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Torna il Concerto di Pasqua, che si svolgerà il 17 Aprile alle 20 nella monumentale Basilica di Sant’Andrea della Valle, riunendo per la prima volta a Roma dallo scoppio del conflitto musicisti e cantanti russi ed ucraini. Prevista la partecipazione del soprano ucraino Eva Dorofeeva (nella foto) e del mezzosoprano russo Liudmilla Chepurnaia, accompagnate da un’orchestra appositamente formata da musicisti ucraini e russi per un canto della pace di grande valenza simbolica. Il Festival di Pasqua sarà così la prima manifestazione al mondo a far cantare e suonare insieme musicisti ucraini e russi “a Roma, capitale del Cristianesimo, per gridare con la forza della musica – ha dichiarato l’organizzatore Enrico Castiglione – che si può e si deve essere tutti fratelli, tutti amici e non nemici, all’insegna della preghiera che è la musica stessa e della bellezza armoniosa del suo canto di pace. Una presenza dal forte impatto emotivo e simbolico, a testimoniare ancora una volta che si può suonare insieme anziché spararsi, all’insegna della straordinaria musica che grandi compositori d’ogni epoca hanno scritto per testimoniare il Divino e il Sacro”.

Eva Dorofeeva e Liudmilla Chepurnaia Schiavotti canteranno dirette da Stefano Sovrani, alla guida dell’orchestra russa-ucraina, con la regia dello stesso Enrico Castiglione, con la partecipazione di una terza cantante, il giovanissimo soprano Kateryna Chebotova. L’ingresso è gratuito fino all’esaurimento dei posti disponibili. In programma oltre un’ora e mezza di musica, con un vasto repertorio di musica sacra e arie di Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Arcangelo Corelli, Alessandro Stradella, Georges Bizet, Jules Massenet, Pietro Mascagni, César Franck. Non mancheranno duetti, che impegneranno insieme la Dorofeeva e la Chepurnaia in brani dallo Stabat Mater di Pergolesi, ma anche arie come il Panis Angelicus dalla Messa Solenne di César Franck, compositore di cui quest’anno festeggiamo il 200° anniversario della nascita.

La XXV edizione del Festival di Pasqua è stata inaugurata il 10 Aprile con il Concerto per la Domenica delle Palme che si è svolto nella monumentale cornice del Pantheon di Roma sotto il patrocinio del Perinsigne Capitolo della Basilica di Santa Maria ad Martyres Pantheon di Roma e che ha visto la partecipazione del Coro della Cappella Musicale del Pantheon diretto da Michele Loda: il programma ha offerto il rarissimo repertorio della musica gregoriana e polifonica, arricchito da brani di Franz Schubert e di Lorenzo Perosi. Il Festival di Pasqua 2022 sta dunque proseguendo con la tradizionale serie di concerti per organo e di musica sacra con esecuzione di capolavori come lo Stabat Mater di Pergolesi e Le ultime sette parole di Cristo sulla croce di César Franck, rarissimamente eseguito e i tradizionali programmi dedicati al Triduo. Si concluderà infine il prossimo 5 Giugno con il Concerto di Pentecoste che nella Basilica di Sant’Andrea della Valle renderà omaggio a César Franck, con l’esecuzione della celeberrima Messa Solenne: la Schola Cantorum del Festival di Pasqua, il Coro Quadriclavio di Bologna, il Coro della Cappella Giulia e l’Orchestra del Festival di Pasqua saranno diretti da Lorenzo Bizzarri.

Fondato nel 1998 dal regista e scenografo italiano Enrico Castiglione con l’obiettivo di creare a Roma, capitale mondiale del Cattolicesimo, un festival dedicato al patrimonio artistico del Cristianesimo in occasione del Giubileo, il Festival di Pasqua ha offerto in ogni edizione in tutti questi 24 anni un calendario di concerti ed eventi di Musica Sacra di tutto rispetto, avvalendosi di complessi corali, orchestrali ed artisti di fama mondiale, offrendo programmi del grande repertorio sacro dalla nascita dell’oratorio come forma di elevazione liturgica in musica alle più recenti e significative creazioni contemporanee, ma anche e soprattutto prime mondiali e riscoperte di opere, oratori e concerti dimenticati se non addirittura mai più eseguiti in Italia e nel mondo: esecuzioni divenute storiche, trasmesse dalle principali reti televisive internazionali.

