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Il paesaggio, ovvero la rappresentazione di vedute di paese, ha una grande parte nella storia della pittura (e anche in quella del bassorilievo scultoreo), tanto da costituire in determinate epoche storiche un genere a sé e dei più diffusi. Ma più spesso è stato un accessorio, un dato complementare della rappresentazione figurata nel dipinto, facendole da sfondo, da scenario naturalistico. Talvolta fu inteso come semplice elemento decorativo, e perfino personificato, cioè tradotto in simbolo, come avvenne, ad esempio, nella rappresentazione dei fiumi.

Nell’arte cretese-micenea sono frequenti le raffigurazioni di piante e di animali; queste tuttavia non stanno a significare gli elementi di un paesaggio; hanno solo scopo decorativo e s’inseriscono fra i personaggi che si muovono sulla scena e servono a spazieggiarli nel campo della composizione.

L’arte greca arcaica e classica diede importanza soprattutto alla figura: il paesaggio fu, quindi, quasi ignorato. L’arte ellenistica cominciò invece a trattare il paesaggio come genere a sé. Con perfetta aderenza alla realtà, il pittore ellenistico decorò sovente le pareti delle ville di sfondi paesistici: marine, campagne, vedute di ville.

L’arte romana raccolse questa eredità nella pittura dell’epoca imperiale, quella chiamata comunemente del IV stile o dell’illusionismo architettonico. Sulle pareti, entro sfondi architettonici in prospettiva, che fanno da cornice, si dipingevano, a vivaci colori, scene di giardini o di ville con intenti naturalistici.

Nel Medio Evo, l’arte bizantina trascura l’elemento paesistico; la sua natura astratta, la porta a ridurre il paesaggio a poche notazioni emblematiche ed allusive.

Nella pittura del Trecento il paesaggio ebbe aspetti diversi. Giotto, riducendolo a pochi accenni sintetici, gli attribuisce valore di semplice quinta al dramma umano rappresentato nelle storie. Ambrogio Lorenzetti lo tratta con spirito narrativo e aneddotico. Nei dipinti della cosiddetta «maniera gotica internazionale», il paesaggio ebbe grande parte. Gli artisti si compiacquero di minute descrizioni di elementi naturali: fiori, piante, cespugli, boscaglie ecc.

Nella pittura del Quattrocento, il paesaggio fa da sfondo alle rappresentazioni, crea l’ambiente spaziale e viene interpretato in infiniti modi a seconda della diversa sensibilità dell’artista fino a divenire campo di pure speculazioni prospettiche in Paolo Uccello e Piero della Francesca. Un significato tutto spirituale esso acquista nella pittura umbra, nella quale diviene elemento compositivo primario, fingendo vaghe lontananze e vasti cieli. Nel Vangelo assume somma importanza col Carpaccio e Gentile Bellini, creatori di sfondi lagunari, e si fa sempre modernamente poetico nel Giambellino (Giovanni Bellini).

Fuori d’Italia, nelle Fiandre, i fratelli van Eyck prendono a pretesto scene sacre per creare visioni paesistiche, vaste ed analitiche, in cui appaiono le vedute delle loro quiete città solcate da placidi fiumi, in lontananze azzurrine. In questo si imitano gli altri grandi maestri della scuola quali Roger van der Weyden e Memlinc e, più tardi, Pieter Bruegel e moltissimi altri.

L’influenza dei fiamminghi fu considerevole. Si sparse in Germania e in Ungheria, dove i pittori mutarono le placide visioni fiamminghe in raffigurazioni rispecchianti una più accesa fantasia.

Nel sec. XVI Leonardo da Vinci studiò il paesaggio con acuto spirito di scienziato e si valse del magico sfumato per creare suggestive visioni di rocce scheggiate; Raffaello nei suoi sfondi paesistici creò profondità spaziali, conferendo un più ampio e solenne respiro alle composizioni. Ai veneti del Cinquecento va il merito di aver creato il paesaggio come «soggetto» a sé, esprimere un vero e proprio stato d’animo. Giorgione, l’inventore della pittura tonale, fece spesso del paesaggio il protagonista del dipinto, come nella famosa «Tempesta». Non diversamente Tiziano, Lorenzo Lotto, il Tintoretto, Paolo Veronese, interpretarono il paesaggio, ognuno secondo il proprio temperamento.

