Seguici

© Rec News -

del

I quesiti referendari depositati presso la Corte di Cassazione sono sei e toccano diversi aspetti dell’ordinamento giudiziario vigente. Il primo quesito riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Il quesito ha lo scopo di modificare le candidature e le nomine dei magistrati che fanno parte del CSM. In sostanza si vuole abrogare l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da venticinque a cinquanta firme per presentare la candidatura. Secondo i promotori, infatti, l’attuale sistema imporrebbe a coloro che si vogliano candidare di dover ottenere la benedizione delle correnti o, il più delle volte, di essere a esse iscritti. Diciamo un quesito pressoché inutile e superfluo che non cambierebbe nulla dell’attuale assetto correntizio. Il secondo quesito tocca la responsabilità civile dei magistrati.

Oggi la responsabilità civile dei magistrati è regolata dalla legge del 13 aprile 1988 n. 117 (c.d. legge Vassalli), poi modificata nel 2015, che nella sostanza non sancisce una responsabilità diretta del magistrato, bensì dello Stato. Conseguentemente, qualora un soggetto ritenga di aver subito un danno, può agire solo nei confronti dello Stato, salvo l’eccezione prevista dall’art. 13, comma 1 della legge Vassalli, ai sensi del quale se il magistrato ha causato un danno commettendo un reato, è possibile procedere con l’azione civile per il risarcimento nei confronti del magistrato e dello Stato. Il risarcimento è comunque sempre a carico dello Stato, nel senso che non è possibile fare causa solo e direttamente al magistrato. Per sommi capi questa è la regolamentazione attuale.

I promotori del quesito ritengono che il magistrato debba rispondere personalmente – e non “tramite” lo Stato – per i danni causati alle parti, invocando a sostegno di questa posizione l’art. 28 Cost. ai sensi del quale “i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti”. Non condivido il quesito referendario, ma sono a favore di una modifica dell’attuale legislazione. Si potrebbe rivedere, ad esempio, la modalità di accertamento della responsabilità civile del magistrato e la composizione dell’organo che dovrà decidere.

Per evitare che i magistrati sbaglino, tuttavia, la cura migliore resta la selezione e la valutazione seria delle loro attitudini professionali. Il terzo quesito riguarda il procedimento di valutazione dei magistrati. Chi è del mestiere sa benissimo che la valutazione quadriennale del magistrato è esperita dal CSM in conformità a un parere motivato del Consiglio giudiziario del distretto in cui si presta servizio. Quest’ultimo parere non è vincolante per il Consiglio Superiore, che formula in maniera autonoma il giudizio finale (positivo, non positivo o negativo). Prima della decisione, il Consiglio può, se necessario, compiere nuovi approfondimenti. Su questo quesito la critica più accettabile e quindi condivisibile è senza dubbio quella riguardante il fatto che la procedura sia del tutto “interna”, nel senso che a decidere siano solo soggetti appartenenti alla magistratura.

È evidente una sovrapposizione sconveniente tra “valutatore” e “valutato”. Questo, di fatto, potrebbe rendere poco credibili le valutazioni e favorire non di rado la logica corporativa. Cambiare la modalità di valutazione non sarebbe un male se fatta con spirito costruttivo e non di vendette corporativistiche. Il quarto quesito riguarda la separazione delle carriere dei magistrati. Su questo mi sono più volte espresso. È nota la mia posizione sul tema: sono favorevole alla separazione delle carriere. Non da ora ma dai tempi dell’entrata in vigore del codice Vassalli che peraltro fu mio maestro e con il quale discussi a lungo proprio sul tema. Come Giovanni Falcone, sono favorevole alla separazione delle carriere poiché ritengo che ogni processo si debba svolgere concretamente nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.

Non ritengo sia giusto che i giudici facciano corpo unico con le procure. Questa separazione porterà il giudice ad avere una maggiore autonomia, quella che poi sancisce la nostra Carta Costituzionale. Detta in maniera più elementare: l’accusa deve provare la colpevolezza dell’imputato; la difesa, deve provare la non colpevolezza dell’imputato; il giudice, valuta e decide in maniera imparziale. L’anomalia che andrebbe eliminata, in conformità a quanto poco prima spiegato, è che il giudice per essere imparziale non possa far parte della stessa compagine del pubblico ministero. Il quinto quesito referendario riguarda gli eventuali abusi dell’uso delle misure cautelari. La materia delle misure cautelari è particolarmente complicata. Più che di abuso parlerei di eccessivo ricorso alle misure cautelari privative della libertà personale.  

