La sostanza “pericolosa” che blocca lo sviluppo sessuale

Prima utilizzata per i malati oncologici, a luglio il Cnb ha dato l’ok all’utilizzo della Triptorelina nei bambini e negli adolescenti che manifesterebbero disforia di genere. Eppure fino a due anni fa il farmaco dai preoccupanti effetti collaterali era considerato dannoso per i minori 

Un nome che ai più non dirà nulla, “Triptorelina” è il principio attivo di diversi farmaci utilizzati, per esempio, per curare malattie dell’apparato riproduttivo maschile e femminile (fonte: Aimac). A luglio il Comitato nazionale per la bioetica della Presidenza del Consiglio dei ministri ha dato il suo ok al suo utilizzo nei bambini e negli adolescenti per trattare la cosiddetta disforia di genere. La sostanza è in grado di bloccare il rilascio di ormoni, e per i suoi “sostenitori” (Ipsen che la produce e simpatizzanti delle teorie no-gender) sarebbe in grado di “congelare” lo sviluppo sessuale. Per esperti come la dottoressa Morresi dello stesso Cnb, l’utilizzo nel minore espone invece a gravi rischi attribuibili al mancato sviluppo, sia fisici che psicologici. 


Il farmaco a carico del Sistema sanitario e le limitazioni di età. Nel 2016 l’Aifa, Agenzia italiana del farmaco, provvede a far inserire la Triptorelina e gli altri analoghi dell’ormone di rilascio delle gonadotropine “nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del SSN”. La determina è pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 6 agosto dello stesso anno. Nell’allegato vengono stabiliti i criteri di inclusione. Ieri potevano usare il farmaco solo “donne adulte in età pre-menopausale di età inferiore ai 18 anni e minore ai 43 anni”, per giunta tenendo presente “l’accurata informazione in merito al rapporto rischio/beneficio del trattamento nella singola paziente”. Oggi, la Triptorelina viene considerata, apparentemente senza evidenze scientifiche, un valido alleato contro “i casi di autolesionismo e potenziali suicidi” che si verificherebbero tra i minori. Eppure il possibile utilizzo in pazienti in età pediatrica o adolescenziale fino ad appena due anni fa, quando gli studi universalmente noti erano stati già compiuti, non veniva neppure contemplato.



Quest’anno il principio attivo nella sua formulazione semestrale è stato salutato come la panacea per risolvere i problemi prostatici. Ne dà notizia il primo ottobre l’agenzia farmaceutica francese Ipsen.  Le parole della responsabile Paola Mazzanti sembrano incoraggianti: ci saranno “nuove opzioni terapeutiche” rafforzate dallo studio Lebret, che avrebbe messo d’accordo “l’ottanta per cento dei medici”. E’ alla fine di un lungo intervento in cui si enumerano i pregi della sostanza, che Mazzanti afferma quanto segue: “la recente approvazione di triptorelina semestrale nel trattamento della pubertà precoce centrale (PCC) nei bambini di età maggiore o uguale i 2 anni, con insorgenza della CPP prima degli 8 anni nelle bambine e prima dei 10 anni nei bambini, fornirà a questa popolazione infantile una nuova opzione di trattamento.” Gli stessi minori che, appena due anni fa, erano stati esclusi da trattamenti a base di Triptorelina da parte della stessa Agenzia italiana del farmaco.



Cos’è cambiato in poco più di 700 giorni? Forse le evidenze scientifiche a sostegno dell’utilizzo della triptorelina in bambini e adolescenti sono cresciute? Si direbbe di no, almeno guardando alle pubblicazioni mediche accreditate note. Eppure, come accennato, il Comitato nazionale per la bioetica ha dato l’ok al suo utilizzo anche per il trattamento della “disforia di genere negli adolescenti”. Il documento è stato redatto da Laura Palazzani e Lorenzo D’Avack, e considerato favorevolmente dalla maggioranza del Cnb, che ha tra l’altro stabilito che la prescrizione sia possibile “secondo la modalità delle indicazioni diverse da quelle autorizzate (off label). In base a questa classificazione – si legge nel documento – la decisione terapeutica, la predisposizione e l’assunzione del consenso informato sono affidati esclusivamente alla responsabilità del singolo medico, senza la verifica da parte di un Comitato etico”. Niente vigilanza sulla prescrizione, dunque, demandata unicamente alla volontà di un medico che  potrebbe, per esempio, decidere di bypassare la più ovvia terapia psicologica affidandosi unicamente a metodi biologicamente più rischiosi.


I pericoli dell’utilizzo di triptorelina. Il principio attivo da somministrare tramite punture e venduto attualmente in forma di Decapeptyl, Fertipeptil e Gonapeptyl depot (aziende Ipsen e Beafour S.rl per il primo farmaco e Ferring S.p.a. per gli ultimi due), non è acqua fresca. Tanto che per diverse versioni del primo è stato già previsto il ritiro dal mercato. All’interno del comitato scientifico del Cnb è la professoressa Assuntina Morresi a dimostrarne i limiti in una lunga relazione che l’organismo sembra non aver preso in debita considerazione. Scorrendo il foglio illustrativo dell’Acetato D tryptophan 6 gonadorelin, questo il nome chimico, si legge per esempio che può provocare “deterioramento visivo, una diminuzione nel livello di ormoni sessuali nel sangue, negli uomini la libido diminuita e l’impotenza, nella donna fiotti di sangue dal naso con sudorazione copiosa”. Non manca nemmeno la “demineralizzazione del tessuto osseo, l’anemia e la tumefazione delle gambe”. Alla faccia del passaggio sereno verso il cambio di sesso.



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