Nel Seicento la eclettica scuola bolognese dei Carracci fonde le varie idealità venete, fiorentine e fiamminghe, e produce paesaggi decorativi, scenografici, rappresentativi. Nicola Poussin, Claudio Gellée detto il Lorenese, diffondono questo genere all’estero, Nel Napoletano sentì il paesaggio in modo assolutamente personale, spiritoso e romantico la bizzarra natura di Salvator Rosa.

Il paesaggio diviene alta manifestazione di sentimento nel Settecento in Alessandro Magnasco; si fa scenografico e freddo nello Zuccarelli, analitico e narrativo nel Canaletto e nel Bellotto, rapido e guizzante nei capricci del Guardi, precorritore delle vibrazioni atmosferiche degli impressionisti. Paesisti famosi furono gli inglesi da J. M. W. Turner a J. Constable; si può dire, anzi, che l’Inghilterra occupi il primo posto nel gusto paesistico europeo fin sullo scorcio dell’Ottocento.

Dopo le parentesi del neoclassicismo, il paesaggio domina incontrastato il campo della pittura europea, in grazia del «ritorno alla natura» predicato dal romanticismo. La scuola di Barbizon in Francia, quella di Posillipo in Italia, gli impressionisti, i macchiaioli ricercano attraverso il paesaggio la rigenerazione della pittura. Il paesaggio è ormai studiato dal vero e colto nelle infinite modulazioni della luce e dell’atmosfera, inteso come fatto emozionale, trasfigurato spesso nei suoi elementi costitutivi, non più rappresentazione oggettiva, ma ricreazione lirica.

Le ultime maniere ottocentesche, volte alla ricerca delle vibrazioni atmosferiche rese con tecniche appropriate (divisionismo, puntinismo) gli conferiscono aspetti di luminosità e trasparenza quasi evanescenti. Oggi, con il ritorno ad una pittura rigorosamente plastica e quasi programmaticamente antinaturalistica, quale quella dei movimenti del cubismo, del fauvisme e dell’astrattismo, il gusto del paesaggio è in declino.

Un cenno va fatto al paesaggio cinese e giapponese. Nato da intendimenti puramente decorativi, acquista importanza come genere d’arte verso la fine del VII sec. Tende poi ad esprimere volume, spazio e moto verso l’VIII sec. Crea freschissime e raffinatissime visioni e delicati effetti coloristici, pur rimanendo nell’ambito dell’arabesco. La natura nel paesaggio cinese e giapponese è sempre fantasticamente trasfigurata. Schivo di motivi particolaristici, assume un aspetto cosmico, lontano dalla realtà oggettiva, tradotto in visioni di astratta, ritmica bellezza.

Oggi di vero c’è che dipingere un paesaggio narrandone la stagionalità, gli odori, i movimenti atmosferici, le emozioni assorte degli astanti immaginati, ma anche i colori, l’umido, le ombre cariche di suggestioni, la vitalità animale e vegetale, le sensazioni al tatto dei minerali, il freddo e il caldo, l’aria e la pioggia, non è cosa di chiunque. E sono oramai assai lontani i tempi del Paesaggio d’Umore espresso in Germania nel sec. XIX.

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Realizzare il sogno di Basaglia

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Realizzare il sogno di Basaglia | Rec News dir. Zaira Bartucca

A meno di una settimana dalla scomparsa del giovane di Lampedusa, che ha preferito gettarsi in mare dal traghetto piuttosto che subire un TSO, si è conclusa a Milano la mostra multimediale “Controllo sociale e psichiatria: violazioni dei diritti umani”. L’evento, organizzato dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), ha attirato oltre mille visitatori in cinque giorni, molti dei quali hanno voluto esprimere parole di ringraziamento e di complimenti sul libro degli ospiti, e si è concluso con un convegno intitolato “180 – una riforma incompiuta”. 

Dopo i saluti del presidente del CCDU, avv. Enrico del Core, che ha voluto ricordare l’importanza vitale del diritto alla difesa nell’ordinamento costituzionale, il vicepresidente Alberto Brugnettini ha aperto i lavori ricordando le forti critiche e i dubbi espressi a suo tempo da Franco Basaglia nei confronti di una legge che, pur fregiandosi del suo nome, riproponeva le logiche manicomiali cambiandone solo il nome. 

