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Abbiamo già parlato di come difendersi dalla censura online e dalla propaganda mascherata da informazione. Proprio la gestione di RN ci ha permesso di fare un passo avanti, misurandoci con dinamiche che al lettore comune sembreranno assurde. Le notizie, si sa, sono sempre più costruite, anche in assenza di fatto concreto. Se poi il fatto c’è, vengono piegate, trasformate. Servono sempre più a lanciare messaggi – proprio come si fa con la pubblicità subliminale – non a raccontare la realtà. Rec News nasce proprio per staccarsi dal flusso “ufficiale” dell’informazione, per dire in maniera libera quello che succede, senza il filtro dell’establishment. Che non ha colore politico e non conosce cambi di governo.

Un lavoro che sta incontrando resistenze che vi vogliamo raccontare, prima di tutto per permettervi di contrastarle, qualora decideste di diventare nostri lettori affezionati. Messi da parte i toni della satira, la mia guida di oggi (seria), parla proprio di questo. Fate assieme a me un esperimento. Digitate il nome del nostro sito – “Rec News” – su Yandex.com, a torto considerato il secondo motore di ricerca su scala mondiale. Quello che vedrete, è questo.

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Ripete l’esperimento su Google e, forse con sorpresa, troverete questo.

Come spiegare il fatto che il nostro sito di informazione sia correttamente indicizzato da Yandex e da altri motori di ricerca e non dal blasonato Google, che a sentirne i supporters utilizza metriche sofisticate? In nessun modo, se non con la censura. Prima di tutto perché la nostra redazione già a settembre ha inviato formale richiesta, con la compilazione della modulistica online, di rientrare nei circuiti Play Edicola e News.Non ha ricevuto risposta negativa (che sarebbe ingiustificata visto che il sito è dotato di tutti gli strumenti professionali previsti) o positiva nelle canoniche due settimane.

Secondariamente perché gli algoritmi dei social sono più o meno uniformi e generalmente basati sulla rilevanza. Perfino Bing è riuscito a fiutare Rec News senza nessuna comunicazione “ufficiale”, mentre Google rimane zitto, cieco e limitato. Di questo chiediamo contezza, e provvederemo a girare l’articolo alla dirigenza italiana di un motore di ricerca che sembra lontano dalla naturale imparzialità, ma anzi fortemente ideologizzato. Manco fossimo nella Corea di Kim Jung.

Nel frattempo che Google provveda – come speriamo accada – a risolvere la svista grossolana e a tappare le proprie negligenze, Il Saccente vi posta una micro-guida per ritrovare Rec News anche in tempi di oscuramento mediatico.

  1. Digitate l’indirizzo del sito, che è www.recnews.it. Se notate messaggi del tipo “questa connessione non è sicura”, provate con https://www.recnews.it. Vedrete che Rec News è dotato di certificazione SSL, dunque assolutamente sicuro. E’ inoltre uno dei pochi siti “liberi” registrati nel ROC, cioè nel Registro per la comunicazione. Non è, come piace dire a qualcuno non troppo sveglio su Twitter, un sito che non è credibile, perché persino l’Agcom ha dovuto ammettere tutt’altro.
  1. Se temete di non ricordare l’indirizzo ma volete continuare a leggerci, inseriteci nella barra dei preferiti o nei preferiti. Per gli smartphone, utilizzate i menu a tendina per creare un collegamento sul desktop dei vostri cellulari. L’operazione si fa facilmente utilizzando i tre trattini o i tre puntini. Raggirate, cioè, la più comune procedura di affidarvi a siti come Google che ci tengono a farvi sapere solo quello che piace a qualcuno, che non coincide necessariamente con quello che cercate.
  1. Se vi interessa il nostro modo di fare informazione e volete incoraggiare un giornalismo supportato da fatti e documenti, condividete. Su Facebook, su Twitter, via Whatsapp o dove vi pare. Solo così si può incoraggiare un vero cambiamento nel modo generale di fare informazione che, siamo convinti, offende sempre più l’intelligenza del lettore.

