisi nelle RSA, infermiere condannato all'ergastolo | Rec News dir. Zaira Bartucca

Anziani abbandonati senza cure nelle RSA o imbottiti di dosi letali di insulina e psicofarmaci. Erano i trattamenti disumani che L.W., 59 anni, riservava ai pazienti che avrebbe dovuto assistere. Il farmacista attivo in provincia di Ascoli Piceno è stato considerato colpevole dalla Corte d’Assise di ben otto omicidi premeditati e quattro tentati omicidi, e condannato all’ergastolo. Disposto anche l’isolamento diurno. I fatti contestati risalgono al 2017-2018, mentre per i presunti casi di abbandono e mancate cure nelle RSA lombarde nel periodo covid i pm hanno chiesto l’archiviazione (Pio Albergo Trivulzio e Palazzolo Don Gnocchi).

 

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La risoluzione del Consiglio d’Europa che potrebbe avere impatto sui disabili

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una raccomandazione e una risoluzione. I due documenti definiscono delle linee guida per implementare…

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La risoluzione del Consiglio d'Europa che potrebbe avere impatto sui disabili | Rec News dir. Zaira Bartucca

Comunicato CCDU – L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una raccomandazione e una risoluzione per la deistituzionalizzazione dei disabili. Entrambe definiscono delle forti linee guida per implementare i diritti umani nel campo della salute mentale. In seguito all’approvazione da parte della Commissione Affari Sociali e Salute, entrambi i documenti sono stati poi approvati a larghissima maggioranza dell’assemblea plenaria nel corso della sessione di aprile, con una votazione trasversale e bipartisan, fornendo una vigorosa spinta in favore dei diritti umani in Europa. 

Nel corso del suo intervento, Reina de Bruijn-Wezeman, ha posto l’accento sull’importanza della deistituzionalizzazione:  

“Faccio affidamento sul Parlamento affinché intraprenda le azioni necessarie per eliminare progressivamente qualsiasi legge che consenta l’istituzionalizzazione di persone con disabilità il trattamento involontario in ambito salute mentale, e allo stesso tempo contrastare qualsiasi testo o bozza di legge o regolamento che sia in favore dell’istituzionalizzazione e che vada contro lo spirito e la lettera della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.” 

La deistituzionalizzazione rappresenta una pietra miliare sul percorso che deve porre fine a qualsiasi coercizione in ambito psichiatrico come richiesto dalla convenzione ONU ratificata nel 2006, particolarmente rilevante perché le persone con disabilità sono gli individui più vulnerabili, “sempre a rischio di violazione sistemiche o di diritti umani, compreso violenza fisica, mentale e sessuale.” 

Sebbene i manicomi siano stati chiusi da tempo in Italia, la prassi nei nostri istituti psichiatrici rimane sostanzialmente improntata a una logica manicomiale, con abbondante ricorso a strumenti lesivi dei diritti e della dignità umana, come i trattamenti coatti, la contenzione fisica e chimica, le sbarre alle finestre, il divieto di comunicare con l’esterno; e un diffuso utilizzo prolungato di medicinali. La decisa presa di posizione del Consiglio d’Europa obbliga implicitamente il Parlamento italiano a una riforma in senso garantista, per fare in modo che il sogno basagliano diventi finalmente realtà. 

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Docenti, le nuove modalità di accesso alla professione deliberate dal Consiglio dei Ministri

Le principali novità riguardano i concorsi, la formazione, il periodo abilitante e l’istituzione di un nuovo organismo accreditante e di verifica

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Docenti, le nuove modalità di accesso alla professione deliberate dal Consiglio dei Ministri | Rec News dir. Zaira Bartucca

Via libera in Consiglio dei Ministri alle nuove regole per la formazione iniziale e continua e per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria. Nuovi percorsi per chi vuole insegnare e concorsi annuali per il reclutamento del personale. Questi i perni della riforma approvata ieri dal governo, che dovrebbe portare in cattedra, entro il 2024, 70mila insegnanti. Nel decreto legge sul PNRR è prevista anche la nuova Scuola di alta formazione per dirigenti, insegnanti e personale ATA.

La formazione iniziale e l’abilitazione

Definite le modalità di formazione iniziale, abilitazione e accesso all’insegnamento nella scuola secondaria.

Sono previsti:

  • Un percorso universitario abilitante di formazione iniziale (corrispondente ad almeno 60 crediti formativi), con prova finale
  • Un concorso pubblico nazionale con cadenza annuale
  • Un periodo di prova in servizio di un anno con valutazione conclusiva

Il percorso di formazione abilitante si potrà svolgere dopo la laurea oppure durante il percorso formativo in aggiunta ai crediti necessari per il conseguimento del proprio titolo. È previsto un periodo di tirocinio nelle scuole. Nella prova finale è compresa una lezione simulata, per testare, oltre alla conoscenza dei contenuti disciplinari, la capacità di insegnamento.

L’abilitazione consentirà l’accesso ai concorsi, che avranno cadenza annuale per la copertura delle cattedre vacanti e per velocizzare l’immissione in ruolo di chi vuole insegnare. I vincitori del concorso saranno assunti con un periodo di prova di un anno, che si concluderà con una valutazione tesa ad accertare anche le competenze didattiche acquisite dal docente. In caso di esito positivo, ci sarà l’immissione in ruolo.

In attesa che il nuovo sistema sia attivo – fanno sapere dal Miur – per coloro che già insegnano da almeno 3 anni nella scuola statale è previsto l’accesso diretto al concorso. I vincitori dovranno poi conseguire 30 crediti universitari e svolgere la prova di abilitazione per poter passare di ruolo.

Durante la fase transitoria, coloro che non hanno già un percorso di tre anni di docenza alle spalle ma vogliono insegnare potranno conseguire i primi 30 crediti universitari, compreso il periodo di tirocinio, per accedere al concorso. I vincitori completeranno successivamente gli altri 30 crediti e faranno la prova di abilitazione per poter passare di ruolo.

La formazione continua e la Scuola nazionale

La formazione sulle competenze e gli strumenti digitali sarà parte della formazione già obbligatoria per tutti e si svolgerà nell’ambito dell’orario lavorativo. Viene poi introdotto un sistema di aggiornamento e formazione con una pianificazione su base triennale. I percorsi svolti saranno anche valutati con la possibilità di accedere, in caso di esito positivo, a un incentivo salariale.

I percorsi di formazione continua saranno definiti dalla Scuola di alta formazione che viene istituita con la riforma e si occuperà di adottare linee di indirizzo e di accreditare e verificare le strutture che dovranno erogare i corsi. La Scuola si occuperà anche dei percorsi di formazione di dirigenti e del personale ATA.

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