I primi a parlare sono stati Fabio, che ha riferito i gravi maltrattamenti cui è stato soggetto suo fratello durante la sua lunga esperienza nei servizi psichiatrici ospedalieri, le angherie e i soprusi di cui è stato testimone oculare, e le condizioni ignobili in cui vivono i degenti – costantemente sotto il ricatto della contenzione se non fanno i bravi. 

Fabio ha concluso chiedendo che la medicina faccia un passo indietro e ammetta di non saper curare il disagio mentale. Maria Cristina Soldi, ha raccontato l’incredibile e dolorosa vicenda di suo fratello Andrea, ucciso a Torino nel 2015 durante un TSO. La vicenda legale si è chiusa recentemente con la condanna definitiva dei responsabili, ma resta l’amarezza per quanto è accaduto e per i particolari – assieme tragici e grotteschi. 

Andrea Soldi se ne stava tranquillamente seduto sulla panchina di un parco torinese quando lo hanno avvicinato due psichiatri chiedendogli di seguire uno di loro per un trattamento sanitario. Andrea avrebbe volentieri seguito il secondo psichiatra, di cui si fidava, ma fu obbligato con la forza a seguire l’altro. Sdraiato a pancia in giù e con le mani legate dietro alla schiena, Andrea morì soffocato durante il trasporto in ambulanza. I familiari si sentirono dire dai medici che il loro congiunto era morto d’infarto, per poi scoprire l’amara verità dalla stampa. 

La dottoressa Eleonora Alecci, psicologa e psicoterapeuta con un passato in un reparto psichiatrico in cui si praticava la contenzione, ha confermato che i fatti riferiti da Fabio sono la routine quotidiana, e ha ribadito il suo impegno verso il superamento di queste pratiche, impegnandosi in un programma di addestramento del personale medico e infermieristico, come anche spiegato nel corso di un suo recente intervento al congresso della Società Italiana di Psichiatria.  

La dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, collaboratrice per molti anni di Giorgio Antonucci – il medico e psicoterapeuta che liberò i “matti” del manicomio di Imola dimostrando al mondo intero che è possibile alleviare la sofferenza mentale senza usare forza o coercizione – ha ricordato il lavoro di Antonucci, e il suo profilo di umanitario, ben documentati nell’archivio online di cui la dottoressa D’Oronzo è curatrice. 

L’avvocato Michele Capano, dell’Associazione Radicale Diritti alla Follia e del Direttivo Radicale, ha denunciato l’incredibile contraddizione della legge italiana, che da una parte ha ratificato le risoluzioni ONU per la cessazione delle pratiche coercitive in psichiatria, e dall’altra mantiene in vigore una legge che le consente. L’Associazione Diritti alla Follia e il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani intendono lavorare assieme, e coinvolgere altre associazioni e individui, per una riforma della 180 in senso garantista, che superi questa contraddizione e realizzi il sogno basagliano. 

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Caro premier, si ricordi di tutti i totalitarismi

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Caro futuro premier, si ricordi delle foibe e di tutti i totalitarismi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Egregio Signor Presidente, da italiani, sia per scelta sia per nascita, non possiamo che essere contenti per l’esercizio di democrazia registrato con le elezioni dello scorso 25 settembre. Finalmente saremo guidati da un governo espressione del voto popolare e non da uno maturato da accordi di Palazzo, come accaduto negli ultimi anni.               

Abbiamo ascoltato con grande interesse, in questi giorni, le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza appena eletta e che lei, signor presidente, avrà l’onore e l’onere di guidare. Da tali esponenti, in queste ore, è stato espresso ripetutamente un concetto che ci sentiamo di condividere totalmente: uno Stato è tanto più credibile ed è tanto più considerato, quanto più onora e rispetta i Trattati internazionali che esso stesso ha sottoscritto.

Noi crediamo che sia arrivato, alfine, il momento di rispettare quei Trattati che non sono stati ottemperati fino ad oggi, provocando, in tal modo, un grave danno al mondo dell’Esodo Giuliano-Dalmata. Ci riferiamo al Trattato di Pace di Parigi del 1947 il quale, al punto 9 dell’allegato XIV, stabilisce che: “I beni degli italiani residenti nei Territori ceduti […] non potranno essere trattenuti o liquidati […], ma dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari”.

