L’Est che emigra ha carenza di manodopera

Coface ha censito più di 500mila posti di lavoro disponibili per il solo secondo trimestre del 2018 in Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia. Un dato che non frena l’esodo verso Occidente, dove fa gola il cambio al rialzo dello stipendio

Più di 500mila posti di lavoro disponibili per il secondo trimestre 2018. Se per l’Italia è fantascienza, per il gruppo euroscettico (a convenienza) di Visegrad è già realtà. Sono i calcoli di Coface, un’agenzia di credito all’esportazione. Ne dà notizia Alberto Magnani de Il Sole 24 ore. Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria in chiusura d’anno hanno contato su ben 520mila possibilità di occupazione nel settore industriale e in quello dei servizi e delle costruzioni. Una situazione economicamente favorevole che però non sta né agevolando i rimpatri di quanti “occupano” i Paesi occidentali, né sta frenando gli esodi degli amanti dello stipendio facile, perché così si deve definire il cambio fin troppo vantaggioso che li porta a lavorare (spesso in nero) senza apportare alcun contributo al Paese che li ospita.


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Una situazione paradossale che sta innescando fiumi di malcontento, in Italia come in Gran Bretagna, dove all’ingresso di un’associazione polacca è comparsa la scritta “Go home”, andate a casa. Sempre stando ai dati forniti da Magnani, “in Repubblica Ceca i profili scoperti sono lievitati dalle 122.809 unità del secondo trimestre 2016 alle oltre 270.500 unità del terzo trimestre dell’anno in corso. In Polonia i ruoli scoperti sono aumentati da 93.815 a oltre 164mila nello stesso periodo”.


“In effetti – rileva – l’intero blocco dell’Europa dell’Est si trova stretto nella tenaglia fra una crescita superiore alla media Ue e la carenza di forza lavoro“. Viene spontaneo domandarsi cosa si cerchi così affannosamente altrove visto che la Commissione europea ha stimato una crescita del Pil dell’intero blocco che si attesta attorno al 3,5 per cento (+3,1per cento la Repubblica Ceca, +3,2 per cento l’Ungheria, +3,7 per cento la Polonia, + 4,2 per cento la Slovacchia). “L’Italia – è quanto afferma il giornalista fornendo un significativo termine di paragone –  è invece ferma al +1,2 per cento“.


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A questi fattori vanno aggiunti la ripresa dei consumi privati, il “rialzo dei salari effettuato per tentare di rendere più appetibile il mercato e una generosa inieizione di fondi europei, incassati senza troppi imbarazzi fra uno scontro e l’altro con l’establishment comunitarie. Solo nel 2017 – riporta l’autore dell’articolo – a quanto risulta dai dati della Commissione, i paesi dell’asse di Visegrad hanno incamerato finanziamenti da Bruxelles per oltre 22 miliardi di euro“.


Fattori assolutamente incoraggianti che però non arginano in nessun modo “l’enorme flusso di migrazioni verso l’Europa occidentale, un fenomeno che ha svuotato i Paesi delle stesse risorse ora cercate dalle imprese attive in patria. La fuga di milioni di cittadini verso i mercati continentali è nata – continua Magnani – all’inizio degli anni ’90, dall’opportunità di capitalizzare le proprie competenze in uno scenario più florido di quello abbandonato alle spalle. Quasi 20 anni dopo, la situazione sembra rimasta identica.


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Dati Eurostat riferiti al 2014, l’ultimo anno a disposizione, mostrano che la paga media lorda oraria nel settore industria, costruzione e servizi viaggia sui 5,6 euro l’ora in Polonia, 5,3 euro in Repubblica Ceca e Slovacchia e 4,8 euro in Ungheria. Nell’Unione europea si alza a oltre 15 euro, in Gran Bretagna l’asticella supera i 18 euro. Nella sola Polonia, nel 2015, lo stipendio medio netto di un adulto senza figli si aggira sui 4.645 euro, per scendere a a 3.350 nel caso dell’Ungheria. Nell’Ue la media cresce sopra i 13.700 euro annui”.


Altro che Paesi disastrati. A fare gola sono gli stipendi molto più floridi a parità di lavoro prestato. Poco importa se il cambio danneggi i paesi ospitanti piegati dalla disoccupazione locale. Il motivo è presto detto: permettersi una tenore di vita superiore a quello della media dell’Europa occidentale in paesi in cui il costo della vita è davvero bassissimo.


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