Le misure cautelari detentive e patrimoniali sono e dovrebbero essere l’extrema ratio, di un sistema, ma negli anni si sono trasformate spesso in un giudizio anticipatorio della sanzione penale. È proprio quest’aspetto che non condivido e che rappresenta una grave violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza. Su questo tema ovviamente ci sarebbe bisogno di un maggior approfondimento che in tal contesto purtroppo non è possibile fare. Il sesto quesito riguarda l’abrogazione del decreto legislativo del 31 dicembre 2012 n. 235 in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190.

Condivido totalmente la normativa che prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, per i consiglieri regionali, per i sindaci e per gli amministratori locali in caso di condanna. Concordo in pieno con l’orientamento della Corte Costituzionale quando afferma, in una recente pronuncia del 2021, che la norma censurata, con la previsione di determinati requisiti di onorabilità degli eletti, miri a garantire l’integrità del processo democratico e la trasparenza e la tutela dell’immagine dell’amministrazione. Cosa cambierebbe se dovessero passare tutti o parte dei quesiti referendari dipende da cosa passa e che effetto poi avrà nella pratica attuazione. In Italia siamo abituati a vedere molti referendum passati con votazioni bulgare e poi vanificati nella pratica attuazione (penso al referendum sull’acqua pubblica, ad esempio).

Mi auguro soltanto che qualsiasi cosa passi o sia bocciata, sia unanimemente riconosciuta, senza pregiudizio alcuno, poiché un referendum è e resta sempre un esercizio di democrazia e non una riproposizione dell’inquisizione medievale. Con esso si pone in evidenza un tema degno della valutazione di chi detiene l’esercizio della sovranità popolare. Per questo invito tutti ad andare a votare e a esprimere liberamente la propria opinione secondo scienza e coscienza.

Giurista, criminologo e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra

Continua a leggere
Commenta per primo
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti

LETTERE

Realizzare il sogno di Basaglia

© Rec News -

del

di

Realizzare il sogno di Basaglia | Rec News dir. Zaira Bartucca

A meno di una settimana dalla scomparsa del giovane di Lampedusa, che ha preferito gettarsi in mare dal traghetto piuttosto che subire un TSO, si è conclusa a Milano la mostra multimediale “Controllo sociale e psichiatria: violazioni dei diritti umani”. L’evento, organizzato dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), ha attirato oltre mille visitatori in cinque giorni, molti dei quali hanno voluto esprimere parole di ringraziamento e di complimenti sul libro degli ospiti, e si è concluso con un convegno intitolato “180 – una riforma incompiuta”. 

Dopo i saluti del presidente del CCDU, avv. Enrico del Core, che ha voluto ricordare l’importanza vitale del diritto alla difesa nell’ordinamento costituzionale, il vicepresidente Alberto Brugnettini ha aperto i lavori ricordando le forti critiche e i dubbi espressi a suo tempo da Franco Basaglia nei confronti di una legge che, pur fregiandosi del suo nome, riproponeva le logiche manicomiali cambiandone solo il nome. 

I primi a parlare sono stati Fabio, che ha riferito i gravi maltrattamenti cui è stato soggetto suo fratello durante la sua lunga esperienza nei servizi psichiatrici ospedalieri, le angherie e i soprusi di cui è stato testimone oculare, e le condizioni ignobili in cui vivono i degenti – costantemente sotto il ricatto della contenzione se non fanno i bravi. 

Fabio ha concluso chiedendo che la medicina faccia un passo indietro e ammetta di non saper curare il disagio mentale. Maria Cristina Soldi, ha raccontato l’incredibile e dolorosa vicenda di suo fratello Andrea, ucciso a Torino nel 2015 durante un TSO. La vicenda legale si è chiusa recentemente con la condanna definitiva dei responsabili, ma resta l’amarezza per quanto è accaduto e per i particolari – assieme tragici e grotteschi. 

