Ma l’Autonomia non risolverà il problema dei politici “ladri” del Nord

In principio fu Craxi. Poi i vari Renzi, Sala, Tosi, Fior, Formigoni, Alemanno. Zaia, e la sua scalata “record”. Davvero solo il Sud, come dice Salvini, “da cinquant’anni rovina l’Italia”?

Da Oliverio indagato per peculato e destinatario proprio oggi di un provvedimento di sequestro per quasi 96mila euro a Mimmo Lucano, è innegabile che esista il problema degli “amministratori” più votati al proprio tornaconto che alla gestione corretta della cosa pubblica. Non è però un problema del solo Sud. Salvini, che con il Meridione che abitualmente critica ci va in realtà a nozze perché deve davvero tanto a questo pezzo di terra – dai voti raccolti, alle vicinanze, ai tesorieri in quota lega come Francesco Belsito – lo sa bene. Eppure sostiene pubblicamente il contrario.


Le cattive gestioni, sia detto per chiarire le cose a chi è abituato agli utilizzi strumentali, non si risolvono con l’Autonomia, ma colpendo le mele marce che al Sud, al centro e al nord hanno avvelenato l’Italia. E’ dal solo Sud che arrivano i problemi? L’Affaire economico più dannoso e più vergognoso che la storia italiana ricordi – Tangentopoli – ha come padre un milanese doc, Bettino Craxi. Milanese, ma con una passione per la Sicilia vecchio stampo è anche Silvio Berlusconi. Roberto Formigoni è di Lecco. A lui e agli altri imputati nel procedimento sulla vicenda dei finanziamenti erogati dalla Regione Lombardia, la Corte dei Conti ha di recente chiesto 60 milioni per danno erariale. I Renzi? Superfluo ricordarne i natali fiorentini. Il dem Giuseppe Sala, sindaco di Milano condannato a sei mesi per Expo 2015? Brianzolo.


La scarrellata sarebbe ancora lunga. Limitiamoci a ricordare il leghista Flavio Tosi, il dirigente della Regione Veneto Fabio Fior, la rapida e inspiegabile scalata di un altro paladino dell’Autonomia, Luca Zaia. Per il centro, Virginia Raggi faceva la cresta sulle quote da versare all’Ordine degli avvocati, di cui fa parte. Poi Gianni Alemanno, imputato per finanziamento illecito e corruzione condannato a sei anni per essere stato uno dei referenti del sistema Mafia Capitale, romano con un padre di origini salentine. «Con l’Autonomia non vogliamo togliere niente a nessuno, i veri nemici sono i politici ladri e incapaci del Sud che da 50 anni derubano il Paese. Con l’Autonomia questi incapaci vanno a casa». Lo ha dichiarato alla Festa del Carroccio a Colico il ministro dell’Interno, dove è stato osannato da una folla gaudente. La stessa che ha sogghignato al pensiero degli ospedali di Napoli, notoriamente interessati da carenze croniche.


Bisognerebbe ricordare al ministro ma anche ha chi ha possibilità di chiamarlo tale soprattutto grazie ai voti della gente del Sud che ha sperato in un cambiamento, che se di punto in bianco chirurghi, pediatri, docenti trasferiti al Nord posassero al chiodo i camici, ospedali, università, centri specialistici si troverebbero a dover gestire una crisi di proporzioni inaudite. Perché, guarda un po’, i cervelli migliori che emigrano dal Sud strumentalmente impoverito, è proprio al nord che vanno a riversare le proprie competenze. Pensate alla vostra esperienza personale: vi salterà di sicuro alla mente qualche professore, dottore, avvocato a cui vi siete rivolti. Magari vive a Pavia da venti anni ma – a ben guardare – è di Reggio Calabria, di Potenza, di Napoli, di Foggia.


Dalla Catalogna alla guerra civile in Ucraina, dalla questione Irlanda-Brexit alla Macedonia, il tentativo di staccare territori agli Stati sovrani è ormai continuo. Il modo migliore per far intrufolare il dissenso pilotato dalle eminenze grigie della politica e dell’economia. Finito questo, tolte le macerie morali e materiali, rimane lo spazio vuoto che ha il sapore del nulla. Una tabula rasa dove si può ricostruire a proprio piacimento (ma non è detto che lo si faccia in meglio) e dove l’arcigna unione europea può trovare terreno fertile. Lasciando da parte i fanatici di ogni latitudine, quelli che farneticano di Padania ma anche i meridionalisti più irriducibili: è davvero questo che noi, che ci chiamiamo con orgoglio “italiani“, vogliamo?


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