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La Smoky Tomato Carbonara americana ha diviso il web ma ha unito gli italiani: secondo un sondaggio di Unione Italiana Food su un campione di quasi 4000 persone, per il 95% degli italiani se c’è il pomodoro non si può chiamare Carbonara. Una presa di posizione netta, con cui i pastai italiani presentano il tema del prossimo Carbonara Day (6 aprile): MyCarbonara. Puristi e innovatori saranno chiamati a condividere la loro “Carbonara perfetta” a partire dalle 12, seguendo il dibattito su Facebook, Twitter e Instagram con gli hashtag #CarbonaraDay e #MyCarbonara. 

Il Carbonara Day è la “spaghettata social” più grande del mondo dedicata alla ricetta di pasta più amata e condivisa. Ideato dai pastai di Unione Italiana Food e supportato IPO – International Pasta Organisation, il #CarbonaraDay ha raggiunto in 5 anni una platea potenziale di oltre 1 miliardo di persone, diventando appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati che desiderano condividere opinioni a proposito di questo piatto e, più in generale, sul rapporto tra tradizione e contaminazione in cucina. 

Ma cosa significa #MyCarbonara? Per i puristi esiste solo una maniera per farla e 5 ingredienti canonici: pasta, guanciale, pecorino, uovo, pepe. Gli innovatori invece credono che, essendo la pasta un piatto versatile, non debbano esserci limiti alle reinterpretazioni di questa ricetta. La verità sta nel mezzo: non esiste la carbonara perfetta, ma quella “perfetta per me”. #MyCarbonara, appunto. A patto, s’intende, che il tocco dell’autore rispetti lo spirito della ricetta originale. 

Secondo Riccardo Felicetti, Presidente dei Pastai di Unione Italiana Food, “La Carbonara è il piatto preferito di molti… e anche il mio. Fantasia o necessità possono dare vita a ricette ispirate a questo piatto. Ma allora non chiamatela Carbonara. La Carbonara è una sola, come Venezia. Poi ognuno ha i suoi segreti e l’equazione della Carbonara ideale deriva da gusti personali o abitudini familiari. Quest’anno vogliamo far vedere che anche usando solo gli ingredienti classici si può ottenere la Carbonara ‘perfetta per me’.” 

Storia di un piatto dalle origini “incerte”

Forse la Carbonara è così amata e replicata perché le sue origini sono incerte. E le polemiche sulla Smoky Tomato Carbonara hanno diviso proprio i due Paesi (Italia e USA) che si contendono la paternità del piatto… o hanno contribuito insieme a creare una delle ricette glocal di maggiore successo. Per alcuni, la Carbonara sarebbe nata nel 1944 dall’incontro fra la pasta italiana e gli ingredienti della ‘Razione K’ dei soldati americani (tuorlo d’uovo in polvere e bacon). Risalendo la Penisola, i militari americani accompagnavano la ‘Razione K’ agli spaghetti per integrare la dose di carboidrati. Una curiosità: l’inventore della Razione K è proprio quell’Ancel Keys, che, anni dopo, avrebbe “scoperto” la dieta mediterranea. Questa tesi è supportata anche da Marco Guarnaschelli Gotti, autore della Grande Enciclopedia della Gastronomia. Una seconda ipotesi ne attribuisce la paternità ai carbonai appenninici (carbonari in romanesco), che lo preparavano usando ingredienti di facile reperibilità e conservazione. La carbonara in questo caso sarebbe l’evoluzione del piatto detto ‘cacio e ova’, di origini laziali e abruzzesi. Un’ultima ipotesi ricondurrebbe la genesi della ricetta alla cucina napoletana, individuando nel trattato del 1837 Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti una possibile origine della pietanza. 

La lunga strada verso la carbonara tradizionale

Origini a parte, ingredienti e comandamenti della Carbonara come la mangiamo oggi sono stati una conquista recente, fatta di tentativi, errori e… sottrazioni, che hanno tolto il superfluo per isolare guanciale, uovo, pepe e pecorino, nel segno della semplicità che contraddistingue un’altra icona come gli spaghetti al pomodoro. Chi si scandalizza per le ricette horror di oltre confine farebbe bene a leggere i ricettari d’epoca. Nella ricostruzione dello storico della gastronomia Luca Cesari, la Carbonara fa la sua comparsa sulle riviste di cucina negli anni Cinquanta e nella sua storia è stata preparata con prosciutto (o coppa) e funghi; con uova, parmigiano e vongole; con aglio, gruviera e parmigiano. E che dire della versione di Ugo Tognazzi, con panna, peperoncino e brandy, cucinata per centinaia di americani durante un tour promozionale negli States. Assieme agli ingredienti si evolvono anche le tecniche di cottura: per decenni l’unico modo per renderla cremosa prevedeva l’aggiunta della panna. Solo negli ultimi 15-20 anni, invece, un approccio più scientifico (la mantecatura fuori dal fuoco, la cottura a bagnomaria del composto di uova e formaggio non oltre i 62 gradi di temperatura) e la disponibilità di utensili come il termometro da cucina rendono la Carbonara perfetta alla portata di tutti. 

