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Mi è stato segnalato un articolo di Database Italia che voglio commentare per due motivi. Il primo: mi è capitato di leggere qualcosa di questo sito (ci è capitato anche di citarne qualche articolo) e fino a questo momento pensavo che potesse dare il suo contributo contro alcune generalizzazioni affrettate del mainstream. Forse mi sbagliavo. Il secondo: sono calabrese, e dunque non conosco la Calabria solo per sentito dire o per la rappresentazione generalistica che ne viene spesso data. Sia chiaro: i problemi ci sono e pure tanti, la ‘ndrangheta esiste e i criminali pure, ma francamente leggere – nel 2022 – frasi come “il segreto che ben si sposa alla tradizione omertosa del suo sangue calabrese” fa rimanere un po’ di stucco.

E’ come se le teorie di Lombroso fossero tornate tristemente attuali con il loro carico di pre-nazismo e auto-razzismo italiano. I meridionali, diceva lo studioso a torto considerato il padre della criminologia, hanno i tratti somatici del delinquente, una predisposizione genetica a delinquere, un Dna criminale. Congetture che potevano valere a inizio del 1800, ma che oggi non ci si aspetterebbe da persone istruite e da determinati divulgatori. Stupisce, ma tra questi c’è chi crede che il “sangue calabrese” possa avere caratteristiche precise e portare in sé una “tradizione omertosa”. Al contrario della perfetta e pura razza padana, si direbbe. Ovviamente, poi, quando si parla di calabresi è facile ricorrere a tutto l’armamentario dell’anti-meridionalista medio: diventano tutti ‘ndranghetisti, tutti esportatori di criminalità e tutti incapaci di esprimersi in italiano.

A Venezia ho sentito tanti gondolieri parlare i dialetti delle “Calle”, ma questo non mi ha fatto pensare che loro c’entrassero qualcosa con lo scandalo delle tangenti in Regione Veneto. Nella Milano “bene” si parla spesso e volentieri con intercalari a noi incomprensibili, ma questo non mi fa credere che chi si concede queste uscite abbia a che fare con i politici lombardi che la criminalità organizzata – raccontano le inchieste – la conoscono fin troppo bene. La Lombardia, per inciso, è la a regione più infiltrata dalla ‘ndrangheta, segno evidente che anche i settentrionali abbiano già da tempo iniziato a trarre vantaggi indebiti da questi contesti criminali. Non c’entrano le latitudini geografiche, né l’essere nato a Siderno anziché ad Acceglio può fare di una persona un criminale o un “omertoso” a prescindere.

Lo si creda o no, in Calabria c’è tantissima gente che ha voglia di un cambiamento che possa dirsi tale, ma purtroppo rimane impotente di fronte alla pervasività di determinati fenomeni. L’appuntamento alle urne non cambia mai nulla se non le facce, proprio perché esiste un sistema che decide in largo anticipo chi dovrà vincere, senza che il voto del singolo possa incidere minimamente. Chi non protesta più in Calabria, quindi, non vale meno di chi si dedica a un’anti-mafia di mera facciata, o di chi (colluso), si professa imprenditore colpito dal racket e invece coi mafiosi ci mangia.

Da calabrese che vive fuori regione mi è capitato di notare che i peggiori odiatori del Sud dal centro in su siano – paradossalmente – proprio le persone che hanno origini meridionali. Di recente c’è stato il caso di una giornalista di una tv veneta che ha detto stizzita a un bambino cosentino che prima o poi andrà a lavorare “lì da loro”. Bene, alla fine si è scoperto che era sarda. Sono i classici “scangisi”: quelli che fingono di venire da un ipotetico “fuori”, che si dicono internazionali, globali ma poi – irrimediabilmente – ogni estate ritornano nelle coste più belle d’Italia dai parenti che li accolgono praticamente a costo zero. Lì esibiscono tutto il loro armamentario di accenti settentrionali, che hanno dovuto fare propri per sentirsi ben accetti. Un atteggiamento piuttosto triste.

I limiti della Calabria non sono uno stigma o una colpa atavica del territorio o di chi lo abita, ma semplicemente il risultato delle politiche pre e post unitarie e di una “questione meridionale” costruita, che da sempre serve a dare un senso a determinata parte politica. E’ in questo contesto storico che la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile e poi si è radicata. Dunque, se vogliamo, è sempre stata in sintonia con il nord peggiore, quello colpevole delle razzìe compiute ai danni dei meridionali promosse da un altro piemontese, quel Camillo Benso che spogliò le banche più fiorenti del Sud trasferendo i capitali nelle sua regione.

