Sky ci prova con la fiction sul bimbo transgender

Pianificata la messa in onda di “Butterfly”, la serie che racconta del bambino che si sente femmina. Le puntate sviluppate con l’associazione che convince i piccoli a diventare trans e che promuove i farmaci che bloccano la pubertà

Max si sente Maxine. Ha undici anni e, forse perché bombardato dai messaggi inneggianti le presunte teorie sull’inutilità del genere, vuole diventare bambina. Il padre, preoccupato per la salute e le sorti del figlio, lo scoraggia. La mamma – se così si può chiamare – ha pronti trucchi, mollette, vestitini rosa. Un dramma psicologico che Tony Marchant ha pensato di ridurre a fiction, prontamente sponsorizzata da associazioni e siti di matrice Lgbt. In Italia a cogliere la palla al balzo per mettere in atto l’ennesima parte di una propaganda capillare sarà – salvo che il lavoro degli attivisti mobilitati vada a buon fine – uno dei canali dell’emittente Sky. Quella, per intenderci, che si ostina a chiamare l’eminenza grigia George Soros “filantropo”, e che non è nuova a produzioni di questo tipo.


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Le puntate sono state pianificate con l’ausilio dell’associazione “Mermaids” che, pur occupandosi di temi sociali, sponsorizza la fiction nella home del suo sito. Vanti o meno interessi economici sulla produzione, è il sodalizio che ha offerto consulenza al regista Marchant, e che si propone di far uscire piccoli e adolescenti dall’isolamento offrendo consulenza e utilizzando farmaci per il blocco della pubertà. Un ragazzino o una ragazzina cominciano a farneticare di cambi di sesso e identità? Sono pronte le punture in grado di “risolvere il problema” bloccando lo sviluppo sessuale fino a che non si è pronti a decidere “chi” essere. O almeno così si fa credere. In Italia a dare il via libera alla somministrazione anche per casi di disforia di genere a partire da marzo di quest’anno è stata l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco.



Mermaids è, tra l’altro, vicina ai controversi medici e coniugi Mike e Helen Webberley (in alto, nella Gallery). Il primo si propone di seguire i pazienti affetti da “disforia gender” dalla diagnosi ai cambio effettivo. Nulla viene trascurato, dalle analisi del sangue al reperimento dei documenti (assicura, legali) per cambiare nome e avere un passaporto. “Non sei troppo giovane o troppo vecchio per avere aiuto e supporto”, è quanto scrive (in Italia, invece, fino al 2016 la prescrizione veniva limitata ai soli maggiorenni). Una massima in cui certo crede la moglie Helen, indagata per aver eseguito la “riassegnazione di sesso” in un paziente di appena 12 anni. “Iniziare il trattamento prima dei 16 anni – è quanto aveva affermato la dottoressa in concomitanza delle indagini di Scotland Yard – è pericoloso. I pazienti – concludeva – devono essere in grado di poter iniziare prima”. Tesi che hanno incassato l’ovvio sostegno della comunità trans, ma anche quello di Mermaids, l’associazione coinvolta nella produzione televisiva che ora Sky Italia vorrebbe mandare in onda.


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Eppure in Italia la tutela del minore, tolte le fantomatiche teorie sull’inesistenza di genere, è a livello legislativo molto chiara. Molto più chiara che nella Gran Bretagna dei Webberley. Anzitutto è il codice penale a punire tutti quei casi in cui viene disconosciuto al minore il diritto di stare bene, e dunque di avere salute fisica e benessere psicologico. Anche l’istigazione a pratiche di pedofilia è normata, e punisce chiunque riconosca un carattere sessuale ai bambini, anche parlando di omosessualità precoce. Se la si mette dal punto di vista dell’informazione, è il consunto Ordine dei giornalisti ad aver redatto assieme alle associazioni di settore la Carta di Treviso, poi confluita nel 2016 nel Testo unico dei doveri del giornalista. In questo viene stabilito, tra le altre cose, che lo Stato debba “incoraggiare lo sviluppo di appropriati codici di condotta affinché il bambino sia protetto da informazioni e messaggi multimediali dannosi al suo benessere psico-fisico”, e che i giornalisti debbano trattare le notizie nell’esclusivo interesse del minore. Belle parole che, per esempio, non sembrano interessare all’Ansa, che ha dato conto della notizia della serie tv dal solo punto di vista dei pregiudizi, tra l’altro inserendola nella sezione “Lifestyle – Società e diritti”. Nulla, sui pericoli cui i minori vengono esposti.


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Avranno sicuramente notato aspetti del genere i promotori della petizione “Basta abusare dei bambini – Non mandate in onda la serie sul bambino transgender” pubblicata da Citizen Go. Mentre scriviamo, ha raggiunto 35.287 firme. “Chiediamo a Sky – è l’istanza dei firmatari –  di non rendersi partecipe di questo grave bombardamento ideologico non consentendo la messa in onda del programma”. L’emittente potrebbe recepire la richiesta delle decine di migliaia di telespettatori e attivisti (magari ricordandosi di leggi e Testi che i comunicatori sono chiamati a rispettare e che invece sono ignorati perfino da chi è chiamato a vigilare), oppure potrebbe continuare a fare orecchie da mercante, così sollecitando indirettamente l’intervento del dormiente ministro alla Famiglia Lorenzo Fontana. Per chi non è d’accordo, poi, l’arma vera è una sola: non guardare la serie e, se si incontra, cambiare canale. Chissà che i palinsesti non tornino, così, ad adeguarsi al sentire comune anziché a quello delle minoranze.


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1 Comment

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    Rita Castagna
    02/11/2018 - 00:09

    Io il film lo farei sulla madre, caso clinico. Fare questo a un figlio e’ da pazzi. Se sky la manda chi non e’ d’accordo non la guardi.

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