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Non sei favorevole all’immigrazione incontrollata? Ti piace l’idea della famiglia naturale, meno quelle riconducibili alle derive arcobaleno? Occhio, potresti essere fascista. Che col termine fino a oggi si sia indicato un periodo cupo, dittatoriale, legato alla guerra ideologica e materiale, non importa. Oggi è la normalità a essere tacciata di “fascismo”. Almeno secondo il “dotto” test pubblicato dal settimanale di Marco Damilano.

Il direttore ha da poco avviato varie campagne di “sensibilizzazione” per attirare i lettori trasversalmente esuli. Che, cioè, non accordano più fiducia a certa stampa asservita non per questioni ideologiche, ma per la gara al ribasso con la cattiva informazione. Quella tendenziosa e priva di contenuti, fatta di bei giri di parole e nessun documento. Chi scrive ha comprato per anni il cartaceo, per altrettanti la versione digitale. Poi ha smesso perché l’ossigeno da qualche anno è diventato tossina.

Anche il “Fascistometro” online, sulla falsa riga di un pamphlet chiamato impropriamente saggio, è una scialuppa di salvataggio economico. O meglio, un amo cui tutti i pesci abboccano: quelli che nuotano in acque rosse (impazienti di fare il test per capire se anche loro sono stati contagiati da qualche morbo sovranista) e quelli del mare blu. Un invito al clic selvaggio, perché fare cassa in tempi bui per la vera informazione che ormai ci si rifiuta di fare va sempre bene.

“Stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del Gruppo L’Espresso (Gedi) che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno, perché nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Le parole sono del vicepremier Luigi Di Maio e, oggi, sono tornate terribilmente attuali. C’è, infatti, qualcosa di più scollato dalla realtà di riesumare periodi storici desueti, radicati nel loro tempo per piegarli alle propria faziosità?

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1 Commento

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  1. Massimo Russo

    2 Novembre 2018 at 01:13

    Non lo compro da una vita e il fascistometro mi da ragione.

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OPINIONI

Festeggiare la democrazia quando non ce n’è

Mentre si fanno le parate, il fascismo è tornato a galla. Lo si incontra in ogni fiducia schiaffata su provvedimenti che altrimenti non passerebbero, in ogni momento in cui il Parlamento non può fare le veci del popolo, in ogni attacco meschino e vigliacco a chi si permette di raccontare senza manomissioni. Per non parlare della ripulita mediatica del battaglione neo-nazista Azov

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25 aprile e Liberazione, festeggiare la democrazia quando non ce n'è | Rec News dir. Zaira Bartucca

Basta una parata per celebrare il 25 aprile e la Liberazione per mettersi al riparo dai rigurgiti fascisti, dalla soppressione delle libertà fondamentali, dalle falsificazioni strumentali e dalla censura imperante? Ovviamente no. Due anni di costruzioni e costrizioni pandemiche hanno reso il 25 aprile una ricorrenza stantìa, logorata e superata. Non c’è nulla da festeggiare, non ancora almeno, perché tra Green Pass, bavagli e colpi bassi a tutto ciò che non è asservito, il fascismo è tornato a galla. Lo si incontra in ogni fiducia schiaffata su provvedimenti che altrimenti non passerebbero, in ogni momento in cui il Parlamento non può fare le veci del popolo, in ogni attacco meschino e vigliacco a chi si permette di raccontare senza manomissioni, di dissentire e di avere un’opinione propria.

Lo si guarda dritto in faccia quando la stampa di regime utilizza determinati termini, trasformando dei nazisti in “difensori” e “nazionalisti”. Perché dopo il covid ora c’è un conflitto dove le parti sono invertite, e dove ci si affanna a trasformare i carnefici in vittime. Accade allora che proprio oggi – anniversario della Liberazione dal nazifascismo – si invochi la libertà per un popolo, quello ucraino, che di quel nazifascismo è ostaggio, ma non per richiamare la presidenza Zelensky alle sue responsabilità, con le sue vicinanze e connivenze. Piuttosto, per gridare contro il bersaglio di turno: non più il “no-vax” contagioso e pericoloso a prescindere, ma il presidente (Putin) colpevole di tutti i mali del pianeta che può permettere alla parte ignara e rabbiosa di popolo di concedersi i due minuti di odio descritti in 1984.