La guida dei pastai per una carbonara perfetta

Nella Carbonara l’uovo dà cremosità, il guanciale croccantezza, il formaggio la sapidità, il pepe la nota speziata. E la pasta accompagna questo gioco di contrasti dando profondità e lunghezza a questi sapori. Una Guida realizzata da Unione Italiana Food assieme a Luciano Monosilio, rivela come anche il minimo intervento possa cambiare il risultato finale. Il guanciale tagliato a strisce sottili è più croccante e sapido rispetto a quello a dadini, che invece è più morbido e importante nella masticazione. Fondamentale è la percentuale di grasso, l’anima della Carbonara, perché se ben cotto e rosolato le dona un sapore incisivo. Per quanto riguarda il formaggio, il pecorino in purezza è più sapido, mentre un mix di cacio di pecora e vaccino rende il piatto più avvolgente e morbido, adatto a più palati. Per l’uovo, la salsa deve essere cremosa e non liquida: la proporzione giusta per quattro commensali è di tre tuorli e un uovo intero. Il pepe nero dona più profumo alla crema rispetto a quello bianco. E arriviamo alla pasta: spaghetti, rigatoni o mezze maniche sono ben accetti, seppur con risultati diversi. Nel caso degli spaghetti, il condimento li avvolge quasi come fossero una pasta all’uovo, mentre la pasta corta riesce a “catturare” condimento e guanciale che, in questo caso, diventa parte integrante del piatto mentre negli spaghetti fa quasi da contorno. Il #Carbonara Day inizierà il 6 aprile, a partire dalle ore 10 con un live e successivamente con una diretta social.

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FOOD & WINE

I vini rossi Vosne-Romanée, capolavoro della Borgogna

Originariamente chiamato solo Vosne, il villaggio prese il suffisso Romanée nel 1866 in onore al suo vigneto più pregiato, La Romanée, così come fece la maggior parte dei comuni lungo la Côte d’Or tra la metà del XIX e l’inizio del XX secolo. Questo villaggio è la culla di vini rossi Grand Cru

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I vini rossi Vosne-Romanée, capolavoro della Borgogna

Situato tra Digione e Beaune, il villaggio di Vosne-Romanée è la “perla” della regione vinicola della Borgogna: nel cuore della Route des Grands Crus viticoltori appassionati accolgono i visitatori nelle loro cantine per fargli scoprire il loro patrimonio unico che dà ottimi vini rossi.

Originariamente chiamato solo Vosne, il villaggio prese il suffisso Romanée nel 1866 in onore al suo vigneto più pregiato, La Romanée, così come fece la maggior parte dei comuni lungo la Côte d’Or tra la metà del XIX e l’inizio del XX secolo. Questo villaggio è la culla di vini rossi Grand Cru di fama mondiale come Richebourg, La Tâche, Grande Rue, Romanée-Conti, senza dimenticare i tantissimi vini etichettati Premiers Crus e Vosne-Romanée Village. Coloro che decidono di dedicarsi al turismo enogastronomico da queste parti scopriranno le strade del villaggio segnate dalla storia e un panorama ammirevole dalle alture della collina, con una vista eccezionale sui vigneti, sul castello di Clos Vougeot, ma anche sulla vetta del Monte Bianco, che a volte può essere avvistata nelle giornate più limpide.

La denominazione Vosne-Romanée si trova all’interno della Côte de Nuits, nel territorio dei comuni di Vosne-Romanée e Flagey-Échezeaux. Si tratta di 100 ettari dedicati esclusivamente alla produzione di vini rossi da uva Pinot Noir, di cui 27 sono classificati Grand Cru. La denominazione si trova su entrambi i lati della Strada dei Grands Crus della Borgogna, in cima alla collina o ai piedi. I suoli sono per lo più composti da calcari misti e marne argillose ad una profondità che varia da poche decine di centimetri fino a 1 metro. Il territorio del comune Vosne-Romanée è suddiviso in sei climat individuali: La Grand Rue, La Tâche, Richebourg, La Romanée, Romanée-Saint-Vivant ed il più famoso, Romanée-Conti. La conferma della qualità di quest’ultimo cru è arrivata recentemente anche dall’evento londinese Golden Vines dove il Domaine de la Romanée-Conti è stato votato come miglior produttore di vino del mondo dagli oltre 400 professionisti del settore votanti.

Il prestigio rende i vini Vosne-Romanée dei veri e proprio oggetti da collezione, il cui valore parte dai 100 euro a bottiglia ma può raggiungere cifre astronomiche con il passare degli anni. Per sapere come muoversi e quali etichette vale la pena portare a casa, un eccellente canale è l’enoteca online Svino, che nel corso degli anni si è specializzata nella vendita dei grandi vini di Borgogna sul mercato italiano, mantenendo sempre un occhio di riguardo per il prezzo e puntando su etichette che offrono il miglior rapporto qualità/prezzo possibile. Nel caso dei vini Vosne-Romanée si parla in particolare di Premier Cru come Les Chaumes Vieilles Vignes e del lieux dit Les Barreaux di Anne Gros.

