OPINIONI
Parlare con insistenza delle fantomatiche disparità di genere non serve, anzi è dannoso: crolla a picco l’occupazione femminile
Il clima schizofrenico e divisivo non giova all’ambito lavorativo, forse per le tensioni che alimenta. I dati del “Bilancio di genere” del 2020: l’occupazione femminile scende al 49% e rallenta anche la crescita delle imprese rosa
Vista l’insistenza con cui si portano avanti le comunicazioni sulla parità di genere a presunto favore della condizione della donna (che in Italia è libera di compiere qualunque attività e anche di ricoprire qualunque incarico) ci si sarebbe aspettati chissà quale incremento occupazionale, chissà quali mutamenti. In effetti i cambiamenti ci sono stati, ma in peggio. Certo, non è detto che siano da attribuire alla comunicazione aggressiva degli ultimi anni che già da sola è una contraddizione ambulante: si vorrebbe liberare la donna non si sa bene da cosa, ma la si lega a determinati stereotipi femministi vecchi di almeno 50 anni. Si parla della donna forte, emancipata, ma poi i fatti di cronaca raccontano continuamente di figure femminili vittime sacrificali del “maschio” di turno, che non sono in grado neppure di badare a loro stesse. C’è il “femminicidio” e non più l’omicidio – termine democratico che includeva tutti – se ad essere uccisa è una donna, ma nessuno si sogna di appellarsi a un fantomatico “maschicidio” se si parla di uomini.
Un clima schizofrenico e divisivo che non ha giovato in ambito lavorativo, forse per le tensioni che alimenta. Stando a quanto riporta Ansa, “scende per la prima volta dal 2013 l’occupazione femminile: secondo i dati del Bilancio di genere 2020, nell’anno dello scoppio della pandemia è scesa al 49%, un calo sentito di più tra le giovani, al Sud e nelle Isole”. Non solo: “rallenta anche la crescita delle imprese femminili, dopo un aumento costante dal 2014. Pochi progressi sul fronte delle dirigenti: nel 2020 non c’è nessuna donna amministratore delegato nelle grandi aziende quotate nella Borsa italiana”. A cosa saranno serviti, allora, i cospicui finanziamenti stanziati per l’avvio di “campagne di sensibilizzazione” sulla condizione femminile di presunto svantaggio, l’apertura di sportelli e soprattutto i fondi stanziati a sostegno dell’occupazione femminile?
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