Durante il corso della sua storia si sono esibiti al Festival di Pasqua artisti come Montserrat Caballé, José Carreras, Mstislav Rostropovich, Placido Domingo, José Cura, Renato Bruson, Katia Ricciarelli, Cecilia Gasdia, Lorin Maazel, Zubin Mehta, Carl Anderson, Uto Ughi, attori hollywoodiani come James Caviezel, Michael York, Louis Gossett jr. ed italiani come Arnoldo Foà, Walter Maestosi, etc., spaziando dalla musica gregoriana e polifonica alla valorizzazione delle pagine dei grandi compositori d’ogni tempo.

FOOD & WINE

Al Bicerin l’Epifania all’insegna della tradizione

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Al Bicerin l'Epifania all'insegna della tradizione | Rec News dir. Zaira Bartucca

E’ in arrivo un’Epifania d’eccezione al Caffè Al Bicerin che, proseguendo una vecchia tradizione a chiusura delle festività natalizie, sabato 6 gennaio 2024, a partire dalle ore 15.00, offrirà alla cittadinanza un gianduiotto gigante da 5 chili. Saranno anche presenti le maschere Gianduja e Giacometta della Famija Turinèisa.

Un’iniziativa che chiude simbolicamente i festeggiamenti, svoltisi negli ultimi mesi del 2023, per i 260 anni di attività. Un traguardo straordinario per il locale, affacciato su Piazza della Consolata, di fronte al Santuario, che conserva intatto il suo fascino con un’atmosfera ed un’accoglienza tipica delle cioccolaterie ottocentesche.

La storica bevanda torinese, composta da cioccolata, caffè e crema di latte, è nata proprio in questo caffè che, da allora, ne porta il nome e ne conserva gelosamente la ricetta originale, tramandata di generazione in generazione in grande riservatezza.

Al Bicerin nella sua lunga storia è stato punto di riferimento di grandi personalità provenienti dal mondo della cultura e non solo. Il locale è stato trasformato spesso in set cinematografico per molte produzioni nazionali e internazionali ed è stato protagonista di un’importante pagina della narrativa italiana.

Un mondo intatto, preservato con grande cura grazie a Maritè Costa, prematuramente scomparsa nel 2015, che ha sviluppato un minuzioso lavoro di archeologia del cioccolato avviando anche un’importante opera di restauro delle strutture e degli arredi originali. Da sempre in mani femminili, oggi il Caffè Al Bicerin è gestito, nel segno della continuità, dalla famiglia di Maritè Costa che, in quasi mezzo secolo di gestione, si è impegnata perché il suo valore venisse riconosciuto a livello nazionale e internazionale.

Anche per il 2024 la Guida dei Bar d’Italia del Gambero Rosso ha attribuito al Caffè il prestigioso punteggio di “3 tazzine e 2 chicchi”. Il riconoscimento è l’ultimo di una lunga serie di premi come il Diploma d’onore dei Caffè Storici Europei del 2004, il premio del Gambero Rosso che nella prima edizione della Guida ai Bar, nominò nel 2001 il Caffè Al Bicerin come Miglior bar d’Italia del 2000 e il più recente Premio Bogianen, il riconoscimento con cui il centro congressi della Camera di Commercio “Torino incontra” premia i piemontesi che più si sono distinti nella vita o nella carriera, attribuito a Maritè Costa nel 2013.

Al Bicerin oltre alla cioccolata in tutte le sue declinazioni (bicerin, cioccolata in tazza, giandujotti, cioccolatini, tavolette, toast al cioccolato, crema gianduja, etc.) ci si può perdere tra tre tipi di zabaione, torte tradizionali, la Torta Bicerin e molte altre prelibatezze. Un patrimonio di gusto e arte cioccolatiera tramandata nel rispetto della tradizione ma con un occhio attento all’innovazione. I prodotti dello storico caffè, infatti, sono disponibili anche nel negozio online; un ricco catalogo permette di acquistare le pregiate cioccolate insieme ad una selezione di prodotti tipici piemontesi di qualità.