Per tornare a oggi, se mai ci sono stati calabresi (forse sarebbe più corretto dire italo-americani) che hanno aperto bio-laboratoria in Ucraina, ce ne sono anche altri che, nel loro piccolo, questi bio-laboratori li hanno raccontati. Evidentemente, non abbiamo tutti il “sangue omertoso” e non siamo tutti uguali.

Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell'attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l'abilitazione per iscriversi all'Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell'Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l'incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull'affare Coronavirus e su "Milano come Bibbiano". Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de "I padroni di Riace - Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato". Telegram: t.me/zairabartucca - sito: www.zairabartucca.it

FREE SPEECH

“Colpiti i giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi”

Il presidente dell’Odg Carlo Bartoli: “Garantire la chiara riconoscibilità degli account dei social media, così da permettere l’assunzione delle proprie responsabilità”

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"Colpiti giornalisti che rivelano verità scomode. Non permettere più ai diffamatori di restare anonimi" | Rec News dir. Zaira Bartucca
Carlo Bartoli, presidente dell'Ordine dei Giornalisti da dicembre 2021

In rete è tutto un fiorire (sfiorire, per meglio dire) di odiatori rigorosamente anonimi. Affollano i social nascondendosi dietro molteplici account per bacchettare chi ha opinioni e visioni politiche diverse dalle loro o, semplicemente, chi ha il brutto vizio di farsi delle domande. A volte si tratta di “schegge impazzite”, ma più spesso dietro l’anonimato di profili social e siti si nascondono veri e propri spin-doctor che sono parte di strutture manovrate da partiti e gruppi di pressione, che fanno affidamento sull’impunità che spesso gli viene garantita. La diffamazione e l’anonimato, insomma, messi insieme sono tutt’altro che casuali.

Una vera e propria deriva che sta causando problemi anche a giornalisti e comunicatori, che con il passaggio dalla carta al web sono sempre più a contatto con tematiche come il danno di immagine sul web, la diffamazione online e il risarcimento del danno professionale. Non solo: i diffusori di fake news e di allarmismi e gli autori di notizie manipolate e di contenuti di odio, tentano di inquinare anche l’informazione indipendente virtuosa, quella cioè orientata allo studio dei documenti e alla verifica delle fonti e della notizia. Si tratta di problemi annosi, è vero, ma nuovo è l’approccio al problema che sta avendo l’Ordine dei Giornalisti, da fine 2021 guidato da Carlo Bartoli.

Il nuovo presidente da mesi promette una riforma del settore dell’Editoria e dei criteri di accesso, ha avviato progetti di collaborazione con le Forze dell’Ordine ed è deciso a mettere un freno alla diffamazione come “carburante” delle grandi piattaforme. Solo il tempo potrà dire se si tratta di proclami o se, finalmente, il settore dell’informazione potrà portare a casa un miglioramento richiesto da più parti.

“Il contrasto alle fake news e alla disinformazione – ha detto Bartoli nel corso di un convegno che si è tenuto a Firenze – si ottiene garantendo trasparenza sull’identità dei profili e sulla corretta gestione dei meccanismi di diffusione delle notizie. L’odio, la diffamazione e la discriminazione sono il super carburante del traffico web e i social non devono prestarsi a questo gioco. Contenuti di disinformazione ce ne saranno sempre. Il problema centrale è impedire la loro moltiplicazione e diffusione. Se questo è uno dei motori del profitto delle grandi piattaforme internazionali, ce ne dispiace”.

“Colpiti anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode”

“La moltiplicazione dell’hate speech è in parte – ha detto ancora Bartoli nel corso del convegno su libertà d’espressione, comunicazione digitale e  social media – un
risultato perseguito dalle grandi piattaforme e in parte un effetto collaterale. Del
resto è ben noto, oltre che esperienza quotidiana di tutti noi, il fatto che social e
motori di ricerca determinino la creazione di vere e proprie “bolle” al cui interno ci si
alimenta solo di ciò che l’algoritmo propone
, in base ad una profilazione, come già
detto, sempre più invasiva. Bolle che rappresentano il brodo di coltura di
comportamenti aggressivi e linguaggi di odio, facile sfogatoio di tensioni sociali e
individuali”.

