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L’Associazione Privacy Network contestualmente alla pubblicazione di un Rapporto su come i partiti politici vedono la tecnologia, ha proposto dei punti programmatici “dei quali tutti i partiti e le coalizioni dovrebbero tenere conto, una volta risolte le questioni politiche più urgenti e quando dovranno essere affrontate queste tematiche”. Questi comprendono una presa di posizione netta contro i sistemi di riconoscimento facciale, proseguendo nel solco della moratoria di cui al DL 139/2021 ed estendendola in modo da tutelare al meglio i diritti umani. In generale, i processi decisionali automatizzati creati dal pubblico devono necessariamente essere pensati in modo da tutelare al meglio i diritti umani, in modo trasparente e responsabile”.

L’associazione ha inoltre stigmatizzato l’utilizzo del cosiddetto “credito sociale cinese” (o social scoring o “cittadinanza a punti”) affermando che bisogna prendere una posizione netta contro i sistemi di social scoring. L’adozione di sistemi di valutazione sociale non è in linea con i principi di una società democratica“. Privacy Network ha poi ammonito le istituzioni: “Bisogna pretendere – ha fatto sapere – che i servizi web usati dalle scuole garantiscano i diritti degli studenti e che utilizzino i dati per i soli scopi dichiarati, evitando abusi sui dati e sui diritti dei minori evidenziati anche dallo Human Right Watch”.

Le preoccupazioni del Garante per la Privacy

“I meccanismi di “scoring” – cioè l’assegnazione di un punteggio e relativi premi in base a comportamenti “virtuosi”, ben noti per esempio nell’ambito RCA – cominciano ad essere applicati anche in contesti pubblici e privati del tutto nuovi”, riflette la giornalista Alessandra Schofield. Questo ha, ovviamente, destato le preoccupazioni del Garante per la Privacy, che negli scorsi mesi si esprimeva così:

“Diversi enti locali che stanno mostrando un interesse crescente per iniziative basate su soluzioni di tipo premiale che fanno ricorso a meccanismi di scoring associati a comportamenti “virtuosi” del cittadino in diversi settori (ambiente, fiscalità, cultura, mobilità, sport)”.

“Le istruttorie avviate dall’Autorità, sia d’ufficio sia su segnalazione, riguardano una serie di progetti promossi da soggetti pubblici e privati, che prevedono l’assegnazione di punteggi anche riguardo a raccolte di dati conferiti “volontariamente” dagli interessati. Gli interventi dell’Autorità si sono resi necessari a causa dei rischi connessi a meccanismi di profilazione che comportino una sorta di “cittadinanza a punti” e dai quali possano derivare conseguenze giuridiche negative sui diritti e le libertà degli interessati, inclusi i soggetti più vulnerabili”.

“L’Autorità si riserva l’adozione di eventuali provvedimenti conseguenti ai risultati delle istruttorie in corso. Un’istruttoria appena avviata riguarda il “Progetto Pollicino”, un’indagine statistica a carattere sperimentale – promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, dal Ministero della transizione ecologica e dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili – attraverso la quale il cittadino viene invitato a condividere i propri dati (apparentemente “in forma anonima”), per consentire un’analisi della mobilità. Al termine dell’indagine, è previsto che il cittadino riceva premi offerti dai partner privati del Progetto. L’indagine interesserà per primo il Comune di Bologna. L’Autorità ha quindi richiesto chiarimenti alla Fondazione, al Comune di Bologna e ai Ministeri interessati per conoscere, in particolare, il ruolo dei soggetti pubblici e privati coinvolti, la base giuridica del trattamento, le modalità di funzionamento del sistema dell’app e i trattamenti ad essa connessi”.

“Un’altra istruttoria recentemente avviata su temi analoghi ha riguardato l’iniziativa “smart citizen wallet” del Comune di Bologna, nell’ambito della quale è previsto che i cittadini possano aderire su base volontaria ad un sistema che consente di accumulare “crediti” all’interno del proprio “walletC (portafoglio), da spendere accedendo ad una serie di premi/incentivi messi a disposizione dal Comune e da partner accreditati”.

