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OPINIONI

Gay, fango sul Sultanato del Brunei. Ma l’aborto e la circoncisione quanti morti fanno?

Organizzazioni gridano allo scandalo per la lapidazione prevista dalla Sharia, compresa la sorosiana Amnesty. Ma quante morti fanno altre pratiche che invece sono tollerate e anzi propugnate (e sovvenzionate)?

Gay, fango sul Sultanato del Brunei. Ma la circoncisione quanti morti fa? | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’ultima vittima di una pratica “religiosa” che prevede l’asportazione a crudo del prepuzio, spesso con metodi domestici e in ogni caso invasivi, è un bambino nigeriano di un mese che abitava a Genova. La notte passata è stata la sua ultima notte: a porre fine alla sua vita stando alle prime ipotesi è stata la madre nigeriana assieme alla nonna. All’arrivo dell’ambulanza il piccolo era già morto, oggetto sacrificale del fanatismo religioso di matrice islamica che continua a mietere vittime. Stessa sorte è toccata qualche settimana fa a un bambino di cinque anni. Ma è religione, e la si rispetta.

Non si rispettano allo stesso modo le misure proposte dal Sultanato del Brunei, legate anche queste al credo religioso. Potrebbero toccare a chi, ignorando la legge dello Stato che a queste latitudini è indissolubile dai precetti, porti avanti pratiche omosessuali e sodomite o compia adulterio. Si sia d’accordo con decisioni del genere oppure le si biasimi come ha fatto Amnesty international, non si può ignorare un aspetto fondamentale.

Non si possono applicare due pesi e due misure. Non si può gridare allo scandalo o alla violazione dei diritti a convenienza. E Amnesty, solo per citare la più impegnata, è l’organizzazione che propugna e sovvenziona la pratica disumana dell’aborto in giro per il mondo (uccidere la vita in grembo sì, anche all’ottavo o nono mese di gravidanza, punire un adulto che potrebbe potenzialmente modificare un comportamento considerato illegale a certe latitudini, no), e che ignora per l’appunto le vittime della circoncisione e dell’infibulazione femminile, che addirittura alcuni Paesi africani stanno cercando di legalizzare. In questi casi, senza esitazione, si parla di “cultura”.

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