Andrea Soldi se ne stava tranquillamente seduto sulla panchina di un parco torinese quando lo hanno avvicinato due psichiatri chiedendogli di seguire uno di loro per un trattamento sanitario. Andrea avrebbe volentieri seguito il secondo psichiatra, di cui si fidava, ma fu obbligato con la forza a seguire l’altro. Sdraiato a pancia in giù e con le mani legate dietro alla schiena, Andrea morì soffocato durante il trasporto in ambulanza. I familiari si sentirono dire dai medici che il loro congiunto era morto d’infarto, per poi scoprire l’amara verità dalla stampa. 

La dottoressa Eleonora Alecci, psicologa e psicoterapeuta con un passato in un reparto psichiatrico in cui si praticava la contenzione, ha confermato che i fatti riferiti da Fabio sono la routine quotidiana, e ha ribadito il suo impegno verso il superamento di queste pratiche, impegnandosi in un programma di addestramento del personale medico e infermieristico, come anche spiegato nel corso di un suo recente intervento al congresso della Società Italiana di Psichiatria.  

La dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, collaboratrice per molti anni di Giorgio Antonucci – il medico e psicoterapeuta che liberò i “matti” del manicomio di Imola dimostrando al mondo intero che è possibile alleviare la sofferenza mentale senza usare forza o coercizione – ha ricordato il lavoro di Antonucci, e il suo profilo di umanitario, ben documentati nell’archivio online di cui la dottoressa D’Oronzo è curatrice. 

L’avvocato Michele Capano, dell’Associazione Radicale Diritti alla Follia e del Direttivo Radicale, ha denunciato l’incredibile contraddizione della legge italiana, che da una parte ha ratificato le risoluzioni ONU per la cessazione delle pratiche coercitive in psichiatria, e dall’altra mantiene in vigore una legge che le consente. L’Associazione Diritti alla Follia e il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani intendono lavorare assieme, e coinvolgere altre associazioni e individui, per una riforma della 180 in senso garantista, che superi questa contraddizione e realizzi il sogno basagliano. 

Continua a leggere

LETTERE

Caro premier, si ricordi di tutti i totalitarismi

© Rec News -

del

Caro futuro premier, si ricordi delle foibe e di tutti i totalitarismi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Egregio Signor Presidente, da italiani, sia per scelta sia per nascita, non possiamo che essere contenti per l’esercizio di democrazia registrato con le elezioni dello scorso 25 settembre. Finalmente saremo guidati da un governo espressione del voto popolare e non da uno maturato da accordi di Palazzo, come accaduto negli ultimi anni.               

Abbiamo ascoltato con grande interesse, in questi giorni, le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza appena eletta e che lei, signor presidente, avrà l’onore e l’onere di guidare. Da tali esponenti, in queste ore, è stato espresso ripetutamente un concetto che ci sentiamo di condividere totalmente: uno Stato è tanto più credibile ed è tanto più considerato, quanto più onora e rispetta i Trattati internazionali che esso stesso ha sottoscritto.

Noi crediamo che sia arrivato, alfine, il momento di rispettare quei Trattati che non sono stati ottemperati fino ad oggi, provocando, in tal modo, un grave danno al mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata. Ci riferiamo al Trattato di Pace di Parigi del 1947 il quale, al punto 9 dell’allegato XIV, stabilisce che: “I beni degli italiani residenti nei Territori ceduti […] non potranno essere trattenuti o liquidati […], ma dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari”.

Come sappiamo a tale Trattato, ampiamente disatteso, seguirono diversi accordi bilaterali tra Italia e Jugoslavia – accordi del 23/05/1949, 23/12/1950, 18/12/1954 – tutti poi tramutati in Leggi attuative, che in sintesi sancivano il pagamento dei debiti di guerra dell’Italia nei confronti delle Jugoslavia utilizzando i beni degli Esuli a fronte dell’impegno dello Stato italiano di un successivo risarcimento per l’esproprio perpetrato.

