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Il gusto hawaiano del Pokè – il piatto unico a base di riso, pesce, frutta e verdura sistemati nella tipica bowl – continua a conquistare la Capitale. Merito anche di Ami Pokè, la catena di store che per prima vi si è insediata con le aperture del Rione Monti, Ponte Milvio, Marconi, Prati, Piazza Istria e Tiburtina. Il settimo locale sarà inaugurato il 10 febbraio alle ore 18, e per l’occasione sarà possibile gustare le creazioni del team under 30 usufruendo di uno sconto di benvenuto del cinquanta per cento. La location scelta è il quartiere Appio-San Giovanni. Il nuovo Ami Pokè sorgerà a Piazza dei Re di Roma, e a rendere più piacevole la permanenza nelle sale dove il rosa la fa da padrone ci sarà un albero di banano alto 3 metri (i soffitti sono di cinque metri), strutturato attorno a un tavolo sociale.

Ami Pokè è stata fondata nel 2018 da due romani classe 1992 – Alessandro De Crescenzo e Riccardo Bellini – che hanno puntato tutto sull’iconico simbolo del pesciolino azzurro e rosa che continua la sua espansione a Roma. “Siamo orgogliosi di questo nuovo traguardo e di portare la nostra cucina sana e gustosa nel quartiere più popoloso della Capitale: i romani hanno dimostrato di apprezzare la nostra proposta e questo ci ha permesso di diventare in breve tempo un’insegna sempre più amata, dai giovani e non solo”, hanno detto.

CALABRIA

Dalla Calabria nuovo guanto di sfida al fast food industriale

Una valida alternativa alle proposte poco genuine di determinate e note catene arriva da Crotone, dove si va affermando Ehilà Take Away. Il punto d’incontro pitagorico merita anzitutto per la qualità dei prodotti utilizzati, tutti a chilometro zero

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Dalla Calabria nuovo guanto di sfida al fast food industriale | Rec News dir. Zaira Bartucca

Abbiamo già scritto di Mi’ndujo, la catena di fast food made in Calabria ormai lanciatissima, presente a Cosenza e a Roma. Un’altrettanto valida alternativa alle proposte poco genuine di determinate e note catene arriva ora dal centro di Crotone, dove si va affermando in maniera crescente Ehilà Take Away. C’è da dire subito che con la startup cosentina il punto d’incontro pitagorico ha l’attenzione per la qualità dei prodotti utilizzati – tutti, si legge sul sito, “a chilometro zero” – e l’accoglienza e la gentilezza del personale. In buono stile calabrese.

Freschezza, rapidità e gusto sono le tre parole che vengono per prime in mente quando si parla di Ehilà Take Away. Se c’è un piatto declinato meglio che si può gustare in questo semplice ma grazioso ritrovo arredato di nero e di giallo, è il pollo. Abbiamo assaggiato il “Come stai” con lattuga freschissima, pollo panato “interamente lavorato in giornata”, ci dice il proprietario, cheddar e salsa burger. A differenza degli omologhi, Ehilà, ha anche una vasta scelta di piatti, compresi quelli “slow”. Un motivo in più per preferire il suo timbro alla grande distribuzione.

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BENESSERE

Un solo ingrediente per una ricetta estiva leggera e per preparare un’acqua depurativa

Il caldo agostano di questi giorni aumenta la voglia di bere e di cibi freschi, oltre che la necessità – da parte del nostro organismo – di incamerare più vitamine. Ecco allora che una ricetta semplice e veloce può venire in soccorso di tutti

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Un ingrediente (e quello che si ha in casa) per una ricetta estiva leggera e per preparare un'acqua depurativa | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il caldo agostano di questi giorni aumenta la voglia di bere e di cibi freschi, oltre che la necessità – da parte del nostro organismo – di incamerare più vitamine e liquidi. Ecco allora che una ricetta semplice e veloce può venire in soccorso di tutti. E’ lo Tzatziki, la tradizionale salsa greca a base di cetrioli che si serve come antipasto in abbinamento alla “pita”, pane piatto che ha l’aspetto di una piadina lievitata. Qui proponiamo la ricetta di Giallo Zafferano, che è interessante perché propone una variazione che può permettere di realizzare – in aggiunta – un’acqua depurativa e dissetante.