Per anni abbiamo sentito i cosiddetti democratici gridare al fascismo, invocarlo in ogni contesto quasi per il solo gusto di riesumarlo, perché nel ritorno e nel ricordo dell’avversario rintracciavano un fantasma in grado di legittimarli. Per oltre un decennio la Costituzione è stata scomodata solo per definirla “anti-fascista”, fondata sui princìpi che si sono materializzati dal dopoguerra e via discorrendo. Ma quando quel fascismo è tornato attuale con la moda dei dpcm e con l’idea che il diritto alla salute potesse cancellare tutti gli altri, quasi nessuno ha battuto ciglio. Quando la Costituzione è stata vilipesa e martoriata, il popolo della mascherina all’aperto ha pensato che fosse meglio tacere e farsi un’altra dose, così forse ogni dubbio sarebbe passato.

E anche ora che il battaglione Azov in Ucraina imperversa tra le fila dell’esercito regolare, nessun buonista ci vede nulla di allarmante. Anzi. Viva l’Italia, viva la Resistenza, viva i “difensori dei principi europeisti” (sai che bellezza). Basta mettere da parte le croci uncinate e i wolfsangel, darsi una ripulita con la compiacenza dei motori di ricerca come Google che hanno ben altri da far passare per criminali e il gioco è fatto. Occhio non vede (il nazista) e cuore non duole. Non quello dei “democratici”, ma della Democrazia, sì.

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La reazione dei “democratici” alla morte di Zhirinovsky è deplorevole

All’anziano da tempo malato sono toccati i necrologi che spettano a tutti coloro che in vita si sono permessi di avere affetto verso la Patria e la bandiera, di avere posizioni Pro-life, di esprimere critiche sulle intoccabili consorterie arcobaleno e di mettere in discussione le ansie colonialiste americane. Ricordato anche per i suoi eccessi, certo, ma questo non scusa chi ha alzato troppo i toni

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La reazione dei "democratici" alla morte di Zhirinovsky è deplorevole | Rec New dir. Zaira Bartucca

Vladimir Zhirinovsky, leader del partito liberal-democratico, l’ha scampata tante volte ma questa volta se n’è andato davvero. Se il Cremlino lo ha – prevedibilmente – ricordato con parole di cordoglio e gratitudine, la reazione dei media “democratici” è stata come al solito esasperata. All’anziano da tempo malato sono toccati i necrologi che spettano a tutti coloro che in vita si sono permessi di avere affetto verso la Patria e la bandiera (in questo caso russa), di avere posizioni Pro-life, di esprimere critiche sulle intoccabili consorterie arcobaleno e di mettere in discussione le ansie colonialiste americane. Zhirinovsky viene ricordato anche per gli eccessi coloriti, certo, per le uscite fin troppo spontanee e a volte controverse, anche per le reazioni iraconde.

Ma questo può scusare frasi che, in Italia, parlano del “peggio che la Russia abbia mai prodotto”, confezionate su chi – ormai – non può più rispondere? E che dire di chi – come Radio Svoboda – lo definisce il “precursore del fascismo” ignorando contemporaneamente i nazisti del battaglione Azov che stanno mettendo a ferro e fuoco l’Ucraina, portando avanti esecuzioni sommarie contro gli ucraini sospettati di essere russi? Se Zhirinovsky – arzillo nonno dalla storia politica solida e coerente (fondò il suo partito assieme a Vladimir Bogačëv nel lontano 1990) è un “clown”, cosa sarà chi siede sullo scranno più alto di Kiev, porta avanti una politica dittatoriale e ha un passato – per alcuni anche un presente – da giullare?