Come sappiamo a tale Trattato, ampiamente disatteso, seguirono diversi accordi bilaterali tra Italia e Jugoslavia – accordi del 23/05/1949, 23/12/1950, 18/12/1954 – tutti poi tramutati in Leggi attuative, che in sintesi sancivano il pagamento dei debiti di guerra dell’Italia nei confronti delle Jugoslavia utilizzando i beni degli Esuli a fronte dell’impegno dello Stato italiano di un successivo risarcimento per l’esproprio perpetrato.

Ebbene, gli Esuli istriani, fiumani e dalmati ed i loro discendenti, sono ancora in attesa di un “equo indennizzo”, avendo percepito solo una minima parte di quanto promesso. Si tratta di un indennizzo che, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno ai 4,5 miliardi di euro. Una cifra che sembra enorme, ma che se confrontata con l’attuale debito pubblico (ad oggi pari a circa 2770 miliardi) rappresenta l’1,6 per mille.

Quanto fin qui non è solo una questione di vile danaro, si tratta, piuttosto, di un’espressione di civiltà attesa da lunghi decenni da un intero popolo. Gli Esuli e i loro discendenti si sono rifatti una vita in Patria, eppure resta l’insopportabile retrogusto amaro nella consapevolezza di essere stati ignobilmente usati per questioni geopolitiche giocate sulla propria pelle.

La vita della nostra Gente è stata tutta in salita per troppo tempo, anche dal punto di vista culturale. Sempre a dover giustificare la propria identità, sentendosi dire che la sofferenza patita era il giusto scotto per colpe di altri. Il giustificazionismo è un concetto terribile che porta allo stupro della ragione, definendo accettabile l’eliminazione di un qualcosa o qualcuno – magari per mezzo di una foiba -, su cui far ricadere i misfatti di qualcun altro.

Per questi motivi auspichiamo anche l’emendamento della Legge 167/2017 che punisce la propaganda, l’istigazione e l’incitamento al razzismo e chiediamo l’inserimento di una menzione specifica al negazionismo e giustificazionismo per i crimini commessi in Istria, Fiume e Dalmazia in merito alla persecuzione anti-italiana avvenuta a guerra finita. Così come auspichiamo che possa essere emendata la Legge 178/1951 che disciplina il conferimento delle onorificenze al Merito della Repubblica, senza la quale non è possibile la revoca del cavalierato assegnato al Maresciallo Tito, causa di dolore e sofferenza non solo per la nostra Gente, ma per centinaia di migliaia di persone che si opponevano alla dittatura comunista jugoslava.

A tale proposito vogliamo ricordare il pronunciamento del 19 settembre 2019 in cui il Parlamento Europeo – presieduto da David Sassoli – approvò a larghissima maggioranza (89%) la risoluzione: “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che condanna tutti i totalitarismi del XX secolo, equiparando in tal modo il comunismo al nazismo. L’attuale maggioranza, così come maturata il 25 Settembre, ha dimostrato nel tempo grande sensibilità ai temi qui riportati. Confidiamo nella sua futura opera.

*Esule di seconda generazione nato al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma nel 1959. Past-President FederEsuli – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati  – Vicepresidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Consigliere Associazioni Dalmati Italiani nel Mondo – Fondatore MondoEsuli – Movimento per la memoria e la promozione di Istria, Quarnaro e Dalmazia»

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Perché boccio la Meloni

di Paolo Battaglia La Terra Borgese*

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Perché boccio la Meloni | Rec News dir. Zaira Bartucca

Non vorrei andare troppo lontano con un “da che esiste il mondo”, purtuttavia si può affermare con scienza storica che la disoccupazione è residente in Italia da sempre. Che ora la Meloni pretenda di avere la ricetta risolutiva al problema – dopo che nemmeno i grandi economisti del passato e il fior fiore di statisti alla guida della nostra Nazione e dei suoi governi, lungo il corso democratico dell’Italia unita, l’abbiano mai potuta redigere, odora di presunzione. A meno che gli ingredienti non siano chiari, e chiari non sembrano affatto.

La Meloni immagina “per chi è in condizione di lavorare non di essere trattato come qualcuno che non è in condizione di lavorare ma di avere un posto di lavoro”. Sagace! Ora: ma se anche l’immaginazione supera la conoscenza come giustamente afferma Albert Einstein, qui manca la conoscenza degli ingredienti, che la Meloni pretende di avere spiegato senza nulla avere chiarito, dato che non si capisce dove sono i posti di lavoro di cui tanto straparla.