“Le ondate di odio in rete, soprattutto attraverso i social, non sempre sono il frutto
casuale di risposte emotive di massa”
, ha puntualizzato ancora Bartoli. “Al contrario, molto spesso vengono “spinte” da agitatori del web, troll e simili, che con grande abilità hanno la capacità di influenzare e sollecitare gli istinti più bassi, indirizzandoli contro bersagli predefiniti o contro categorie di soggetti deboli e più vulnerabili. Immigrati, persone di colore, donne, disabili, ebrei; sono gli obiettivi preferiti dagli agitatori. Poi ci sono quelli che danno fastidio per la loro attività: tra cui anche i giornalisti, soprattutto quando portano alla luce verità scomode“.

“La garanzia dell’anonimato nel web non aiuta certo il contrasto del linguaggio d’odio. Inoltre l’anonimato viene spesso considerato come una sorta di “attenuante” in fase di giudizio nelle cause per diffamazione, e questo non è certo un fattore di deterrenza. Sarebbe piuttosto necessario garantire la chiara riconoscibilità degli account social media. L’assunzione delle proprie responsabilità così sarebbe garantita anche nelle attività digitali che sono ormai la principale dimensione nella quale si svolge la nostra vita, si assicurano i nostri redditi, si garantisce la nostra reputazione”.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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FREE SPEECH

Perché diffidare delle donazioni ai siti e del giornalismo a gettone

I motivi per cui molte testate cercano denaro facile e affiancano alla pubblicità e agli abbonamenti richieste insistenti e incessanti di soldi. Spesso il lettore inconsapevole si trova in realtà a finanziare nuovi partiti, attività di propaganda elettorale, gruppi di pressione e altri soggetti

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Perché diffidare dalle donazioni ai siti e dal giornalismo a gettone | Rec News dir. Zaira Bartucca

Da decenni si dibatte sui danni causati al settore dell’informazione dalla proliferazione dei fondi per l’Editoria. I temi sono tra i più svariati: con che criteri vengono assegnati? Ricevere finanziamenti non pone le testate in una condizione di sudditanza che finisce con l’impattare sull’imparzialità del lavoro svolto? Si tratta di un problema mai superato, che avrà soluzione solo con il taglio netto di questo tipo di contributi che ormai non provengono solo dal governo e dalle sue Task force, ma anche dall’Ue, dalle big tech, dalle big pharma e da presunti filantropi, dalle multinazionali.

In teoria le piccole testate digitali (quelle che non hanno un quotidiano cartaceo ad ampia distribuzione collegato, per intenderci) dovrebbe essere al riparo da queste infiltrazioni, ma non è così. Anzitutto perché molti siti sono finanziati direttamente da partiti vecchi e nuovi, senza che ci sia – allo stato – alcun obbligo di indicare in gerenza il loro legame con la politica. Il che è un bel problema: il lettore inconsapevole si trova spesso su siti che si dicono “indipendenti” o che fanno gli gnorri con frasi tipo “non siamo una testata giornalistica” o “siamo solo un blog” per poi trovarsi di fronte a un prodotto aggiornato giornalmente che è diretta e calcolata emanazione di gruppi di pressione, di think-thank e di piattaforme finanziatrici.

“Racket” editoriale

La situazione peggiora quando questi siti – compresi quelli mainstream – si prestano a una sorta di racket editoriale portato avanti tramite la richiesta insistente e incessante di donazioni. C’è chi chiede di essere pagato in nome della “libertà”, chi per far fronte a “costi crescenti” e chi chiede soldi mentre racconta di essere “senza padroni”. Ci sono quelli che “non vogliamo chiudere” e quelli che “siamo gli unici a regalarti il nostro giornalismo indipendente”. Frasi roboanti e slogan da imbonitori che hanno lo stesso obiettivo: convincere i lettori a mettere mano al portafogli. Farli “donare” a tutti i costi mentre nel quotidiano combattono contro il carovita, l’aumento delle bollette e, in molti casi, la disoccupazione. Il culmine arriva nei casi in cui ci si richiama alla Verità, all’obiettività, all’oggettività dei fatti e all’indipendenza per giustificare la richiesta di denaro: pecunia non olet, dicevano i romani, ma un po’ di olezzo quando si mischiano valori alti a commerci da mercanti nel tempo, si inizia a sentire.

