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L’establishment ci vede in due modi: schede elettorali con i piedi e moneta ambulante (in grado di dare ossigeno a determinate aziende) dall’altra. In qualche modo è vero, almeno nella misura in cui da elettori e da consumatori determiniamo l’andamento del nostro Stato. Un andamento che però è costruito, fatto confluire su determinati binari e su cui – è triste ma è così – il cittadino deve interferire il meno possibile. Almeno fino a quando non si decide a portare avanti politiche personali risolutive. Niente di estremo: per influire e cambiare quello che non ci va a genio, basta fare scelte consapevoli. Il Saccente ha stilato per te una delle sue “guide”, e invita alla lettura solo chi non ha sentito le orecchie fischiare qualche settimana fa.

1. Compra italiano. Hai visto la Pernigotti? E’ solo la punta di un iceberg. Non ci vuole molto. Gira i prodotti e leggi le etichette. All’estero fanno tutti così e la merce italiana non la comprano, ma la imitano e rivendono dieci vole tanto. Made in Italy vuol dire prodotto in Italia e venduto in Italia. Se c’è scritto “prodotto sotto casa” ma la sede è in Bangladesh, è perché la colonizzazione asiatica ha iniziato a dare i suoi frutti. Se la dicitura invece è “prodotto in un eremo tibetano ma venduto a Caltanissetta” è perché le aziende scappano e poi esportano facendo un danno a chi rimane. Morale della favola: premia i sacrifici di chi, nonostante i numerosi interventi degli incappucciati, sta tenendo l’Italia per il cappuccio. Questo vuol dire, anche….

2. Dimenticare i ristoranti e i negozi cinesi. Pensa alla qualità, quella che questo tipo di esercizi non sono in grado di darti. Davvero vuoi essere cliente di chi alimenta business illegali per risparmiare qualche euro e avere la casa invasa di oggetti che si rompono dopo una settimana? Il sushi? Nei pub, locali e ristoranti italiani è pieno di cibo orientale. Non serve sottolineare che è meglio della “pizza” che ci propinano loro in ogni angolo d’Italia.

3. Il telecomando è il tuo scettro del potere. Usalo. Qualcosa non ti torna o non ti piace? Click. Se rimani regali audience, cioè guadagno sonante a chi ti sta fornendo della cattiva informazione, a chi pensa tu sia stupido e tenta di modificare il tuo cervello. Intanto auguriamo buon sonno ai nuovi presidenti ai vertici delle aziendone televisive che avrebbero dovuto cambiare tutto e invece sono passati prima dal cambiamento della carta intestata.

4. Segnala le irregolarità. Qualcosa non ti torna, sei testimone di un’ingiustizia? E’ facile girarsi dall’altra parte. Anche grazie a te e a chi fa come te l’Italia è andata a rotoli. Non c’è tempo per piangere sul latte versato. Rimboccati le maniche e manda mail, fai telefonate, rivolgiti alle Procure. Vai nei commissariati. Lì ci sono persone che lo Stato paga in alcuni casi profumatamente, spesso per non fare nulla. Anche in quest’ultimo caso è necessario intervenire per rendere noto che impiegati, addetti e simili, non fanno bene o non fanno il loro lavoro.

5. Ricorda la massima Faber est suae quisque fortunae, che in un bel latino ti dice che ognuno è artefice del proprio destino. Abbiamo imparato lo scaricabarile dai politici, lo abbiamo fatto nostro e usato. Ora, in un momento di crisi estrema, è il caso di cambiare e di attivarsi.