Anziché tagliare i cetrioli – gli ortaggi che assieme all’aglio e allo yogurt compongono questo piatto – il blog propone di grattugiarli e di lasciarli scolare. E’ molto importante, così come è importante strizzarli per evitare che la salsa abbia, alla fine, una consistenza liquida. A scolatura e strizzatura effettuate, avremo un’acqua di un verde vivo dall’alto contenuto vitaminico e dalle alte proprietà depurative che potremo utilizzare per l’acqua di cui sopra. Basta munirsi di una caraffa di vetro, di un boccale o di un bicchiere capiente, e aggiungere il liquido di risulta dei cetrioli. A questo punto si aggiungono acqua fresca, fette di limone e fette di cetriolo a piacere. Per chi lo gradisce, si può aggiungere anche del succo di limone. Il composto va lasciato in infusione per almeno 6 ore, poi va filtrato e bevuto. Non è solo un ottimo rimedio, ma è anche dissetante.

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BENESSERE

Fatto in casa, senza addensanti chimici e senza macchina: il gelato (con frutta fresca) in tre ingredienti

Con il calore estivo cresce la necessità di incamerare vitamine. Ecco perché questo dolce fresco può essere indicato per combattere l’arsura e per nutrirsi in maniera più salutare e naturale

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Fatto in casa, senza addensanti chimici e senza macchina: il gelato (con frutta fresca) in tre ingredienti | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il gelato fatto in casa, senza gelatiera, in tre ingredienti e senza addensanti chimici. Lo ha sdoganato un famoso volto televisivo, ma per i gusti cremosi. Con il calore estivo, invece, cresce la necessità di incamerare vitamine e di consumare frutta. Ecco perché questo dolce fresco può essere indicato per combattere l’arsura e per nutrirsi in maniera più naturale. Quando si parla di gelati confezionati, infatti – siano essi in vaschetta o sugli stecchi – a preoccupare è l’ossido di etilene, al centro di una recentissima controversia che riguarda diverse aziende, costrette nelle scorse ore a ritirare i propri prodotti dal mercato europeo a causa del superamento dei limiti consentiti per questa sostanza.

Ecco allora che fare il proprio gelato in casa equivale a mangiare un qualcosa dal gusto migliore, più salutare e semplice da realizzare, che tra l’altro non fa il cosiddetto “effetto ghiaccio” grazie ai suoi ingredienti. Come fare, nel pratico? Ci vogliono tre cose sole (dosi per 500 g. di gelato):

  1. Panna fresca da montare (250 ml)
  2. Latte condensato (150 g.)
  3. Frutta frullata (qb)

Il primo ingrediente si trova facilmente ed è molto utilizzato per la guarnizione dei dolci, mentre il latte condensato si presenta in forma di lattina o di tubetto. Si può fare di meglio e prepararsi da soli anche questo utilizzando la mazeina, conservandolo in maniera giusta e consumandolo entro i tempi previsti. Per quanto riguarda la frutta e il suo quantitativo, tutto dipende dal proprio gusto personale e dalla consistenza che si vuole ottenere. Di sicuro si prestano bene le fragole, i frutti rossi, il melone, le banane, le pesche. Sconsigliati invece i frutti a base acquosa come l’anguria, più indicati per ghiaccioli e sorbetti (è sufficiente ricavare il succo e metterlo nelle coppette e negli stampini, senza aggiunta di zucchero).

Il procedimento è un inno alla semplicità e alla velocità. Si monta la panna con uno sbattitore elettrico o con una planetaria, si aggiunge il latte condensato amalgamando con una spatola dall’alto verso il basso e si aggiunge la frutta frullata sul momento. Si versa il composto nelle vaschette o nelle coppette e si attendono almeno 6 ore per consumarlo. Il gelato che si ottiene non ha i colori squillanti dei gelati confezionati o di quelli artigianali realizzati con l’aggiunta di coloranti, ma come detto è più gustoso e salutare di molti prodotti commerciali. Per “ravvivarlo” è sufficiente aggiungere frutta fresca a completamento o a decorazione.