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FREE SPEECH

Perché diffidare delle donazioni ai siti e del giornalismo a gettone

I motivi per cui molte testate cercano denaro facile e affiancano alla pubblicità e agli abbonamenti richieste insistenti e incessanti di soldi. Spesso il lettore inconsapevole si trova in realtà a finanziare nuovi partiti, attività di propaganda elettorale, gruppi di pressione e altri soggetti

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Perché diffidare dalle donazioni ai siti e dal giornalismo a gettone | Rec News dir. Zaira Bartucca

Da decenni si dibatte sui danni causati al settore dell’informazione dalla proliferazione dei fondi per l’Editoria. I temi sono tra i più svariati: con che criteri vengono assegnati? Ricevere finanziamenti non pone le testate in una condizione di sudditanza che finisce con l’impattare sull’imparzialità del lavoro svolto? Si tratta di un problema mai superato, che avrà soluzione solo con il taglio netto di questo tipo di contributi che ormai non provengono solo dal governo e dalle sue Task force, ma anche dall’Ue, dalle big tech, dalle big pharma e da presunti filantropi, dalle multinazionali.

In teoria le piccole testate digitali (quelle che non hanno un quotidiano cartaceo ad ampia distribuzione collegato, per intenderci) dovrebbe essere al riparo da queste infiltrazioni, ma non è così. Anzitutto perché molti siti sono finanziati direttamente da partiti vecchi e nuovi, senza che ci sia – allo stato – alcun obbligo di indicare in gerenza il loro legame con la politica. Il che è un bel problema: il lettore inconsapevole si trova spesso su siti che si dicono “indipendenti” o che fanno gli gnorri con frasi tipo “non siamo una testata giornalistica” o “siamo solo un blog” per poi trovarsi di fronte a un prodotto aggiornato giornalmente che è diretta e calcolata emanazione di gruppi di pressione, di think-thank e di piattaforme finanziatrici.

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“Racket” editoriale

La situazione peggiora quando questi siti – compresi quelli mainstream – si prestano a una sorta di racket editoriale portato avanti tramite la richiesta insistente e incessante di donazioni. C’è chi chiede di essere pagato in nome della “libertà”, chi per far fronte a “costi crescenti” e chi chiede soldi mentre racconta di essere “senza padroni”. Ci sono quelli che “non vogliamo chiudere” e quelli che “siamo gli unici a regalarti il nostro giornalismo indipendente”. Frasi roboanti e slogan da imbonitori che hanno lo stesso obiettivo: convincere i lettori a mettere mano al portafogli. Farli “donare” a tutti i costi mentre nel quotidiano combattono contro il carovita, l’aumento delle bollette e, in molti casi, la disoccupazione. Il culmine arriva nei casi in cui ci si richiama alla Verità, all’obiettività, all’oggettività dei fatti e all’indipendenza per giustificare la richiesta di denaro: pecunia non olet, dicevano i romani, ma un po’ di olezzo quando si mischiano valori alti a commerci da mercanti nel tempo, si inizia a sentire.

Se le donazioni servono a finanziare nuovi partiti e attività di propaganda elettorale

Qualcuno potrà obiettare che questa situazione è causata dalla crisi dell’editoria e della precarietà che affligge molti comunicatori e colleghi. In parte è vero, ma che succede se il giornalista chiamato a essere obiettivo e ricettivo, subordina la propria attività alla ricezione o meno di una donazione, ovvero di una cifra in denaro? Che si verifica lo spettacolo indecoroso a cui molti stanno assistendo in questi giorni di campagna elettorale: giornalisti “a gettone” che si prestano a questo o a quel partito in base ai foraggiamenti ottenuti, o che – al contrario – si rifiutano di coprire determinati eventi o di fare un’intervista se prima non gli si dà una rinfrescata al (già gonfio) conto corrente. Si tratta di siti che spesso gestiscono flussi di denaro da centinaia di migliaia di euro, completamente al riparo dal Fisco perché si tratta, ufficialmente, di “donazioni”.

Per le Elezioni Politiche del 25 settembre, poi, molti comunicatori stanno rivelando il loro vero volto, con il supporto diretto di determinati soggetti politici per conquistarsi un seggio in Parlamento e il conseguente inganno svelato: le donazioni non servivano a finanziare testate che si auto-dichiaravano indipendenti, ma a perseguire obiettivi politici e finanziare attività di propaganda elettorale.