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TECH

L’orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l’IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno

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L'orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l'IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’uso dell’intelligenza artificiale in campo militare sta sollevando importanti questioni etiche, a partire dall’utilizzo da parte di Israele nei raid. Prima dell’utilizzo dell’IA nei conflitti, aveva spiegato lo scorso anno in una intervista ad Ynet il capo del personale delle Idf Aviv Kochavi, gli obiettivi militari generati erano circa 50 all’anno. Adesso si arriva senza difficoltà a 100 obiettivi militari al giorno. Questo aumento esponenziale e questo utilizzo fuori controllo della tecnologia sono la causa, rileva Lorenzo Forlani dalle colonne del Fatto Quotidiano, di una vera e propria “fabbrica di omicidi di massa“.

L’IA è uno strumento potente per la generazione di obiettivi militari sfruttato dalle intelligence di tutto il mondo. Attraverso complessi algoritmi di riconoscimento delle immagini e di analisi dei dati, i sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale possono identificare in modo rapido e preciso possibili bersagli. Grazie alla loro rapidità di elaborazione, questi algoritmi possono generare una quantità impressionante di obiettivi militarmente sensibili ogni giorno. E’ chiaro, però, che l’IA non è in grado di tenere conto – né mai lo sarà – dei risvolti etici, di comprendere quali siano i risultati degli attacchi e di considerare i danni gravissimi e spesso letali che si infliggono a intere popolazioni.

L’uso dell’IA nella generazione di obiettivi militari solleva infatti preoccupazioni legate alla responsabilità e all’impatto umanitario. Le decisioni relative all’utilizzo di obiettivi militari generati tramite IA richiedono un’adeguata ponderazione delle conseguenze e delle implicazioni reali. Mentre l’IA può fornire informazioni utili per guidare le operazioni militari o prevenirle, la decisione di agire deve ancora appartenere agli esseri umani, in modo da garantire il rispetto per i diritti umani e dei trattati internazionali e la sicurezza dei civili.

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ARTE & CULTURA

Pronostico azzeccato. Sarafine vince X Factor

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Pronostico azzeccato. Sarafine vince X Factor | Rec News

In linea con i più rosei pronostici, Sarafine ha vinto la diciassettesima edizione di X Factor. Per una volta, a spuntarla sono stati talento, originalità e bravura. Tre le manche che hanno visto le esibizioni della produttrice calabrese e degli altri finalisti: la prima ha riguardato il madley con i brani più apprezzati dei concorrenti rimasti in gara, la seconda il duetto con artisti nazionali e internazionali e la terza gli inediti.

Decisivo il giudizio del pubblico – che ha fatto piombare all’ultimo posto l’esibizione mascherata di Maria Tomba e i suoi eccessi ripetitivi – e che ha garantito il terzo posto a Fabrizio Longobardi, in arte Il Solito Dandy. Secondo posto per gli Stunt Pilots, la cui Imma Stunts – tuttavia – non ha convinto come Malati di Gioia, il singolo di Sarafine che è stato definito un inno generazionale. Non lo vive, tuttavia, così l’autrice, che ha rimarcato come la genesi del suo inedito coincida con il suo vissuto recente.

Il testo di Malati di Gioia (leggi dopo la foto)

An apple a day keeps the doctor away
What if Today I want the doctor to stay

Malati di gioia, Benvenuti!
Questo è il vostro show.
E come Pinocchio nel paese del Balocchio
Voglio vedervi volare con la fantasia
O citando il poeta Franchino
Voglio vedere…
La magia

Ho completato gli studi non brillantemente in economia aziendale
Ho accumulato una carriera di sette anni in fiscalità internazionale
Parlo inglese fluentemente per quelli che lo parlano male
Ma signori e signore, se c’è una cosa che so veramente fare è ballare

Faccio parte di quella generazione di Italiani che
dimmi tre pregi e tre difetti che non sono veramente difetti
Che anche se sei introverso
Leadership
Soft skills
Team Building
Time management
Awanagana

Che chi sei tu cosa vuoi è superfluo perché
È cosi che va il mondo
È cosi che va il mondo