Affermare come fa lei “che nella serietà delle proposte di Fratelli D’Italia gli italiani troveranno un futuro decisamente più dignitoso di quello garantito dalla sinistra” è una locuzione che definire assolutamente priva di contenuti è come chiamare docce le cascate del Niagara, perché dopo l’assoluto, dopo l’immaginazione, dopo la conoscenza esiste solo la fantasia pura.

Che “Il lavoro si può generare e trovare con politiche intelligenti”, come spiega brillantemente (?) Meloni, ricorda quel famosissimo “Ho detto tutto” di peppiniana memoria nei film del grande Totò. Forse è convinta che quelle povere ragazze e quei poveri ragazzi che nottetempo ti portano la pizza a casa siano meno intelligenti? o siano figli di un dio minore? o appartengano a famiglie inferiori? visto che dignitosamente, questi giovani, ma anche brizzolati, svolgono un lavoro schiavizzante anziché munirsi di Reddito di Cittadinanza?

Secondo l’interessata “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”. Bene. E allora corre l’obbligo di chiederle: visto che sei cosi brava e certa delle tue idee fantasiose, perché nel tuo programma prima non realizzi i posti di lavoro? Sulle ulteriori, preoccupanti, scoraggianti rassicurazioni, Meloni ha detto testualmente: “Il salario minimo non credo che risolva molto. La gente ha salari inadeguati perché la tassazione sul lavoro è al 46,65 per cento”, e ha pure detto che “bisogna abbattere il cuneo fiscale per favorire il lavoro”.

E allora: se il salario minimo non risolverebbe molto, non si capisce perché, tra quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza ci siano tantissimi lavoratori con guadagni da fame (Meloni si informi all’INPS), cioè lavoratori che percepiscono il Reddito di Cittadinanza; la risposta è semplice: è proprio perché il Reddito sostiene la povertà e non la disoccupazione, come vorrebbe propinarci Meloni. Tanto è vero che nessun disoccupato benestante può percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dunque, se la gente ha salari inadeguati, è perché secondo lei la tassazione sul lavoro è al 46,65%. Cioè Giorgia Meloni è convinta, o così vuol farci credere perché torna utile alla sua campagna elettorale, che se un datore di lavoro pagasse meno tasse di sua iniziativa aumenterebbe lo stipendio ai propri dipendenti. Cos’è? una nuova favola per sprovveduti? o una promessa alle multinazionali che divorano già le piccole aziende e il lavoro degli artigiani?

Invito colei che parla del Reddito di Cittadinanza come di un metadone per tossici, ad andarsene al cinema a vedere Spaccaossa, perché dimentica, o fa finta di non sapere, che in Italia tanti poveri si sono fatti letteralmente rompere le ossa per simulare incidenti stradali e ottenere soldi dalle Assicurazioni. Per fame.

Perciò anziché basare la sua campagna elettorale sull’abolizione del Reddito di Cittadinanza (un’inezia, se rapportata ai mille veri sprechi miliardari italiani), Meloni cerchi e trovi altre argomentazioni più convincenti. Per esempio, cerchi tra agevolazioni, sussidi, finanziamenti, indennità, elargizioni a fondo perduto, e mille altre ancora, sono tantissime e abbracciano tutti i settori produttivi e, soprattutto, improduttivi.

In Italia, attraverso il debito pubblico, cioè indebitando gli italiani compresi quelli delle generazioni future, si finanziano giornali inutili, associazioni fantasiose, cooperative di comodo, industriali volponi, cliniche private, e via dicendo. Pertanto stranisce parecchio tanto fervore contro il Reddito di Cittadinanza, specie se si riflette sui milioni, milioni di stipendi per mantenere dipendenti pubblici figli del clientelismo, inattivi e improduttivi negli innumerevoli uffici pubblici del Paese.

Per non dire dei lavoratori in nero perché pensionati, perché percettori dell’indennità di disoccupazione, perché cassintegrati, e via dicendo, che sottraggono lavoro ai disoccupati. Ma forse ai loro furbetti datori di lavoro la formula senza rischi vertenza fa comodo. Ah dimenticavo: Meloni cerchi anche nei vari paradisi fiscali.

*Opinionista, critico d’arte

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