Al calice un vino Vosne-Romanée si presenta di colore rosso vermiglio, tendente al viola scuro. Il frutto molto maturo su fondo speziato costituisce il tratto aromatico più frequente di questi vini, assortito con fragola, lampone, mirtillo e ribes nero. Questo complesso di aromi suadenti e raffinati evolve con l’età verso le ciliegie in acquavite e sentori di cuoio e pelliccia. Al palato, l’assaggiatore si trova immerso nel velluto e nella pienezza del Pinot Noir di alta scuola. Un vino che equilibra ricchezza e tannini, struttura e architettura sotto un attacco ben deciso. Il fondo può apparire austero in gioventù, caratteristica di un vino che deve sviluppare in bottiglia la sua struttura e la sua ricchezza. Spesso corposo, voluttuoso e fuori dagli schemi.

La struttura fortemente tannica ma comunque vellutata di questo vino speziato, opulento e carnoso lo inclina verso l’abbinamento con carni dal sapore deciso, dalla consistenza marcatamente fibrosa che il vino sa domare e avvolgere. Pollame di buona qualità, agnello e selvaggina da penna cotti arrosto sono facili prime scelte. Un taglio spesso di manzo magro e dalla consistenza soda si abbinerà splendidamente alla pienezza del vino, mentre il couscous piccante con il pollo sarà ugualmente deliziato dall’avere un vino del genere per compagnia.

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FOOD & WINE

Hawaiian taste, a Roma apre un nuovo Ami Poké store

La catena apprezzata per le sue bowl dal gusto esotico il 10 febbraio inaugurerà un nuovo locale a Piazza Re di Roma, nel quartiere Appio-San Giovanni

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Hawaiian taste, a Roma apre un nuovo Ami Poké store | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il gusto hawaiano del Pokè – il piatto unico a base di riso, pesce, frutta e verdura sistemati nella tipica bowl – continua a conquistare la Capitale. Merito anche di Ami Pokè, la catena di store che per prima vi si è insediata con le aperture del Rione Monti, Ponte Milvio, Marconi, Prati, Piazza Istria e Tiburtina. Il settimo locale sarà inaugurato il 10 febbraio alle ore 18, e per l’occasione sarà possibile gustare le creazioni del team under 30 usufruendo di uno sconto di benvenuto del cinquanta per cento. La location scelta è il quartiere Appio-San Giovanni. Il nuovo Ami Pokè sorgerà a Piazza dei Re di Roma, e a rendere più piacevole la permanenza nelle sale dove il rosa la fa da padrone ci sarà un albero di banano alto 3 metri (i soffitti sono di cinque metri), strutturato attorno a un tavolo sociale.

Ami Pokè è stata fondata nel 2018 da due romani classe 1992 – Alessandro De Crescenzo e Riccardo Bellini – che hanno puntato tutto sull’iconico simbolo del pesciolino azzurro e rosa che continua la sua espansione a Roma. “Siamo orgogliosi di questo nuovo traguardo e di portare la nostra cucina sana e gustosa nel quartiere più popoloso della Capitale: i romani hanno dimostrato di apprezzare la nostra proposta e questo ci ha permesso di diventare in breve tempo un’insegna sempre più amata, dai giovani e non solo”, hanno detto.

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CALABRIA

Dalla Calabria nuovo guanto di sfida al fast food industriale

Una valida alternativa alle proposte poco genuine di determinate e note catene arriva da Crotone, dove si va affermando Ehilà Take Away. Il punto d’incontro pitagorico merita anzitutto per la qualità dei prodotti utilizzati, tutti a chilometro zero

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Dalla Calabria nuovo guanto di sfida al fast food industriale | Rec News dir. Zaira Bartucca

Abbiamo già scritto di Mi’ndujo, la catena di fast food made in Calabria ormai lanciatissima, presente a Cosenza e a Roma. Un’altrettanto valida alternativa alle proposte poco genuine di determinate e note catene arriva ora dal centro di Crotone, dove si va affermando in maniera crescente Ehilà Take Away. C’è da dire subito che con la startup cosentina il punto d’incontro pitagorico ha l’attenzione per la qualità dei prodotti utilizzati – tutti, si legge sul sito, “a chilometro zero” – e l’accoglienza e la gentilezza del personale. In buono stile calabrese.

Freschezza, rapidità e gusto sono le tre parole che vengono per prime in mente quando si parla di Ehilà Take Away. Se c’è un piatto declinato meglio che si può gustare in questo semplice ma grazioso ritrovo arredato di nero e di giallo, è il pollo. Abbiamo assaggiato il “Come stai” con lattuga freschissima, pollo panato “interamente lavorato in giornata”, ci dice il proprietario, cheddar e salsa burger. A differenza degli omologhi, Ehilà, ha anche una vasta scelta di piatti, compresi quelli “slow”. Un motivo in più per preferire il suo timbro alla grande distribuzione.

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