Signore e signori con tutto il dovuto rispetto per dove va il mondo
Io oggi resto

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ARTE & CULTURA

Leonardo, il primo uomo moderno

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

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Il giallo sul corpo e sulle opere di Da Vinci. Così divenne (a torto) "francese" | Rec News dir. Zaira Bartucca

«La vita bene spesa lunga è» (Codice Trivulziano). Chi scrisse queste parole, visse proprio secondo il suo criterio, per secoli, e non una vita sola, ma dieci, e continuerà a vivere ancora. Perché Leonardo da Vinci non fu soltanto uno dei grandi maestri del periodo aureo della pittura, ma un multiforme genio della scienza. Era uomo moderno, nato in quel mattino che nei nostri tempi chiamiamo Rinascimento; previde o inventò molto di ciò che, da allora, la scienza ha impiegato cinque interi secoli a scoprire.

PANORAMICA

Le più grandi scoperte di Leonardo rimasero ignorate nei suoi quaderni d’appunti: questi sono stati riordinati e pubblicati soltanto di recente, perché dopo la sua morte andarono sparpagliati di qua e di là (forse una metà si è perduta per sempre) e furono apprezzati dai collezionisti più come autografi che per il valore del loro contenuto. Autografi davvero insoliti, perché Leonardo era mancino e per di più aveva la strana abitudine di scrivere da destra a sinistra. Per leggere i suoi scritti, bisogna guardarli allo specchio. Fatto simbolico, divenne più tardi ambidestro.

LA MALINCONICA INFANZIA E IL RAPPORTO CON LA NATURA

Il piccolo Leonardo, crescendo nei poderi del padre vicino a Firenze, contemplò quelle meravigliose campagne finché la poesia delle pinete, dei ruscelli serpeggianti, dei dirupi, dei fiori silvestri gli penetrò nell’anima, per rivivere più tardi in quei mirabili paesaggi che fanno da sfondo ai suoi quadri. Amava la musica e suonava d’incanto, i versi gli sgorgavano facili dalle labbra. Ogni forma di vita gli era maestra.

APPRENDIMENTO E VIVACITÀ, LA CURIOSITÀ E LA SOCIALITÀ DI LEONARDO

Appena Piero da Vinci scoprì i primi disegni del ragazzino, lo mise a lavorare nella bottega fiorentina del Verrocchio. Verrocchio coltivava tutte le arti nelle quali Leonardo doveva ancora eccellere: pittura, scultura, architettura, musica, geometria e storia naturale. Frequentavano la bottega del Verrocchio altri giovani artisti, tra i quali Botticelli, che divennero i migliori amici di Leonardo. Discutevano di tutto, macchinavano beffe atroci, facevano la lotta, domavano cavalli; divertimento, quest’ultimo, prediletto da Leonardo. Si dice che fosse cosi forte da piegare un ferro di cavallo con una mano.

L’apprendista Leonardo si aggirava spesso per i cortili e per le chiese fiorentine a studiarvi i loro tesori artistici, oppure passeggiare con i matematici, con gli astronomi, con i geografi maggiori di quei tempi, assimilando tutta la loro scienza. Gli piaceva anche parlare, e sulla piazza del mercato si metteva bravamente ad arringare la folla, divisa fra la reverenza e l’ilarità, sognando ad occhi aperti e vantandosi di poter scavare gallerie sotto le montagne e trasportare gli edifici come stavano da un punto all’altro della città.

L’ARTE IN UNO CON LA SCIENZA, LA RICERCA, LA VITA E CON DIO

Leonardo studiò matematica e fisica, botanica e anatomia non come un soprappiù, ma come parte integrante della sua arte. Per lui non esistevano differenze essenziali fra arte e scienza: erano due modi di descrivere un unico universo divino. Quando si metteva a dipingere, Leonardo stendeva sulla realtà fredda e cruda lo splendido manto della bellezza. Nascondeva con la destrezza di un illusionista la sua sapienza, la sua tecnica senza pari, e dipingeva come un innamorato della vita. Per vedere quanto la amasse basta sfogliare gli albi dei suoi disegni, che sono centinaia.