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FREE SPEECH

Il collettivo di giornalisti per la liberazione di Assange compie tre anni

Nel 2019, il trasporto coatto di Assange dall’Ambasciata dell’Ecuador ha fatto mobilitare tutta la società civile, di tutti i Paesi del Mondo. Ad arrivare troppo tardi sono stati, come sempre, i media mainstream, che anziché denunciare subito la violazione dei diritti umani hanno tentato di costruire un’immagine distorta e inesistente del giornalista. Ma a fianco di queste azioni che si caratterizzano da sole, iniziava a prendere forma un’esperienza virtuosa: quella di un collettivo di giornalisti che si è battuto e si batte per la liberazione incondizionata di un collega che ha apportato un contributo risolutivo al mondo dell’informazione

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Ad Assange il Premio per i paladini della libera informazione | Rec News dir. Zaira Bartucca

Julian Assange, giornalista pluripremiato e fondatore di Wikileaks, è detenuto in un carcere britannico da quasi quattro anni. La sua colpa è di aver fatto conoscere al mondo la verità su numerosi crimini di guerra e sul malaffare che gira intorno a certe organizzazioni, a certa politica e a certi partiti. Per Assange, che ha svelato i punti deboli dei clintoniani e dei democratici americani, oggi non esiste nessuna grazia che provenga dal presidente americano, sebbene alcuni per la sua liberazione facessero affidamento – errando – nel ricambio alla Casa Bianca. Il problema non era – evidentemente – Trump, perché negli Stati Uniti di Biden si graziano tacchini ma non uomini che con il loro lavoro hanno tentato di aiutare la collettività a liberarsi dalle catene che la tengono imbrigliata.

Nel 2019 il trasporto coatto di Assange dall’Ambasciata dell’Ecuador ha fatto mobilitare tutta la società civile, di tutti i Paesi del Mondo. Ad arrivare troppo tardi sono stati, come sempre, i media mainstream, che anziché denunciare subito la violazione dei diritti umani in corso hanno tentato di costruire un’immagine distorta e inesistente del giornalista. Ma a fianco di queste azioni che si caratterizzano da sole, iniziava a prendere forma un’esperienza virtuosa: quella di un collettivo di giornalisti che si è battuto e si batte per la liberazione incondizionata di un collega che ha apportato un contributo risolutivo al mondo dell’informazione. Quel collettivo si chiama “Speak Up for Assange”, e quest’anno compie tre anni.

In un triennio questa realtà è riuscita a mettere insieme oltre duemila giornalisti provenienti da tutto il mondo (tra loro, anche la fondatrice di Rec News) e da tantissime redazioni che chiedono la liberazione di Julian Assange e la fine di ogni violazione dei suoi diritti inalienabili. Questo il comunicato che è stato diffuso in occasione dell’anniversario del collettivo.

Cari amici e colleghi, esattamente tre anni fa, dopo la preoccupazione che i giornalisti non prestassero abbastanza attenzione al caso di Julian Assange, è nata l’iniziativa #Journalistspeakupforassange. Da piccoli inizi, è cresciuto fino a oltre 2.100 nomi in tre anni.

Dopo aver lanciato la dichiarazione dei giornalisti internazionali nel 2019, è stato trasformato in un video di successo su YouTube e Twitter l’anno successivo. Da allora, mentre aggiornavamo i firmatari con notizie e risorse sul caso legale in corso, abbiamo organizzato annunci sui giornali che pubblicizzavano il nostro disaccordo collettivo all’accusa, oltre a inviare una lettera di opposizione insieme a una copia della nostra lista dei firmatari all’ex ministro degli interni del Regno Unito Priti Patel prima della sua decisione sull’estradizione.

Riteniamo che collettivamente abbiamo contribuito a spostare l’ago della bilancia nel rendere accettabile che altri giornalisti esprimessero pubblicamente la loro difesa di Assange. Anche se può avere i suoi difetti, la lettera congiunta della scorsa settimana di alcune testate è stata un’ammissione attesa da tempo. E ‘ un passo nella giusta direzione.

Inoltre, c’è stato l’importante sviluppo che Assange e il suo team hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel frattempo, anche se una data deve ancora essere confermata, l’appello di Assange nel Regno Unito dovrebbe iniziare all’inizio del nuovo anno. Incoraggiamo sempre a continuare a indagare, scrutare e porre l’attenzione pubblica sul caso Assange.

