Recensioni
Dracula di Luc Besson: la versione che divide, conquista e tradisce – Recensione
Con il suo “Dracula – L’amore perduto”, Luc Besson tenta un ambizioso affondo nel mito letterario, svincolandolo sia dall’horror classico che dai dettami narrativi più canonici. Il regista francese mette da parte la figura del predatore e costruisce un Dracula estenuato dal tempo, sofferente e sofisticato, dove il peso dell’eternità si trasforma da potere minaccioso a maledizione interiore. Caleb Landry Jones offre una prova attoriale intensa, malinconica e tesa, rappresentando il conte come personaggio decadente più che come emblema della paura.
La storia cerca il cuore del dramma non nell’orrore, ma nell’amore perduto e nella speranza: Dracula, segnato dal lutto per Elisabeta e condannato a secoli di solitudine, riconosce in Mina la reincarnazione dell’unico vero sentimento della sua esistenza. I contrasti con le figure di fede e ragione, in particolare il Prete di Christoph Waltz e il Medico di Guillaume de Tonquédec, aggiungono profondità filosofica all’intreccio, presentando la lotta tra dogma e esperienza, redenzione e dannazione.
Stile, ispirazioni e il fascino della messa in scena
Besson opta per un’estetica sontuosa: balli, saloni, castelli, velluti e candele disegnano una fiaba nera dove tutto è sussurrato più che urlato. La regia, in alcune scene – come l’aroma perfetto che piega le volontà, oppure l’assalto a Versailles e la coreografia delle monache nel convento – si spinge nel visionario, sfiorando punte che riecheggiano il cinema di Ken Russell. Il profumo diventa lo strumento di seduzione e influenza, sostituendo all’ipnosi del morso una sensualità rarefatta e artificiosa. In questo senso, Besson tenta di portare freschezza e originalità nel racconto, e in taluni momenti riesce a donare al film suggestione e magnetismo.
Limiti e fragilità della rilettura bessoniana
Tutta questa ricerca stilistica, tuttavia, non sempre riesce a sorreggere le aspettative. Il Dracula di Besson finisce spesso per essere più reliquia che mostro, più dandy che predatore. La tensione orrorifica si attenua, rischiando a tratti di svuotare il personaggio del suo carisma ancestrale. L’amore come chiave di volta funziona a tratti, lasciando il pubblico sospeso in una fiaba elegante e priva di inquietudine.
Le citazioni dal Dracula di Coppola, così come il tentativo di reinventare l’iconografia gotica, non sempre trovano equilibrio nel mosaico del film, che oscilla fra invenzione autentica ed “inventario” di motivi già noti.
Un film divisivo, tra grazia e incompletezza
Il Dracula di Luc Besson è dunque una pellicola che sorprende per la sua volontà di raccontare il protagonista attraverso il sentimento e il dolore, regalando momenti di eleganza visiva e interpretazioni solide. Ma questa scelta coraggiosa, nel corso dell’opera, mostra le crepe di una narrazione che non possiede sempre la bussola emotiva e intellettuale necessaria per rinnovare davvero il mito. Un’esperienza che divide la critica e il pubblico, affascinando per l’estetica e le scelte stilistiche, ma lasciando il desiderio di una profondità maggiore.
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