Ebbene, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ed i loro discendenti, sono ancora in attesa di un “equo indennizzo”, avendo percepito solo una minima parte di quanto promesso. Si tratta di un indennizzo che, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro. Una cifra che sembra enorme, ma che se confrontata con l’attuale debito pubblico (ad oggi pari a circa 2770 miliardi) rappresenta l’1,6 per mille.

Quanto fin qui non è solo una questione di vile danaro, si tratta, piuttosto, di un’espressione di civiltà attesa da lunghi decenni da un intero popolo. Gli Esuli e i loro discendenti si sono rifatti una vita in Patria, eppure resta l’insopportabile retrogusto amaro nella consapevolezza di essere stati ignobilmente usati per questioni geopolitiche giocate sulla propria pelle.

La vita della nostra Gente è stata tutta in salita per troppo tempo, anche dal punto di vista culturale. Sempre a dover giustificare la propria identità, sentendosi dire che la sofferenza patita era il giusto scotto per colpe di altri. Il giustificazionismo è un concetto terribile che porta allo stupro della ragione, definendo accettabile l’eliminazione di un qualcosa o qualcuno – magari per mezzo di una foiba -, su cui far ricadere i misfatti di qualcun altro.

Per questi motivi auspichiamo anche l’emendamento della Legge 167/2017 che punisce la propaganda, l’istigazione e l’incitamento al razzismo e chiediamo l’inserimento di una menzione specifica al negazionismo e giustificazionismo per i crimini commessi in Istria, Fiume e Dalmazia in merito alla persecuzione anti-italiana avvenuta a guerra finita. Così come auspichiamo che possa essere emendata la Legge 178/1951 che disciplina il conferimento delle onorificenze al Merito della Repubblica, senza la quale non è possibile la revoca del cavalierato assegnato al Maresciallo Tito, causa di dolore e sofferenza non solo per la nostra Gente, ma per centinaia di migliaia di persone che si opponevano alla dittatura comunista jugoslava.

A tale proposito vogliamo ricordare il pronunciamento del 19 settembre 2019 in cui il Parlamento Europeo – presieduto da David Sassoli – approvò a larghissima maggioranza (89%) la risoluzione: “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che condanna tutti i totalitarismi del XX secolo, equiparando in tal modo il comunismo al nazismo. L’attuale maggioranza, così come maturata il 25 Settembre, ha dimostrato nel tempo grande sensibilità ai temi qui riportati. Confidiamo nella sua futura opera.

*Esule di seconda generazione nato al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma nel 1959. Past-President FederEsuli – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati  – Vicepresidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Consigliere Associazioni Dalmati Italiani nel Mondo – Fondatore MondoEsuli – Movimento per la memoria e la promozione di Istria, Quarnaro e Dalmazia»

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

Continua a leggere

LETTERE

Perché boccio la Meloni

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

© Rec News -

del

Perché boccio la Meloni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Non vorrei andare troppo lontano con un “da che esiste il mondo”, purtuttavia si può affermare con scienza storica che la disoccupazione è residente in Italia da sempre. Che ora la Meloni pretenda di avere la ricetta risolutiva al problema – dopo che nemmeno i grandi economisti del passato e il fior fiore di statisti alla guida della nostra Nazione e dei suoi governi, lungo il corso democratico dell’Italia unita, l’abbiano mai potuta redigere, odora di presunzione. A meno che gli ingredienti non siano chiari, e chiari non sembrano affatto.

La Meloni immagina “per chi è in condizione di lavorare non di essere trattato come qualcuno che non è in condizione di lavorare ma di avere un posto di lavoro”. Sagace! Ora: ma se anche l’immaginazione supera la conoscenza come giustamente afferma Albert Einstein, qui manca la conoscenza degli ingredienti, che la Meloni pretende di avere spiegato senza nulla avere chiarito, dato che non si capisce dove sono i posti di lavoro di cui tanto straparla.

Affermare come fa lei “che nella serietà delle proposte di Fratelli D’Italia gli italiani troveranno un futuro decisamente più dignitoso di quello garantito dalla sinistra” è una locuzione che definire assolutamente priva di contenuti è come chiamare docce le cascate del Niagara, perché dopo l’assoluto, dopo l’immaginazione, dopo la conoscenza esiste solo la fantasia pura.