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“Colpiti i giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi”

Il presidente dell’Odg Carlo Bartoli: “Garantire la chiara riconoscibilità degli account dei social media, così da permettere l’assunzione delle proprie responsabilità”

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"Colpiti giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi" | Rec News dir. Zaira Bartucca
Carlo Bartoli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti da dicembre 2021

In rete è tutto un fiorire (sfiorire, per meglio dire) di odiatori rigorosamente anonimi. Affollano i social nascondendosi dietro molteplici account per bacchettare chi ha opinioni e visioni politiche diverse dalle loro o, semplicemente, chi ha il brutto vizio di farsi delle domande. A volte si tratta di “schegge impazzite”, ma più spesso dietro l’anonimato di profili social e siti si nascondono veri e propri spin-doctor che sono parte di strutture manovrate da partiti e gruppi di pressione, che fanno affidamento sull’impunità che spesso gli viene garantita. La diffamazione e l’anonimato, insomma, messi insieme sono tutt’altro che casuali.

Una vera e propria deriva che sta causando problemi anche a giornalisti e comunicatori, che con il passaggio dalla carta al web sono sempre più a contatto con tematiche come il danno di immagine sul web, la diffamazione online e il risarcimento del danno professionale. Non solo: i diffusori di fake news e di allarmismi e gli autori di notizie manipolate e di contenuti di odio, tentano di inquinare anche l’informazione indipendente virtuosa, quella cioè orientata allo studio dei documenti e alla verifica delle fonti e della notizia. Si tratta di problemi annosi, è vero, ma nuovo è l’approccio al problema che sta avendo l’Ordine dei Giornalisti, da fine 2021 guidato da Carlo Bartoli.

Il nuovo presidente da mesi promette una riforma del settore dell’Editoria e dei criteri di accesso, ha avviato progetti di collaborazione con le Forze dell’Ordine ed è deciso a mettere un freno alla diffamazione come “carburante” delle grandi piattaforme. Solo il tempo potrà dire se si tratta di proclami o se, finalmente, il settore dell’informazione potrà portare a casa un miglioramento richiesto da più parti.

“Il contrasto alle fake news e alla disinformazione – ha detto Bartoli nel corso di un convegno che si è tenuto a Firenze – si ottiene garantendo trasparenza sull’identità dei profili e sulla corretta gestione dei meccanismi di diffusione delle notizie. L’odio, la diffamazione e la discriminazione sono il super carburante del traffico web e i social non devono prestarsi a questo gioco. Contenuti di disinformazione ce ne saranno sempre. Il problema centrale è impedire la loro moltiplicazione e diffusione. Se questo è uno dei motori del profitto delle grandi piattaforme internazionali, ce ne dispiace”.

“Colpiti anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode”

“La moltiplicazione dell’hate speech è in parte – ha detto ancora Bartoli nel corso del convegno su libertà d’espressione, comunicazione digitale e  social media – un
risultato perseguito dalle grandi piattaforme e in parte un effetto collaterale. Del
resto è ben noto, oltre che esperienza quotidiana di tutti noi, il fatto che social e
motori di ricerca determinino la creazione di vere e proprie “bolle” al cui interno ci si
alimenta solo di ciò che l’algoritmo propone
, in base ad una profilazione, come già
detto, sempre più invasiva. Bolle che rappresentano il brodo di coltura di
comportamenti aggressivi e linguaggi di odio, facile sfogatoio di tensioni sociali e
individuali”.

“Le ondate di odio in rete, soprattutto attraverso i social, non sempre sono il frutto
casuale di risposte emotive di massa”
, ha puntualizzato ancora Bartoli. “Al contrario, molto spesso vengono “spinte” da agitatori del web, troll e simili, che con grande abilità hanno la capacità di influenzare e sollecitare gli istinti più bassi, indirizzandoli contro bersagli predefiniti o contro categorie di soggetti deboli e più vulnerabili. Immigrati, persone di colore, donne, disabili, ebrei; sono gli obiettivi preferiti dagli agitatori. Poi ci sono quelli che danno fastidio per la loro attività: tra cui anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode“.