Ecco apparirci su un foglio i volti contratti dei soldati in atto di uccidere o di morire, e su un altro una giovane donna che s’inginocchia a pregare. Qua ha colto la tensione nervosa nei tendini del collo di un vecchio mendicante, là la contentezza di un bimbo che gioca. Si dice che seguisse per giornate le persone di aspetto bello oppure grottesco, per studiarle.

A nessuna scienza Leonardo dedicò tanto tempo quanto all’anatomia. Dimostrò che i muscoli sono le leve che sappiamo, e rivelò che l’occhio è null’altro che una lente. Provò come il cuore sia una pompa idraulica e dimostrò che il polso è sincronizzato con i battiti del cuore. Le molte osservazioni fatte negli ospedali lo condussero a scoprire che l’indurimento delle arterie è causa di morte nell’età senile.

LEONARDO INGEGNERE BELLICO

Eppure fu come suonatore di liuto che Leonardo, sui 30 anni, venne raccomandato da Lorenzo il Magnifico a Ludovico il Moro. Quest’ultimo era il perfido, furbo, brutale tiranno di Milano. Leggendo la lettera che Leonardo gli scrisse per offrirgli i suoi servizi, si fregò le mani: quell’uomo poteva essergli utile, perché si dichiarava inventore di un ponte mobile leggero, utilissimo all’inseguimento del nemico; diceva di aver progettato delle pompe per prosciugare il fossato di castelli cinti d’assedio; era esperto nella colata di enormi cannoni e aveva dei progetti per la costruzione di un carro armato semovente che aprisse la strada alle fanterie.

LEONARDO INGEGNERE CIVILE E PITTORE DELLA NATURA

Quando Leonardo giunse dalla soleggiata Firenze alla grigia Milano, pensò all’installazione delle tubazioni per il bagno della duchessa e al ritratto della superba e fredda amante del Moro. Costruì pure una complessa rete di canali per la città e fece progetti, mai adottati, di strade a due livelli, capaci di smistare diversi generi di traffico. Quale esperto di fortificazioni militari, fu mandato sulle Alpi a munire le vallate contro le invasioni provenienti dal nord. E là, nella bella Engadina, vide il rorido getto delle cascate balzanti giù dai dirupi, seguì la traccia delle stratificazioni geologiche, colse commosso fiori e felci con quelle dita che dovevano poi farli rivivere in eterno sulla tela.

Da quelle sensazioni e dai ricordi d’infanzia nacque la Vergine delle Rocce, quadro in cui il paesaggio e la flora danno risalto, con la loro dolcezza silvestre, alla divinità della Madre, all’Angelo e al Bambino che piega la manina a benedire il suo compagno di giochi, San Giovanni.

Questo quadro fu ordinato da una confraternita religiosa di Milano per la misera somma di 20 ducati, ma Leonardo ritenne che l’opera compiuta ne valesse 100. I monaci si appellarono al contratto, ma Leonardo non consegnò il quadro. Quelli allora gli intentarono causa, e per 20 anni Leonardo lottò contro di loro in tutti i tribunali. Infine il re di Francia acquistò il quadro e lo mise nel suo palazzo del Louvre, a Parigi. Leonardo, tanto per rabbonire i monaci, aiutato dagli allievi, fece una copia del quadro, quella che è ora alla National Gallery di Londra.

I RESTAURI DEL CENACOLO

Il Cenacolo, che fu un tempo una delle opere più belle del mondo, fu dipinto da Leonardo su una parete del refettorio dei frati di Santa Maria delle Grazie a Milano, su un intonaco poco adatto al colore. Dopo soli 20 anni, l’umidità, diffondendosi per la parete, era causa di ammuffimenti e di incrostazioni che sfigurarono il dipinto. Più tardi fu perfino aperta una porta in quella parete; e quando la soldataglia napoleonica giunse a Milano, sparò contro il quadro. In seguito, generazioni di sedicenti restauratori deturparono l’opera. L’ultimo restauro – dopo di quello importante terminato nel 1954 da Mauro Pelliccioli, all’epoca il più grande restauratore italiano di opere d’arte, che lo riportò il più vicino possibile all’originale – durò 21 anni, fino al 1998, ad opera dalla celebre restauratrice specializzata in affreschi rinascimentali Pinin (Giuseppina) Brambilla Barcilon (1925-2020).