Se le donazioni servono a finanziare nuovi partiti e attività di propaganda elettorale

Qualcuno potrà obiettare che questa situazione è causata dalla crisi dell’editoria e della precarietà che affligge molti comunicatori e colleghi. In parte è vero, ma che succede se il giornalista chiamato a essere obiettivo e ricettivo, subordina la propria attività alla ricezione o meno di una donazione, ovvero di una cifra in denaro? Che si verifica lo spettacolo indecoroso a cui molti stanno assistendo in questi giorni di campagna elettorale: giornalisti “a gettone” che si prestano a questo o a quel partito in base ai foraggiamenti ottenuti, o che – al contrario – si rifiutano di coprire determinati eventi o di fare un’intervista se prima non gli si dà una rinfrescata al (già gonfio) conto corrente. Si tratta di siti che spesso gestiscono flussi di denaro da centinaia di migliaia di euro, completamente al riparo dal Fisco perché si tratta, ufficialmente, di “donazioni”.

Per le Elezioni Politiche del 25 settembre, poi, molti comunicatori stanno rivelando il loro vero volto, con il supporto diretto di determinati soggetti politici per conquistarsi un seggio in Parlamento e il conseguente inganno svelato: le donazioni non servivano a finanziare testate che si auto-dichiaravano indipendenti, ma a perseguire obiettivi politici e finanziare attività di propaganda elettorale.

Il vero giornalista è come il buon medico

Niente di più lontano, insomma, dal lavoro di giornalista. Che può – chiaramente – candidarsi e fare politica, ma ha il dovere di comunicare con chiarezza e senza sotterfugi la sua aspirazione. Molte volte pubblicamente ci è capitato di ricordare che questa professione non è diversa da quello del medico. Un dottore, fosse anche uno specialista privato, non può rifiutarsi di curare una persona o di offrire assistenza a chi ne ha bisogno, perché dal suo lavoro dipende la preservazione della salute degli individui e in alcuni casi la loro vita, un bene supremo che va sempre tutelato. Allo stesso modo il vero giornalista non può tapparsi occhi, orecchie e bocca perché non è arrivato il bonifico o la donazione è in ritardo: se lo fa, non è credibile e non merita la fiducia che gli viene accordata. Va liquidato, perché l’indipendenza, piaccia o meno, non ha davvero nulla a che vedere con il monitoraggio del proprio conto corrente, anzi.

Indipendenza per un giornalista significa anche e soprattutto non avere nessun legame diretto con le proprie fonti di finanziamento, se queste non coincidono con i ricavi della testata per cui lavora: chi pretende “donazioni” da un’intervistato o da chi cura una rubrica, non è indipendente. Chi minaccia di chiudere un sito in risposta al ritardo di una donazione, non è indipendente e non è la persona giusta per lotte politiche di ampio respiro, perché tradisce obiettivi prevalentemente commerciali che mal si conciliano con determinati ideali e con piani di rinnovamento sociale.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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Compleanno in prigione per Julian Assange

Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019

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"Giustizia per il fondatore di Wikileaks" | Rec News dir. Zaira Bartucca

Julian Assange trascorrerà anche il suo cinquantunesimo compleanno presso il carcere di Belmarsh. Pur non avendo mai subito nessuna condanna, il giornalista pluripremiato fondatore di Wikileaks si trova lì dall’11 aprile del 2019, quando è stato arrestato presso l’ambasciata dell’Ecuador. Assange rischia l’estradizione negli Stati Uniti e 175 anni di carcere per la presunta violazione di documenti riservati.

Wikileaks negli anni ha svelato le corrispondenze segrete inviate da Hillary Clinton in campagna elettorale a soggetti esteri: a essere temuta è ora la possibile vendetta dei democratici americani, che potrebbe far in modo che Biden opti per un’estradizione che Trump ha sempre rimandato. Grazie ad Assange sono state anche rese note le brutture commesse dall’esercito americano in Afghanistan e in Iraq.

Il lavoro della piattaforma consultabile liberamente Wikileaks ha riguardato milioni di documenti sul malaffare che aleggia intorno alla politica, all’imprenditoria, alle banche, e che riguarda lobby e potentati vari.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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