“La garanzia dell’anonimato nel web non aiuta certo il contrasto del linguaggio d’odio. Inoltre l’anonimato viene spesso considerato come una sorta di “attenuante” in fase di giudizio nelle cause per diffamazione, e questo non è certo un fattore di deterrenza. Sarebbe piuttosto necessario garantire la chiara riconoscibilità degli account social media. L’assunzione delle proprie responsabilità così sarebbe garantita anche nelle attività digitali che sono ormai la principale dimensione nella quale si svolge la nostra vita, si assicurano i nostri redditi, si garantisce la nostra reputazione”.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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Perché diffidare delle donazioni ai siti e del giornalismo a gettone

I motivi per cui molte testate cercano denaro facile e affiancano alla pubblicità e agli abbonamenti richieste insistenti e incessanti di soldi. Spesso il lettore inconsapevole si trova in realtà a finanziare nuovi partiti, attività di propaganda elettorale, gruppi di pressione e altri soggetti

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Perché diffidare dalle donazioni ai siti e dal giornalismo a gettone | Rec News dir. Zaira Bartucca

Da decenni si dibatte sui danni causati al settore dell’informazione dalla proliferazione dei fondi per l’Editoria. I temi sono tra i più svariati: con che criteri vengono assegnati? Ricevere finanziamenti non pone le testate in una condizione di sudditanza che finisce con l’impattare sull’imparzialità del lavoro svolto? Si tratta di un problema mai superato, che avrà soluzione solo con il taglio netto di questo tipo di contributi che ormai non provengono solo dal governo e dalle sue Task force, ma anche dall’Ue, dalle big tech, dalle big pharma e da presunti filantropi, dalle multinazionali.

In teoria le piccole testate digitali (quelle che non hanno un quotidiano cartaceo ad ampia distribuzione collegato, per intenderci) dovrebbe essere al riparo da queste infiltrazioni, ma non è così. Anzitutto perché molti siti sono finanziati direttamente da partiti vecchi e nuovi, senza che ci sia – allo stato – alcun obbligo di indicare in gerenza il loro legame con la politica. Il che è un bel problema: il lettore inconsapevole si trova spesso su siti che si dicono “indipendenti” o che fanno gli gnorri con frasi tipo “non siamo una testata giornalistica” o “siamo solo un blog” per poi trovarsi di fronte a un prodotto aggiornato giornalmente che è diretta e calcolata emanazione di gruppi di pressione, di think-thank e di piattaforme finanziatrici.

“Racket” editoriale

La situazione peggiora quando questi siti – compresi quelli mainstream – si prestano a una sorta di racket editoriale portato avanti tramite la richiesta insistente e incessante di donazioni. C’è chi chiede di essere pagato in nome della “libertà”, chi per far fronte a “costi crescenti” e chi chiede soldi mentre racconta di essere “senza padroni”. Ci sono quelli che “non vogliamo chiudere” e quelli che “siamo gli unici a regalarti il nostro giornalismo indipendente”. Frasi roboanti e slogan da imbonitori che hanno lo stesso obiettivo: convincere i lettori a mettere mano al portafogli. Farli “donare” a tutti i costi mentre nel quotidiano combattono contro il carovita, l’aumento delle bollette e, in molti casi, la disoccupazione. Il culmine arriva nei casi in cui ci si richiama alla Verità, all’obiettività, all’oggettività dei fatti e all’indipendenza per giustificare la richiesta di denaro: pecunia non olet, dicevano i romani, ma un po’ di olezzo quando si mischiano valori alti a commerci da mercanti nel tempo, si inizia a sentire.