Ma se non fosse per i molti studi preparatori di Leonardo e per le copie fatte da altri artisti quando il dipinto era intatto, sapremmo ancora ben poco della passione con cui il Cenacolo fu concepito e della purezza con cui fu eseguito.

PERDITA, PITTURA, TECNICA, SCIENZA E PERSEVERANZA

La perdita di un’opera di Leonardo, e ne sono andate perdute molte, è gravissima, perché pochi dei suoi quadri sono compiuti, sebbene gli schizzi e gli studi si contino a migliaia. Quando Leonardo si decideva a prendere in mano il pennello era capace di lavorare per giorni e giorni, mangiando appena. Oppure se ne stava seduto per tutta una giornata davanti al quadro, dando sì e no tre pennellate. La mattina dopo era capacissimo di cancellare tutto e ricominciare da capo. Probabile che mai abbia considerato uno dei suoi quadri finito alla perfezione; e forse è per questo che non ha firmato quasi nulla.

UNA VITA SPESA A MEDITARE E PRECORRERE, L’INGEGNO

Leonardo, prima dei suoi tentativi di conquista dell’aria, studiò perché gli uccelli spicchino il volo contro vento e comprese perché l’ala profilata li aiuti a impennarsi in volo. Facendo esperimenti con dei modelli di carta, previde gli avvitamenti e le cadute a foglia morta, i tuffi in picchiata e le scivolate d’ala, e dette istruzioni particolareggiate per uscirne.

I più antichi disegni di Leonardo per una macchina volante fanno pensare a una libellula, oppure a un pipistrello. Capiva che le ali battessero, e a questo scopo progettò una carlinga articolata di pezzi di cuoio cuciti insieme. Non potendo disporre di altra forza motrice che di quella dell’uomo trasportato nella macchina, immaginò che il suo aviatore, steso bocconi nel telaio, remasse nell’aria con le ali.

In seguito e per primo, Leonardo ebbe l’idea di un’elica per la locomozione. Nel suo modello, l’elica gira in senso orizzontale, con la carlinga appesa sotto, come un elicottero. In un primo tempo pensò che l’aviatore dovesse premere su due pedali per mettere in moto le pale dell’elica. Ma nel suo modello di cartone ricorse invece, come forza motrice, a una molla fortemente carica. Secondo i suoi progetti, la macchina si sarebbe dovuta sollevare verticalmente. La teoria era giusta, ma, mancandogli un apparato motore leggero, non poté mai realizzarla.

E tuttavia sembra che riuscisse a compiere un tentativo di volo, su quello che doveva essere una specie di apparecchio per il volo a vela. Con molte precauzioni e in gran segretezza, quest’apparecchio fu costruito su un edificio alto e, secondo la notizia tramandata attraverso i secoli, venne infine lanciato, forse con Leonardo stesso a bordo! Ma quel volo fu un fiasco e, a quanto pare, Leonardo non rifece più il tentativo.

LA MENTE PROLIFICA

Leonardo progettò case portatili prefabbricate, macchine laminatrici, una macchina per fare le viti, un trattore a cingoli, una filatrice e una scavatrice. Fu il primo che montò un ago magnetico su un asse orizzontale, dandoci cosi la bussola che conosciamo oggi. Fu l’inventore di quello che oggi chiamiamo ingranaggio differenziale, e dell’anemometro (misuratore della velocità del vento).

Ideò uno scafandro e una cintura di salvataggio. Progettò grandi sottomarini, ma ne distrusse i disegni. Perché, disse, c’è troppa malvagità nel cuore degli uomini, e ad affidare loro simili segreti si rischia di far loro praticare l’assassinio anche in fondo al mare.

L’ARCHEOLOGO ASTRONOMO

Leonardo fu il primo scienziato a capire che i fossili sono le impronte di animali antichissimi, esistiti quando le rocce in cui si ritrovano erano soltanto sedimenti del fondo marino. Perché la Terra, disse, non contava solo 5000 anni di vita. I suoi studi geologici di precursore lo persuasero che l’Arno doveva aver impiegato 200.000 anni per formare le sue pianure alluvionali.

