I Gilets Gialli e l’anno d’oro della Rivolta popolare

La presidenza si arrocca nell’Eliseo e rimane ferma su una politica “lontana dai bisogni e dai diritti della gente”. Ecco cosa chiedono i giubbotti che non fermano la protesta, nonostante gli abusi della polizia denunciati da ACAT e RN

C’è un anno, per la Francia “popolare”, che sarà ricordato per sempre. Non è il 1879, data del pur pilotato epilogo della Rivoluzione francese, ma il 2019. Il corso illuminato da luci e scintille da guerriglia urbana degli Champs Elysees lo ha salutato senza distrarsi da presidi di protesta che vanno avanti da mesi. Sarà l’anno – lo annunciano i Gilets Jaunes e i “Francesi in collera” – movimento “figlio” dei giubbotti gialli – del riscatto. Della possibile fine di una politica che la gente comune dipinge come arroccata all’Eliseo e lontana dai bisogni (oltre che dai diritti) del popolo.


L’isolamento di Macròn. A essere in pericolo è la stessa presidenza di Emmanuel Macròn, già al centro dello scandalo Benalla (la guardia del corpo con cui avrebbe intrattenuto più di una relazione professionale) e che a stento sta contenendo la rivolta e la furia della gente che chiede certezze lavorative, economiche, salutari. Mancanze che lamentano, senza mezzi termini, i francesi che a differenza dei “cugini” italiani da mesi non si stancano di scendere in piazza per reclamare i propri diritti. E gli stessi Gilets Jaunes ne hanno censito, approssimativamente, due milioni e trecento.



La rabbia che diventa azione. Tra di loro ci sono i rappresentanti de La France en Colère, che poco dopo Capodanno – il 3 gennaio – hanno inviato all’indirizzo dell’Eliseo una singolare lettera di auguri, che è anche una risposta al discorso “sprezzante”, intavolato dalla presidenza il 31 dicembre. L’errore di Macròn, che ha parlato di “folle odiose” e “partiti estremisti”, è insomma lo stesso dei colleghi “democratici” italiani, fermi su servili posizioni filo-europeiste e incapaci di  ammettere un fallimento che si traduce, da tutti i punti di vista, in degrado, sia esso economico o sociale. Anche a queste latitudini, tuttavia, potrebbero vedersi scene simili a quelle del Bangladesh, dove i ministri del governo Hasìna sono stati letteralmente tirati fuori dalle automobili e malmenati. Non è fantascienza, solo, il risultato della sordità degli amministratori. E quando accade non c’è sicurezza che tenga.


Il gioco dello scaricabarile. Più facile sperare che le operazioni di propaganda siano più potenti dei danni provocati dalla disoccupazione e dalla povertà, più utile individuare a tutti i costi un colpevole. In Francia il “mostro” di turno è il Rassemblement National di Marine Le Pen che, tuttavia, non ha mai governato, ma ha fatto di un’opposizione strenua e continua il suo cavallo di battaglia. Nessuna via di compromesso: il trasformismo di matrice italiana che sta toccando anche la Lega, a una Francia che in anticipo intravede un declino dovuto a politiche scriteriate, non interessa. L’Italia sta meglio? No, semplicemente nel Belpaese le dinamiche azione-reazione sono molto, molto, più lente. Ma, anche qui, in mancanza di cambiamento reale, inevitabili.



“Macron attacca le vittime della sua politica e della disoccupazione di massa”. Lontani dall’essere la vera anima del movimento, RN, rispondendo alle accuse di Macron, ha comunque recentemente parlato dei Gilet gialli come della naturale conseguenza delle scelte ai limiti dell’attuale presidenza. “Molti avrebbero sperato – hanno fatto sapere dal partito in concomitanza dell’annuncio della Grande Convention che si terrà il 13 gennaio per le elezioni europee – in risoluzioni di pace e giustizia da parte del presidente della Repubblica. Emmanuel Macron ha invece chiarito che questo non accadrà, e che non ascolterà gli appelli dei francesi”.


La violenza e gli arresti. Il mainstream parla di folle inferocite che stanno mettendo a ferro e fuoco la Francia distruggendo monumenti, negozi, arredo urbano. Non una parola, tuttavia, sugli abusi della polizia denunciati dallo stesso Rassemblement e delineati con dovizia di particolari nel rapporto investigativo dell’ACAT. La polizia, è quanto rileva l’organismo, rimane impunita nel 90 per cento dei casi di cronaca di cui è diretta responsabile, anche quando adotta strumenti di coercizione immotivata e anche quando le sue pratiche controverse causano morti e feriti. “Alle richieste dei giubbotti gialli di aumentare il proprio potere d’acquisto e una migliore rappresentanza politica – affermano i portavoce del Rassemblement National – il governo ha risposto con violenza e arresti arbitrari, deliberatamente gettando il petrolio sul fuoco”.




Ma cosa chiedono i Gilets? Nulla di più dell’ovvio. In Francia, come in Italia, questo coincide con garanzie per i malati, con la certezza della previdenza sociale, con il funzionamento dei trasporti pubblici e con risorse per la famiglia, la scuola, i minori. Coincide, anche, con il non far rimanere lo Stato al di fuori di decisioni internazionali imposte, perché non va dimenticato che le posizioni di Macròn sul Global Compact, il trattato falsamente non vincolante che cancella gli Stati, avevano già provocato una prima ondata di dissenso e portato in piazza i francesi che chiedono che le decisioni importanti (soprattutto quelle che riguardano l’invasione indiscriminata del proprio Stato) non piovano dall’alto. Nell’Italia della confusione mediaticamente costruita, dove si grida per poi dare alla gente contentini o per fare il contrario di quanto si afferma, c’è insomma tanto da imparare dal reazionismo francese.



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