Se le donazioni servono a finanziare nuovi partiti e attività di propaganda elettorale

Qualcuno potrà obiettare che questa situazione è causata dalla crisi dell’editoria e della precarietà che affligge molti comunicatori e colleghi. In parte è vero, ma che succede se il giornalista chiamato a essere obiettivo e ricettivo, subordina la propria attività alla ricezione o meno di una donazione, ovvero di una cifra in denaro? Che si verifica lo spettacolo indecoroso a cui molti stanno assistendo in questi giorni di campagna elettorale: giornalisti “a gettone” che si prestano a questo o a quel partito in base ai foraggiamenti ottenuti, o che – al contrario – si rifiutano di coprire determinati eventi o di fare un’intervista se prima non gli si dà una rinfrescata al (già gonfio) conto corrente. Si tratta di siti che spesso gestiscono flussi di denaro da centinaia di migliaia di euro, completamente al riparo dal Fisco perché si tratta, ufficialmente, di “donazioni”.

Per le Elezioni Politiche del 25 settembre, poi, molti comunicatori stanno rivelando il loro vero volto, con il supporto diretto di determinati soggetti politici per conquistarsi un seggio in Parlamento e il conseguente inganno svelato: le donazioni non servivano a finanziare testate che si auto-dichiaravano indipendenti, ma a perseguire obiettivi politici e finanziare attività di propaganda elettorale.

Il vero giornalista è come il buon medico

Niente di più lontano, insomma, dal lavoro di giornalista. Che può – chiaramente – candidarsi e fare politica, ma ha il dovere di comunicare con chiarezza e senza sotterfugi la sua aspirazione. Molte volte pubblicamente ci è capitato di ricordare che questa professione non è diversa da quello del medico. Un dottore, fosse anche uno specialista privato, non può rifiutarsi di curare una persona o di offrire assistenza a chi ne ha bisogno, perché dal suo lavoro dipende la preservazione della salute degli individui e in alcuni casi la loro vita, un bene supremo che va sempre tutelato. Allo stesso modo il vero giornalista non può tapparsi occhi, orecchie e bocca perché non è arrivato il bonifico o la donazione è in ritardo: se lo fa, non è credibile e non merita la fiducia che gli viene accordata. Va liquidato, perché l’indipendenza, piaccia o meno, non ha davvero nulla a che vedere con il monitoraggio del proprio conto corrente, anzi.

Indipendenza per un giornalista significa anche e soprattutto non avere nessun legame diretto con le proprie fonti di finanziamento, se queste non coincidono con i ricavi della testata per cui lavora: chi pretende “donazioni” da un’intervistato o da chi cura una rubrica, non è indipendente. Chi minaccia di chiudere un sito in risposta al ritardo di una donazione, non è indipendente e non è la persona giusta per lotte politiche di ampio respiro, perché tradisce obiettivi prevalentemente commerciali che mal si conciliano con determinati ideali e con piani di rinnovamento sociale.

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Compleanno in prigione per Julian Assange

Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019

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"Giustizia per il fondatore di Wikileaks" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Julian Assange trascorrerà anche il suo cinquantunesimo compleanno presso il carcere di Belmarsh. Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019, quando è stato arrestato presso l’ambasciata dell’Ecuador. Assange rischia l’estradizione negli Stati Uniti e 175 anni di carcere per la presunta violazione di documenti riservati.

Wikileaks negli anni ha svelato le corrispondenze segrete inviate da Hillary Clinton in campagna elettorale a soggetti esteri: a essere temuta è ora la possibile vendetta dei democratici americani, che potrebbe far in modo che Biden opti per un’estradizione che Trump ha sempre rimandato. Grazie ad Assange sono state anche rese note le brutture commesse dall’esercito americano in Afghanistan e in Iraq.

Il lavoro della piattaforma consultabile liberamente Wikileaks ha riguardato milioni di documenti sul malaffare che aleggia intorno alla politica, all’imprenditoria, alle banche, e che riguarda lobby e potentati vari.

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