Un secolo prima dei telescopi e di Galileo, Leonardo aveva intuito che la Terra non è il centro dell’universo, ma si muove attorno al Sole descrivendo un’orbita ellittica; che la Terra è soltanto un pianeta e non appare più grande, entro il sistema solare, della Luna in confronto alla Terra stessa; che le stelle sono mondi remoti, immensamente più grandi di quel che sembrano e che anche il Sole è soltanto uno di essi.

L’UOMO, L’INDIVIDUO, LA PERSONA

Nessuna meraviglia che occhi capaci di veder tante cose avessero lo sguardo stanco. A giudicare dall’autoritratto eseguito intorno al 1510, Leonardo a 58 anni era un vecchio, dall’aspetto venerando e profondo, ma un poco deluso. Sembra che le molte vite che aveva cercato di vivere in una sola ne avessero consunto la fibra.

Inoltre era dovuto fuggire da Milano quando la città era stata occupata dai francesi e gli Sforza ne erano stati cacciati. Si rifugiò a Mantova, si spinse fino a Venezia, visse un periodo infelice a Roma, tornò a Firenze e, quando non ci fu più pericolo, di nuovo a Milano. Negli ultimi anni trascorsi in questa città, il Moro non gli aveva pagato lo stipendio, cosi dovette accettare lavori occasionali di ingegneria e commissioni saltuarie come artista libero.

Una di queste fu il ritratto di Lisa Gherardini, moglie di Messer Giocondo di Firenze, per cui il quadro, che è il suo ultimo capolavoro, ci è noto come Monna Lisa o La Gioconda. Sebbene fosse una gentildonna ricca e alla moda, Monna Lisa veste severamente di nero, senza neppure un anello, in segno di lutto per la morte recente del suo bambino. Aveva 21 anni quando cominciò a posare per quel ritratto, ma quando Leonardo cessò di lavorarci erano trascorsi sei anni. Incarnazione di uno dei sogni di Leonardo più che ritratto di donna vera e propria, Monna Lisa sorride enigmatica ad una misteriosa visione, che sembra appaia dietro chi guarda.

Misterioso è pure il fatto che il ritratto non sia mai stato consegnato. Leonardo lo portò con sé come la cosa più preziosa che avesse quando accettò l’invito del re Francesco I di andare a stabilirsi in Francia. Alla fine il re acquistò il quadro per 12.000 franchi, e lo fece collocare al Louvre.

Leonardo godette fra i contemporanei di una fama più vasta e insieme meno alta di quella che oggi lo circonda. Il profondo rispetto che noi nutriamo per la sua scienza non ebbe riscontro ai suoi tempi. Come artista, naturalmente, ebbe una fama superba, sebbene non senza rivali; dopotutto, viveva ai tempi di Botticelli, di Raffaello, di Michelangelo. Ma il popolo artista della Firenze quattrocentesca gli faceva codazzo per le vie, e quando veniva esposto uno dei suoi bozzetti, la gente si accalcava ad ammirarlo, come gli odierni maniaci del cinema quando c’è da vedere una star in persona. Signorie e personaggi ricchissimi se lo disputavano; i re gli chiedevano soltanto di onorare le loro corti; perché la persona di Leonardo era diventata oggetto di un vero culto.

Eppure, in cuor suo, Leonardo, di cui mi sento amico, fu un solitario. Forse non incontrò mai un’altra creatura capace di comprenderlo. Sorridente, la sua figura sembra ancora precederci, nei secoli, mentre ci affanniamo per raggiungere la lunga ombra che lui proietta dietro di sé. Gli ultimi anni di Leonardo trascorsero negli agi, ad Amboise, nella Francia centrale. I visitatori fingevano di non accorgersi che aveva le mani paralizzate; trovavano il suo spirito più vivo che mai, assorto nel nuovo piano di un canale dalle chiuse poderose, con una miriade d’idee già appuntate nei suoi quaderni. Mai la sua conversazione era stata più versatile, il suo aspetto più regale, il suo sorriso più pieno di comprensione. Forse perfino la morte sorrideva così, con quell’aureola di mistero e di saggezza che egli solo fra tutti seppe cogliere, quando venne a chiamarlo il 2 maggio 1519.

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