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FOOD & WINE

Puristi e innovatori a confronto per il “Carbonara Day”

I pastai di Unione Italiana Food in una maratona social con tante curiosità, consigli e ricette

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Puristi e innovatori a confronto per il "Carbonara Day" | RN dir Zaira Bartucca

La Smoky Tomato Carbonara americana ha diviso il web ma ha unito gli italiani: secondo un sondaggio di Unione Italiana Food su un campione di quasi 4000 persone, per il 95% degli italiani se c’è il pomodoro non si può chiamare Carbonara. Una presa di posizione netta, con cui i pastai italiani presentano il tema del prossimo Carbonara Day (6 aprile): MyCarbonara. Puristi e innovatori saranno chiamati a condividere la loro “Carbonara perfetta” a partire dalle 12, seguendo il dibattito su Facebook, Twitter e Instagram con gli hashtag #CarbonaraDay e #MyCarbonara. 

Il Carbonara Day è la “spaghettata social” più grande del mondo dedicata alla ricetta di pasta più amata e condivisa. Ideato dai pastai di Unione Italiana Food e supportato IPO – International Pasta Organisation, il #CarbonaraDay ha raggiunto in 5 anni una platea potenziale di oltre 1 miliardo di persone, diventando appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati che desiderano condividere opinioni a proposito di questo piatto e, più in generale, sul rapporto tra tradizione e contaminazione in cucina. 

Ma cosa significa #MyCarbonara? Per i puristi esiste solo una maniera per farla e 5 ingredienti canonici: pasta, guanciale, pecorino, uovo, pepe. Gli innovatori invece credono che, essendo la pasta un piatto versatile, non debbano esserci limiti alle reinterpretazioni di questa ricetta. La verità sta nel mezzo: non esiste la carbonara perfetta, ma quella “perfetta per me”. #MyCarbonara, appunto. A patto, s’intende, che il tocco dell’autore rispetti lo spirito della ricetta originale. 

Secondo Riccardo Felicetti, Presidente dei Pastai di Unione Italiana Food, “La Carbonara è il piatto preferito di molti… e anche il mio. Fantasia o necessità possono dare vita a ricette ispirate a questo piatto. Ma allora non chiamatela Carbonara. La Carbonara è una sola, come Venezia. Poi ognuno ha i suoi segreti e l’equazione della Carbonara ideale deriva da gusti personali o abitudini familiari. Quest’anno vogliamo far vedere che anche usando solo gli ingredienti classici si può ottenere la Carbonara ‘perfetta per me’.” 

Storia di un piatto dalle origini “incerte”

Forse la Carbonara è così amata e replicata perché le sue origini sono incerte. E le polemiche sulla Smoky Tomato Carbonara hanno diviso proprio i due Paesi (Italia e USA) che si contendono la paternità del piatto… o hanno contribuito insieme a creare una delle ricette glocal di maggiore successo. Per alcuni, la Carbonara sarebbe nata nel 1944 dall’incontro fra la pasta italiana e gli ingredienti della ‘Razione K’ dei soldati americani (tuorlo d’uovo in polvere e bacon). Risalendo la Penisola, i militari americani accompagnavano la ‘Razione K’ agli spaghetti per integrare la dose di carboidrati. Una curiosità: l’inventore della Razione K è proprio quell’Ancel Keys, che, anni dopo, avrebbe “scoperto” la dieta mediterranea. Questa tesi è supportata anche da Marco Guarnaschelli Gotti, autore della Grande Enciclopedia della Gastronomia. Una seconda ipotesi ne attribuisce la paternità ai carbonai appenninici (carbonari in romanesco), che lo preparavano usando ingredienti di facile reperibilità e conservazione. La carbonara in questo caso sarebbe l’evoluzione del piatto detto ‘cacio e ova’, di origini laziali e abruzzesi. Un’ultima ipotesi ricondurrebbe la genesi della ricetta alla cucina napoletana, individuando nel trattato del 1837 Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti una possibile origine della pietanza. 