Il vero giornalista è come il buon medico

Niente di più lontano, insomma, dal lavoro di giornalista. Che può – chiaramente – candidarsi e fare politica, ma ha il dovere di comunicare con chiarezza e senza sotterfugi la sua aspirazione. Molte volte pubblicamente ci è capitato di ricordare che questa professione non è diversa da quello del medico. Un dottore, fosse anche uno specialista privato, non può rifiutarsi di curare una persona o di offrire assistenza a chi ne ha bisogno, perché dal suo lavoro dipende la preservazione della salute degli individui e in alcuni casi la loro vita, un bene supremo che va sempre tutelato. Allo stesso modo il vero giornalista non può tapparsi occhi, orecchie e bocca perché non è arrivato il bonifico o la donazione è in ritardo: se lo fa, non è credibile e non merita la fiducia che gli viene accordata. Va liquidato, perché l’indipendenza, piaccia o meno, non ha davvero nulla a che vedere con il monitoraggio del proprio conto corrente, anzi.

Indipendenza per un giornalista significa anche e soprattutto non avere nessun legame diretto con le proprie fonti di finanziamento, se queste non coincidono con i ricavi della testata per cui lavora: chi pretende “donazioni” da un’intervistato o da chi cura una rubrica, non è indipendente. Chi minaccia di chiudere un sito in risposta al ritardo di una donazione, non è indipendente e non è la persona giusta per lotte politiche di ampio respiro, perché tradisce obiettivi prevalentemente commerciali che mal si conciliano con determinati ideali e con piani di rinnovamento sociale.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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Compleanno in prigione per Julian Assange

Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019

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"Giustizia per il fondatore di Wikileaks" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Julian Assange trascorrerà anche il suo cinquantunesimo compleanno presso il carcere di Belmarsh. Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019, quando è stato arrestato presso l’ambasciata dell’Ecuador. Assange rischia l’estradizione negli Stati Uniti e 175 anni di carcere per la presunta violazione di documenti riservati.

Wikileaks negli anni ha svelato le corrispondenze segrete inviate da Hillary Clinton in campagna elettorale a soggetti esteri: a essere temuta è ora la possibile vendetta dei democratici americani, che potrebbe far in modo che Biden opti per un’estradizione che Trump ha sempre rimandato. Grazie ad Assange sono state anche rese note le brutture commesse dall’esercito americano in Afghanistan e in Iraq.

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Il lavoro della piattaforma consultabile liberamente Wikileaks ha riguardato milioni di documenti sul malaffare che aleggia intorno alla politica, all’imprenditoria, alle banche, e che riguarda lobby e potentati vari.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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FREE SPEECH

Dal covid all’Ucraina, aumenta la diffidenza verso i media mainstream

Il rapporto sullo stato di salute dell’informazione. Cresce la percentuale di chi scappa dalle notizie usate a pretesto per fare allarmismo. Data Media Hub: “Potrebbe significare che le persone si rivolgono di più a fonti di informazione alternative”

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Dal covid all'Ucraina, aumenta la diffidenza verso i media mainstream | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il Digital News Report di quest’anno dell’Università di Oxford e del Reuters Institute offre uno spaccato inquietante sullo stato di salute dell’informazione nel mondo. Cresce la diffidenza verso i mass media e diminuisce l’adesione verso il modo di trattare le notizie, con sempre più persone che le evitano per il carattere “traumatico” con cui spesso vengono caricate dal mainstream.

Dalle narrazioni sul conflitto russo-ucraino al covid, entrambi menzionati nel report, è tutto un fuggi fuggi verso l’allarmismo facile. Nel 2017 chi si dimostrava disinteressato verso le notizie rappresentava il 29% della popolazione mondiale, nel 2022 – a “pandemia” somatizzata, il dato è salito al 38%. L’Italia si attesta al 34%.

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Tutte le principali testate registrano inoltre una flessione in negativo. “Potrebbe significare che le persone si rivolgono maggiormente a fonti d’informazione alternative”, commentano da Data Media Hub.

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