Che “Il lavoro si può generare e trovare con politiche intelligenti”, come spiega brillantemente (?) Meloni, ricorda quel famosissimo “Ho detto tutto” di peppiniana memoria nei film del grande Totò. Forse è convinta che quelle povere ragazze e quei poveri ragazzi che nottetempo ti portano la pizza a casa siano meno intelligenti? o siano figli di un dio minore? o appartengano a famiglie inferiori? visto che dignitosamente, questi giovani, ma anche brizzolati, svolgono un lavoro schiavizzante anziché munirsi di Reddito di Cittadinanza?

Secondo l’interessata “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”. Bene. E allora corre l’obbligo di chiederle: visto che sei cosi brava e certa delle tue idee fantasiose, perché nel tuo programma prima non realizzi i posti di lavoro? Sulle ulteriori, preoccupanti, scoraggianti rassicurazioni, Meloni ha detto testualmente: “Il salario minimo non credo che risolva molto. La gente ha salari inadeguati perché la tassazione sul lavoro è al 46,65 per cento”, e ha pure detto che “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”.

E allora: se il salario minimo non risolverebbe molto, non si capisce perché, tra quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza ci siano tantissimi lavoratori con guadagni da fame (Meloni si informi all’INPS), cioè lavoratori che percepiscono il Reddito di Cittadinanza; la risposta è semplice: è proprio perché il Reddito sostiene la povertà e non la disoccupazione, come vorrebbe propinarci Meloni. Tanto è vero che nessun disoccupato benestante può percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dunque, se la gente ha salari inadeguati, è perché secondo lei la tassazione sul lavoro è al 46,65%. Cioè Giorgia Meloni è convinta, o così vuol farci credere perché torna utile alla sua campagna elettorale, che se un datore di lavoro pagasse meno tasse di sua iniziativa aumenterebbe lo stipendio ai propri dipendenti. Cos’è? una nuova favola per sprovveduti? o una promessa alle multinazionali che divorano già le piccole aziende e il lavoro degli artigiani?

Invito colei che parla del Reddito di Cittadinanza come di un metadone per tossici, ad andarsene al cinema a vedere Spaccaossa, perché dimentica, o fa finta di non sapere, che in Italia tanti poveri si sono fatti letteralmente rompere le ossa per simulare incidenti stradali e ottenere soldi dalle Assicurazioni. Per fame.

Perciò anziché basare la sua campagna elettorale sull’abolizione del Reddito di Cittadinanza (un’inezia, se rapportata ai mille veri sprechi miliardari italiani), Meloni cerchi e trovi altre argomentazioni più convincenti. Per esempio, cerchi tra agevolazioni, sussidi, finanziamenti, indennità, elargizioni a fondo perduto, e mille altre ancora, sono tantissime e abbracciano tutti i settori produttivi e, soprattutto, improduttivi.

In Italia, attraverso il debito pubblico, cioè indebitando gli italiani compresi quelli delle generazioni future, si finanziano giornali inutili, associazioni fantasiose, cooperative di comodo, industriali volponi, cliniche private, e via dicendo. Pertanto stranisce parecchio tanto fervore contro il Reddito di Cittadinanza, specie se si riflette sui milioni, milioni di stipendi per mantenere dipendenti pubblici figli del clientelismo, inattivi e improduttivi negli innumerevoli uffici pubblici del Paese.

Per non dire dei lavoratori in nero perché pensionati, perché percettori dell’indennità di disoccupazione, perché cassintegrati, e via dicendo, che sottraggono lavoro ai disoccupati. Ma forse ai loro furbetti datori di lavoro la formula senza rischi vertenza fa comodo. Ah dimenticavo: Meloni cerchi anche nei vari paradisi fiscali.

*Opinionista, critico d’arte

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

Continua a leggere

Ora di tendenza

© 2018-2022 Rec News - Lontani dal Mainstream. Iscrizione Registro Operatori della Comunicazione (ROC) n. 31911. Copyright WEB121116. Direttore Zaira Bartucca P.IVA 03645570791 - Vietata la riproduzione anche parziale

Accedi ai contenuti extra di Rec News!

X
error: Vietata ogni tipo di copia e di riproduzione