“In precedenza il Garante si è occupato di un progetto avviato dal Comune di Fidenza, che aveva introdotto, con proprio Regolamento, la cosiddetta “carta dell’assegnatario” degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Anche in questo caso, è previsto un meccanismo di scoring associato al comportamento tenuto dagli assegnatari degli alloggi, attraverso un sistema di punteggio finalizzato al riconoscimento di benefici e sanzioni, inclusa la risoluzione e/o la decadenza del contratto di locazione, con possibili conseguenze pregiudizievoli in capo a categorie di soggetti vulnerabili”.

“Nel richiamare tutti gli enti locali a valutare con la massima attenzione eventuali future adozioni di progetti di “social scoring” o sue derivazioni, il Garante ribadisce la necessità che queste iniziative siano sempre e comunque anticipate da puntuali valutazioni di impatto e rispettino i principi fondamentali del Regolamento Ue”, conclude il Garante per la Privacy.

Rec News dir. Zaira Bartucca – recnews.it

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L’orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l’IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno

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L'orrore dentro Gaza e la tecnologia omicida. Così l'IA fabbrica 100 obiettivi militari al giorno | Rec News dir. Zaira Bartucca

L’uso dell’intelligenza artificiale in campo militare sta sollevando importanti questioni etiche, a partire dall’utilizzo da parte di Israele nei raid. Prima dell’utilizzo dell’IA nei conflitti, aveva spiegato lo scorso anno in una intervista ad Ynet il capo del personale delle Idf Aviv Kochavi, gli obiettivi militari generati erano circa 50 all’anno. Adesso si arriva senza difficoltà a 100 obiettivi militari al giorno. Questo aumento esponenziale e questo utilizzo fuori controllo della tecnologia sono la causa, rileva Lorenzo Forlani dalle colonne del Fatto Quotidiano, di una vera e propria “fabbrica di omicidi di massa“.

L’IA è uno strumento potente per la generazione di obiettivi militari sfruttato dalle intelligence di tutto il mondo. Attraverso complessi algoritmi di riconoscimento delle immagini e di analisi dei dati, i sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale possono identificare in modo rapido e preciso possibili bersagli. Grazie alla loro rapidità di elaborazione, questi algoritmi possono generare una quantità impressionante di obiettivi militarmente sensibili ogni giorno. E’ chiaro, però, che l’IA non è in grado di tenere conto – né mai lo sarà – dei risvolti etici, di comprendere quali siano i risultati degli attacchi e di considerare i danni gravissimi e spesso letali che si infliggono a intere popolazioni.

L’uso dell’IA nella generazione di obiettivi militari solleva infatti preoccupazioni legate alla responsabilità e all’impatto umanitario. Le decisioni relative all’utilizzo di obiettivi militari generati tramite IA richiedono un’adeguata ponderazione delle conseguenze e delle implicazioni reali. Mentre l’IA può fornire informazioni utili per guidare le operazioni militari o prevenirle, la decisione di agire deve ancora appartenere agli esseri umani, in modo da garantire il rispetto per i diritti umani e dei trattati internazionali e la sicurezza dei civili.

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Il boomerang del politicamente corretto si ripercuote su Google

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Il boomerang del politicamente corretto si ripercuote su Google | Rec News dir. Zaira Bartucca

Nuova tegola sulla Big Tech Google, che dopo le multe per abuso di posizione dominante e per la mancata rimozione dei contenuti illeciti dovrà pagare un altro milione di dollari. Il motivo è paradossale, se si pensa che il colosso tecnologico arcobaleno – che sostiene di difendere i diritti delle persone – dopo una causa intentata nei suoi confronti dovrà sborsare questa cifra di tutto rispetto per aver discriminato una donna. Colpevole, forse, di non rappresentare le categorie che l’azienda gradisce maggiormente.

Si tratta di Ulku Rowe (nell’immagine) l’esecutivo di Google Cloud che ha citato in giudizio l’azienda per aver favorito l’ascesa degli uomini, “dando loro – scrive Player.it – maggiori stipendi e garantendo loro promozioni nonostante non fossero portati per i ruoli garantiti. La giuria che ha presieduto al processo ha dato ragione alla donna e per questo Google deve a lei sia i danni materiali, sia quelli emotivi. A peggiorare la situazione ci ha anche pensato la compagnia, che prima del processo pare l’abbia pure trattata male”.