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Anniversario dell’Unità d’Italia, cosa accadde 161 anni fa e perché oggi c’è ben poco da festeggiare

Dal Regno di Sardegna la legge storica che proclamò la nascita di un altro Regno. Poi i passi che portarono alla nascita dello Stato vero e proprio. La strada da fare, però, è ancora tanta, soprattutto se si pensa ai diritti recentemente negati

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Anniversario dell'Unità d'Italia, cosa accadde 161 anni fa e perché oggi c'è ben poco da festeggiare | Rec News dir. Zaira Bartucca

La data di oggi, il 17 marzo, coincide con l’Anniversario dell’Unità d’Italia (soprattutto dopo i festeggiamenti del centocinquantenario del 2011), ma pochi ricordano quali sono stati gli eventi che hanno portato a quella che si chiama Unità. Messa da parte la controversia strumentale ancora attuale che riguarda il Meridione, dimenticato (ma solo per un attimo) lo sterminio di massa e le ruberie subite dal Sud occultati e mai ammessi dalle Istituzioni (nemmeno dal presidente della Repubblica che è siciliano), è il caso di concentrarsi sulla ricorrenza in sé per sé, quella che coincide con la proclamazione del Regno d’Italia.

Tutto partì dal Regno di Sardegna sabaudo e dalla promulgazione della legge numero 4671 con cui Vittorio Emanuele II assunse la carica di sovrano del Regno d’Italia. Nel 2012 una legge individuerà – paradossalmente – l’evento come simbolo dell’Unità d’Italia, che in quel momento era ancora monarchica. Per l’Unità vera e propria – progetto inizialmente nato sotto la spinta francese e dei potentati occulti dell’epoca (non a caso il Tricolore ricalca quello francese, dove al posto del verde c’è il blu), bisognerà tuttavia aspettare l’annessione di diverse zone (nella cartina, in basso). Il lavoro da fare per giungere allo Stato per come lo conosciamo, anche a quel punto sarà ancora tanto: solo l’istituzione del Paramento e la Costituzione del 1948 nata dallo Statuto Albertino – negli ultimi due anni ignorata, martoriata e vilipesa come non mai – pone formalmente l’Italia al livello del resto delle (cosiddette) democrazie.

Oggi si festeggia anche la Carta Costituzionale, ma il riconoscimento di quanto contiene in termini di diritti garantiti non è mai stato così lontano. Mentre Mattarella si è appellato agli “ideali di libertà e democrazia”, l’Italia è ancora ostaggio di strumenti vessatori e anticostituzionali come il Green Pass, troppo occupata ad identificare la Russia come una dittatura per vedere il regime che vige in casa propria. Troppo risoluta, in poche parole, a guardare alla trave che è nel suo occhio.

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OPINIONI

Nemmeno gli atleti disabili sfuggono alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne

Gli stessi comitati sportivi che parlano tanto di integrazione e di inclusione hanno chiuso la porta in faccia a degli atleti che hanno un’unica colpa: essere russi

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Paralimpiadi, emmeno gli atleti disabili sfuggono alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne | Rec News dir. Zaira Bartucca

Dopo i direttori d’orchestra, gli allenatori e i cantanti, alla furia cieca dei democratici e pacifisti a fasi alterne non sono sfuggiti neppure gli atleti disabili che si erano classificati alle Paralimpiadi Invernali di Pechino 2022, esclusi dalle competizioni dal Comitato Paralimpico Internazionale. Anni e anni di duro lavoro cestinati per volontà politiche. Ebbene sì, gli stessi comitati sportivi che parlano tanto di integrazione e di inclusione, hanno chiuso la porta in faccia a degli atleti che hanno un’unica colpa: essere russi. Essere nati a Mosca o a San Pietroburgo, essere sotto una determinata bandiera. Dopo il Green Pass, un altro momento di discriminazione estrema segna il 2022 e lo avvicina ancora di più a uno scenario da seconda guerra mondiale. Una volta il nemico comodo e sempre e comunque era ebreo, oggi è russo.

