“Via della seta”, a cosa (e a chi) serve in realtà

L’omonimo Fondo miliardario e BERS premono sulla balcanizzazione del Mediterraneo tramite Belt and Road e “acquisto” di territorio italiano

Alla cosiddetta “Via della Seta” è stato volutamente affibbiato un nome evocativo che ricorda tratte storiche, commerci fiorenti, legami culturali con l’Oriente. Un’idea spinta per via sintattica che per l’Italia, nel migliore dei casi, potrebbe restare su carta. In altri, più plausibili, potrebbe addirittura generare danni. Stando ai propositi (o alle illusioni?) delle delegazione italiana che ha accolto in pompa magna Xi Jinping e consorte, potrebbe aprire nuove opportunità per il commercio nostrano. Ma è davvero così? Difficile, per chi non è a conoscenza del progetto reale, trarne le debite conclusioni in appena qualche mese di dibattito. Soprattutto se, dal nome ai punti focali, da chi davvero ne trarrà beneficio ai finanziatori, tutto è stato debitamente cosparso di fumo o aggirato presentando come peculiari aspetti del tutto secondari. Vediamo di fare un po’ d’ordine chiamando le cose con il loro nome e andando alla radice del progetto che, in realtà, corrisponde alla Belt and Road initiative (BRI) finanziata dalla BERS e da diverse banche cinesi.


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“Via della seta” infatti è un fondo, non un progetto. Silk road found è il nome del maxi organismo di finanziamento voluto da Xi Jinping che, stando a quanto rende noto lo stesso governo cinese, è rimpinguato da riserve di valuta estera, da Cina Investimento (Società a responsabilità limitata), da China Exim Bank e dalla Banca di Sviluppo della Cina. Il focus di azione è proprio la Belt and Road, la “cintura” che dovrebbe permettere di collegare la Cina all’Africa e all’Europa, facendo in più da ponte al blocco est-asiatico che ricade nella giurisdizione commerciale della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, la BERS.


“E’ dei cinesi”. “Il fondo via della Seta – scrive il portale tematico della Repubblica cinese – è completamente dei cinesi che hanno finanziato il progetto iniziale con 400 miliardi di dollari”, cui poi se ne sono via via aggiunti altri, a decine e a centinaia. Per effettuare un termine di paragone, gli Stati esteri ci sono entrati per soli 65 milioni. La finalità è presto detta: “Il Fondo via della seta servirà a collegare il mercato asiatico con diverse infrastrutture anche di nuova costruzione, e a finanziare i paesi limitrofi con il fine di migliorare la Cina e l’influenza Asiatica”. Niente, insomma, dello scambio commerciale e dei tornaconti bilaterali, limitandosi l’Italia a trasformarsi nel ponte fisico che permetterà il miglioramento del già aggressivo export cinese.


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Commercio (cinese) senza ostacoli. La “via della seta” teorizzata dal 2013 e “ottimizzata” da organismi come il German Development Institute (Die), permetterà alla Cina di muoversi agevolmente via terra (con vari pezzi di “cintura”) e via mare (con una lungo tracciato, un “nastro stradale”, come da cartina in foto) secondo le dinamiche del libero mercato e operando, si legge nel riepilogo dell’Ansa, “commerci ed investimenti senza ostacoli”. Che la “questione italiana” sia più territoriale che commerciale, lo si capisce dalle premesse dello stesso documento diramato dall’Agenzia nazionale di stampa, dov’è scritto che “Le Parti si adopereranno congiuntamente nell’ambito della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB)”.


I contentini per l’Italia. L’Italia, al pari della Grecia, si troverà volente o nolente in mezzo al tracciato, offrendo il suo lascia passare su porti come Genova e Trieste o, addirittura, stravolgendo lo skyline di città storico-artistiche come Venezia, che da Serenissima diventerebbe mero snodo commerciale, con tutti gli aspetti legati all’inquinamento della laguna e al calo turistico che questo comporterebbe. La “vendita” di Venezia è stata, del resto, salutata con favore da Confindustria in un meeting tematico che ha avuto luogo nel 2017, e a Conte, Di Maio e Mattarella sembra non preoccupare più di tanto.


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Venezia “venduta” come la fontana di Trevi “di Totò”. Premier e ministro dell’Economia con ministri a seguito tra cui la catanese Giulia Grillo di certo soddisfatta delle iniziative legate alle arance siciliane, hanno firmato il Memorandum che non ha 29 punti, bensì 29 diversi protocolli, del tutto autonomi uno dall’altro. I più importanti riguardano i porti, le infrastrutture in generale, l’informazione, il “gemellaggio” dei siti Unesco, altro aspetto su cui la Cina (che a eccezione della Grande Muraglia e di poco altro, ha quasi esclusivamente beni paesaggistici e naturali, tra cui figurano molte montagne) ha solo da guadagnarci. Se, per intenderci, un gemellaggio magari economico con la tanto apprezzata Piazza del Duomo a Pisa non farebbe che piacere ai cinesi, agli italiani del monte Tai o delle grotte di mogao e del loro inesistente indotto non interessa praticamente nulla.


Il ruolo della BERS. Ma la questione non è squisitamente cinese. C’entra anche la BERS (l’acronimo inglese è EBRD) la Banca europea per lo sviluppo e la ricostruzione. Ne fanno parte 27 Paesi, che da essa ricevono finanziamenti mentre altri, come l’Italia, si limitano a essere “membri” con soli doveri anziché doveri e vantaggi. Un meccanismo di adesione, insomma, simile a quello instaurato con la Bce o con la stessa Unione europea.


Fonte: Wikipedia

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La BERS non solo ha salutato con favore la Belt and Road Initiative ma, anzi, la sovvenziona e promuove, intersecandola con i programmi verso l’Est che mirano a balcanizzare l’area mediterranea. Per alcuni paesi come la Romania, sarà la manna dal cielo che permetterà di avere campo libero verso l’Europa. Un quadro preoccupante, che il tentativo di rendere vincolante il Global compact già firmato da almeno 257 imprese italiane non farà che aggravare.


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