Definitivo il commento della legale di Ulku Rowe, Cara Green, che ha sottolineato come “tante grandi aziende si siano create un’aurea di inclusione solo di facciata, che nel concreto si è rivelata completamente falsa”.

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Caller ID Spoofing, cos’è e come difendersi

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Caller ID Spoofing, cos'è e come difendersi | Rec News dir. Zaira Bartucca

Un successo pieno, che potrebbe segnare una nuova fase nelle truffe bancarie a favore delle vittime. Questo il giudizio dell’associazione Codici in merito al pronunciamento dell’Arbitro Bancario Finanziario sulla frode subita da una cliente di una nota banca, che si è conclusa con il riconoscimento del rimborso dell’intero importo sottratto dai malviventi. Un caso di caller ID spoofing, una tecnica fraudolenta che consiste nel modificare il numero del chiamante, fingendosi ad esempio un istituto bancario, per indurre la vittima a comunicare dati personali utili ad attuare la truffa. Nel caso seguito dall’associazione Codici, la cliente di ING Bank, una cittadina bergamasca, ha ricevuto prima una telefonata e poi un SMS da numeri ufficiali dell’istituto.

“La truffa – spiega Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici – è iniziata con una chiamata sul cellulare della nostra assistita da parte di un soggetto che si è presentato come operatore ING e che la informava che erano in corso operazioni fraudolente tramite la carta di credito e la carta di debito. Attenzione, la chiamata arrivava dal numero ufficiale della banca, quindi per la cliente non c’era motivo di insospettirsi, anzi, si è subito attivata per cercare di bloccare i tentativi di furto.

Seguendo le indicazioni dell’operatore, ha fornito le ultime quattro cifre delle proprie carte come operazione di verifica. Poco dopo, ha constatato che erano stati effettuati dei prelievi di circa 800 euro su entrambe le carte e successivamente ha ricevuto anche un SMS, sempre dal numero della banca, in cui veniva informata prima degli addebiti e poi del riaccredito delle somme. Il giorno successivo, però, il riaccredito non era ancora avvenuto. A quel punto ha contattato il servizio clienti della banca, scoprendo di essere stata vittima di una truffa. Da lì la denuncia ai Carabinieri e la comunicazione all’istituto di non aver autorizzato le due operazioni.

La banca, però, non ha riconosciuto le ragioni della cliente ed a quel punto è iniziato l’iter che ha portato al ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario, che nei giorni scorsi si è concluso con una vittoria. L’Abf, infatti, ha disposto il rimborso della nostra assistita. Una pronuncia importante, quasi in controtendenza, perché finora alle vittime è stata attribuita la responsabilità della truffa. Il caso che abbiamo seguito, uno dei tanti che quasi quotidianamente arrivano ai nostri sportelli, dimostra che non è così. I clienti ricevono le comunicazioni da canali ufficiali della propria banca, quindi è logico che si fidino, che seguano le indicazioni che arrivano dagli operatori, soprattutto in una situazione delicata, nel corso di un’operazione fraudolenta.

Riteniamo che più che chiedere ai clienti di trasformarsi in esperti informatici per smascherare i tentativi di truffa, sia necessario imporre agli istituti di migliorare i sistemi di sicurezza per garantire un livello di protezione maggiore ai propri clienti, intervenendo rapidamente per tutelarli invece di scaricare su di essi ogni responsabilità. Ci auguriamo che la pronuncia ricevuta dall’Abf nel caso seguito segni l’inizio di una nuova fase, più attenta ai consumatori. Naturalmente rinnoviamo l’invito a mantenere alta la guardia. Bisogna fare attenzione alle comunicazioni che si ricevono dalla banca, anche quando arrivano da canali ufficiali. È necessario mantenere la calma e contattare subito il servizio clienti per verificare la situazione. Bisogna essere prudenti e proteggere i dati personali”.