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OPINIONI

Negoziati tra Ucraina e Russia, la soluzione che metterebbe tutti d’accordo

La Crimea ceduta alla Russia, ma smilitarizzata. L’Ucraina che diventa la Svizzera dell’Est e dimentica ogni intromissione esterna. La via d’uscita c’è, finché siamo ancora in tempo

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Negoziati tra Ucraina e Russia, la soluzione che metterebbe tutti d'accordo | Rec News dir. Zaira Bartucca

Portare la Pace in Ucraina e non la guerra, finché il mondo è ancora intero. Spero che questo messaggio arrivi a voi governanti, Amici e Fratelli. La guerra non la fanno i politici ma le famiglie, i padri, i figli. Nessun Paese la vuole. La guerra si fa per le risorse, per creare una crisi economica o per affermare la supremazia di un organismo o di uno Stato sull’altro. Quando passa, rimane solo dolore e odio. Macerie e disperazione. Tutto quello che è stato fatto con sudore e intelligenza viene distrutto. L’Ucraina è in condizione di difficoltà: Putin rivendica parti di territorio e vuole evitare l’intromissione della NATO. Il rischio concreto è però che a farne le spese siano come sempre i civili. Questo fa in modo che sia difficile, oggi, per gli ucraini pensare ai russi come un popolo fratello e amico.

Ma gli ucraini sono un popolo forte e intelligente, da sempre, che sa considerare nel giusto modo le pressioni che provengono dalla Russia e dalla stessa Ue. Un popolo fiero, che rivendica il proprio diritto a essere libero da ogni pressione esterna e a ottenere la propria completa neutralità. L’Ucraina non deve essere più una corda da tirare in attesa che si spezzi, ma deve diventare la Svizzera dell’Est. Se la Russia lavora all’autonomia ucraina, avanzi proposte e rimedi ai propri recenti errori, senza cedere alle provocazioni di un’Unione europea che mette ora l’ingresso dell’Ucraina sul tavolo per allontanare i negoziati e le trattative.

Gli interventisti lodano l’invio di armi a Kiev e trattano le notizie come se raccontassero la trama di un film, con le immagini degli sfollati e le dichiarazioni sui bombardamenti a tappeto, senza rassicurazioni, senza dare spazio a resoconti seri sui negoziati. Qualcuno ha idea di quale isteria sta provocando questa narrazione in Ucraina e quali preoccupazioni sta creando nella comunità ucraina presente in tutto il mondo? Cosa succederà se si parla continuamente e impropriamente di bombe e di bombe atomiche? Chi si sente costantemente minacciato, farà partire davvero la bomba. Non bisogna fare l’errore di mettere qualcuno all’angolo, come se non ci fosse via d’uscita, perché le cose non stanno così. Ci sono dei negoziati avviati e c’è, per ora, la possibilità di conservare la propria integrità e di fermare una guerra che diventerebbe europea e mondiale.

Non ci sono vincitori e vinti in momenti come questi, ma solo la volontà di preservare la Pace nel mondo, anche se questo significa rinunciare a qualche territorio conteso. Se la Russia vuole la Crimea se la prenda, assumendo però l’impegno scritto che nessuna arma deve essere presente sul suo territorio. E’ una soluzione bilanciata che ha vantaggi reciproci. E’ una buona soluzione di compromesso. L’Ucraina staccherebbe i legami con la Crimea, e la Russia dal canto suo consentirebbe il transito delle persone, considerandolo un territorio di frontiera.

Chi è morto per l’Ucraina, lo ha fatto sognando una terra libera, che usa le sue risorse per la sua ricchezza e la sua crescita, che è in grado di restituire prosperità al suo popolo. Vi racconto l’Ucraina di oggi: mentre centinaia di migliaia di persone scappano verso l’Europa, chi è in Ucraina vive momenti di preoccupazione estrema. Manca il latte per i bambini e le madri sono gettate nella disperazione. Gli aiuti si fermano ai confini, pronti, in alcuni casi, a essere oggetto di speculazioni. Le città sono isolate. Sono le basi giuste per esasperare un popolo, che non farà l’errore di voler trovare un nemico a tutti i costi, ma saprà individuare le responsabilità della politica. L’Ucraina non sarà il cimitero della Russia e dell’Europa, e nemmeno il loro deposito di armi. Pensiamo al futuro, alla vita e alla pace per tutti, conviene a tutti.

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