La lunga strada verso la carbonara tradizionale

Origini a parte, ingredienti e comandamenti della Carbonara come la mangiamo oggi sono stati una conquista recente, fatta di tentativi, errori e… sottrazioni, che hanno tolto il superfluo per isolare guanciale, uovo, pepe e pecorino, nel segno della semplicità che contraddistingue un’altra icona come gli spaghetti al pomodoro. Chi si scandalizza per le ricette horror di oltre confine farebbe bene a leggere i ricettari d’epoca. Nella ricostruzione dello storico della gastronomia Luca Cesari, la Carbonara fa la sua comparsa sulle riviste di cucina negli anni Cinquanta e nella sua storia è stata preparata con prosciutto (o coppa) e funghi; con uova, parmigiano e vongole; con aglio, gruviera e parmigiano. E che dire della versione di Ugo Tognazzi, con panna, peperoncino e brandy, cucinata per centinaia di americani durante un tour promozionale negli States. Assieme agli ingredienti si evolvono anche le tecniche di cottura: per decenni l’unico modo per renderla cremosa prevedeva l’aggiunta della panna. Solo negli ultimi 15-20 anni, invece, un approccio più scientifico (la mantecatura fuori dal fuoco, la cottura a bagnomaria del composto di uova e formaggio non oltre i 62 gradi di temperatura) e la disponibilità di utensili come il termometro da cucina rendono la Carbonara perfetta alla portata di tutti. 

La guida dei pastai per una carbonara perfetta

Nella Carbonara l’uovo dà cremosità, il guanciale croccantezza, il formaggio la sapidità, il pepe la nota speziata. E la pasta accompagna questo gioco di contrasti dando profondità e lunghezza a questi sapori. Una Guida realizzata da Unione Italiana Food assieme a Luciano Monosilio, rivela come anche il minimo intervento possa cambiare il risultato finale. Il guanciale tagliato a strisce sottili è più croccante e sapido rispetto a quello a dadini, che invece è più morbido e importante nella masticazione. Fondamentale è la percentuale di grasso, l’anima della Carbonara, perché se ben cotto e rosolato le dona un sapore incisivo. Per quanto riguarda il formaggio, il pecorino in purezza è più sapido, mentre un mix di cacio di pecora e vaccino rende il piatto più avvolgente e morbido, adatto a più palati. Per l’uovo, la salsa deve essere cremosa e non liquida: la proporzione giusta per quattro commensali è di tre tuorli e un uovo intero. Il pepe nero dona più profumo alla crema rispetto a quello bianco. E arriviamo alla pasta: spaghetti, rigatoni o mezze maniche sono ben accetti, seppur con risultati diversi. Nel caso degli spaghetti, il condimento li avvolge quasi come fossero una pasta all’uovo, mentre la pasta corta riesce a “catturare” condimento e guanciale che, in questo caso, diventa parte integrante del piatto mentre negli spaghetti fa quasi da contorno. Il #Carbonara Day inizierà il 6 aprile, a partire dalle ore 10 con un live e successivamente con una diretta social.

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FOOD & WINE

Pasqua, l’origine delle uova di cioccolato

La tradizione che ha radici lontane. La religione, i simboli e…Luigi XIV. Il sovrano aveva un’abitudine che avrebbe fatto scuola per secoli

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Pasqua, ecco spiegata l'origine delle uova di cioccolato | RN dir Zaira Bartucca

Duecentotrenta milioni di euro. Quindici milioni di uova di cioccolato. Sono i numeri del mercato italiano del simbolo del dolce della Pasqua, di cui il nostro paese è il consumatore più entusiasta del mondo. Ma l’uovo è, da sempre, sinonimo di vita, fertilità e purezza. La tradizione cristiana, poi, lo associa alla Resurrezione di Gesù. Così l’usanza di scambiarsi delle uova è antecedente alla diffusione del cioccolato in Europa: risale al Medioevo e iniziò, probabilmente, in Germania.

Passeranno diversi secoli prima della nascita dell’uovo di cioccolato: una delle tesi più accreditate fa risalire questa invenzione ai primi del ‘700, dandone il merito al re di Francia Luigi XIV. E’ noto che il Re Sole fosse un appassionato di cioccolato: fu lui a concedere al pioniere della cioccolateria francese David Chaillou l’esclusiva della vendita a Parigi. Ma il sovrano aveva anche l’abitudine di regalare uova rivestite d’oro a nobili e cortigiani: da questo spunto sarebbe nata l’idea di regalare uova dorate realizzate su una base di cioccolato.

Secondo lo storico Mario Marsero anche l’Italia e Torino in particolare, avrebbero un ruolo nell’affermazione di questa specialità: risale infatti al 1920 il brevetto depositato dalla Casa Sartorio di Torino, che inventò un sistema per modellare le forme vuote producendo così uova cave (più leggere), in cui inserire anche delle sorprese. Pratica che si diffuse dal 1925, iniziando ad affermare la grande moda, tuttora in ottima salute, delle uova di Pasqua (di Vivi di gusto).

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