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Lavoro, sempre più richiesta la figura del Cloud Developer. Ecco cosa fa

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Lavoro, sempre più richiesta la figura del Cloud Developer. Ecco cosa fa | Rec News dir. Zaira Bartucca

Il mondo dell’IT è in costante evoluzione, e per farne parte è necessaria una formazione continua. Secondo i dati di Fòrema – ente di formazione di Assindustria Veneto Centro – le aziende sono alla costante ricerca di cloud developer, professionisti della programmazione capaci di tenere in piedi l’infrastruttura digitale aziendale. Infatti, gli investimenti fatti in produzione e negli uffici per sfruttare il potenziale delle tecnologie digitali, richiedono figure preparate a governare i software e dialogare con i sistemi informativi. Figure strategiche non solo per la capacità di scrivere e sviluppare codice, ma anche per farsi portatori di un approccio funzionale alle attività d’impresa.

“Sempre più aziende richiedono la costruzione e manutenzione di servizi in cloud”, dichiara Roberto Baldo, responsabile attività finanziate di Fòrema. “La figura del Cloud Developer nasce in risposta a questo bisogno, contribuendo alla pianificazione, all’implementazione e al deployment in ambiente cloud degli applicativi. Siamo sicuri che il corso che proponiamo sia un ottimo modo per entrare nel mondo del lavoro proponendosi con skill molto ambite e richieste dagli imprenditori”.

Queste tesi vengono supportate anche da un recente sondaggio di Fòrema sui “fabbisogni professionali delle imprese” condotto lo scorso anno su di un campione di 208 intervistati, tra manager delle risorse umane, imprenditori, responsabili di funzione. Tra i profili professionali che mancano sul mercato, il cloud developer si colloca al primo posto tra i ruoli non operativi, grazie alla sua versatilità che gli permette di inserirsi in aziende produttive, software house e service companies. Sette aziende venete su dieci cercano profili di questo genere attivamente.

Il corso biennale per diventare Cloud developer

Da qui, la nascita di un corso biennale promosso dalla Fondazione “Digital Academy Mario Volpato” e gestito da Fòrema, un corso da 1000 ore di formazione e 800 di tirocinio aziendale, che si è posto come obiettivo la creazione dei cloud developer del futuro.

I giovani iscritti impareranno, tra le altre cose, a implementare script, utility e semplici applicazioni con l’utilizzo del linguaggio e della piattaforma più adatti alle specifiche funzionalità che devono essere supportate, garantendo criteri qualitativi di efficacia ed efficienza attraverso l’utilizzo adeguato di strutture dati, algoritmi e frameworks. Ma anche a raggiungere una piena autonomia nello sviluppo di applicazioni server side per la gestione della comunicazione tramite web service. Partendo da diverse tipologie di mockup, saranno in grado di interpretare in maniera corretta la struttura organica più appropriata per la trasposizione degli elementi in rete e utilizzare i servizi base di un tipo di piattaforma Cloud.

Un corso che permetterà ai partecipanti di ottenere un diploma Its. Gli Its, istituti tecnici superiori, va ricordato, avviano percorsi di specializzazione tecnica post diploma, riferiti alle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività del paese, corsi che esistono dal 2008. Sono lezioni altamente tecniche: almeno il 30% della durata dei corsi è svolto in azienda, il 69% degli insegnanti proviene dal mondo del lavoro e mediamente si organizzano corsi da quattro semestri (1.800 ore) per classi composte da 20/25 studenti. È una delle migliori porte di accesso alle aziende: in media l’86% degli studenti trovano lavoro anche perché il 56% delle loro ore sono dedicate agli stage aziendali.

SCHEDE DI APPROFONDIMENTO

COSA FA UN CLOUD DEVELOPER? Progetta, sviluppa e ingegnerizza singoli componenti per applicazioni web; progetta e realizza API e microservizi; sviluppa applicazioni Web e Mobile connesse ai servizi Cloud; implementa architetture software di alta affidabilità e alte prestazioni; implementa processi di orchestrazione e automazione del deployment; collabora proattivamente nei team di sviluppo e manutenzione evolutiva delle soluzioni software con metodi Agile. In azienda può occupare diversi ruoli. Cloud Architect: implementa infrastrutture. DevOps Engineer: Gestisce l’infrastruttura aziendale. Cloud Security Specialist: sviluppa piani di sicurezza e implementa misure adeguate per proteggere i dati. Cloud Data Analyst: Utilizza le tecnologie cloud per analizzare grandissime mole di dati.

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