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Esce anche in Italia, dopo l’anteprima negli Stati Uniti, il disco di Irene Jalenti. Dal 18 febbraio esce “Dawn” – alba – l’album interpretato dalla cantante e compositrice umbra da oltre un decennio residente a Baltimora. Irene Jalenti – nipote del cantautore Sergio Endrigo – rivendica un posto di rilievo nel mondo del jazz per il suo talento musicale, apprezzato negli States ma coltivato nella città di Terni, dove è nata e cresciuta. L’album raccoglie quattro brani originali e sei cover, il tutto interpretato insieme a strumentisti di Baltimora, al trombettista Sean Jones e al vibrafonista Warren Wolf. Sebbene “Dawn” sia la sua prima registrazione da solista, Jalenti è stimata da oltre un decennio dalla comunità jazz nelle aree combinate di Baltimora e Washington DC, conosciute localmente come il distretto “DMV”, comprendente Maryland e Virginia.

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Il videoclip che otto anni fa prospettava l’uso del metaverso come fuga da una realtà catastrofica

Si può quasi dire che “Human Sadness” di Julian Casablancas e dei The Voidz abbia quasi anticipato i piani commerciali di Mark Zuckerberg. Un viaggio lungo tredici minuti, un vero e proprio cortometraggio dove realtà vera e artefatta si mischiano inducendo alla riflessione

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Il videoclip che otto anni fa prospettava l'uso del metaverso come fuga da una realtà catastrofica | Rec News dir. Zaira Bartucca

Un mondo piegato dai bombardamenti e dalla guerra climatica, deserto, disabitato e senza vita. Nessuna compagnia, se non quella dei propri ricordi e del proprio vissuto con i suoi pregi e i suoi difetti, cui si “accede” – illusoriamente, è chiaro – tramite un visore digitale, qui rappresentato con degli occhiali bianchi che impediscono di vedere la realtà circostante. E’ lo scenario distopico e catastrofico raccontato nel video di “Human Sadness” di Julian Casablancas (oggi di nuovo in quota The Strokes) e dei The Voidz. Il singolo fa parte dell’album dal titolo emblematico Tiranny (2014). Un viaggio a tratti angosciante lungo 13 minuti, un vero e proprio cortometraggio dove gli attori sono gli stessi componenti della band americana. Di scena c’è il metaverso che oggi – dopo più di un lustro – prende forma con il disvelamento dei piani commerciali di Mark Zuckerberg.

Lo scorso ottobre il fondatore di Facebook annunciava la nascita di un luogo di negazione della realtà circostante dove i soggetti propensi a costruirsi un alterego (avatar) si possono rifugiare per fare acquisti utilizzando monete digitali (le cosiddette crypto valute) per fare tele-conferenze immersive e per fare tutta una serie di esperienze che Zuckerberg paragona per qualità a quelle fatte nel mondo reale. Visori, sensori e impulsi artefatti, secondo il Ceo di Facebook-Meta nel futuro dovrebbero sostituire il contatto umano, quello con la natura e l’aria aperta e la possibilità concreta di recarsi di persona in un luogo. Certo la “pandemia” con la sue chiusure, i suoi divieti e i suoi lockdown ha tentato di indirizzare l’opinione comune verso il fatto che questa possa essere una “realtà” possibile e tutto sommato accettabile: nel metaverso non esiste il problema di “contagiarsi” e a detta dei promotori si può fare praticamente tutto.

Premesse altisonanti che nascondono in realtà la commercializzazione massiva dei dati personali e dell’identità digitale, quell’ID su cui i governi stanno concentrando i loro sforzi con sempre più insistenza: il Green Pass o certificato covid ne è l’esempio più lampante. Tuttavia, la risposta generale non è buona, e neppure quella degli investitori: in questi giorni Facebook ha bruciato 250 miliardi in borsa – pari a un quarto del suo valore – sconfitto dall’omologo orientale Tik Tok. Ovviamente, la prospettiva futura di chiudersi in casa, di esiliarsi in un lockdown perenne facendo tutto online tramite Meta, non entusiasma praticamente nessuno, se non chi ha deciso – criticato – di celebrare addirittura un “matrimonio” nei meandri messi a disposizione dal controverso colosso digitale.

Per il resto, nonostante i tentativi rimane roba buona per film di fantascienza e, appunto, per videoclip: in quello di Human Sadness si vede, certo, la “tristezza umana” di un lavoro ripetitivo, di rapporti non sempre cristallini e dei propri limiti personali, ma il tutto viene preferito a un mondo circostante ormai cancellato nella sua essenza. I protagonisti tornano lì, agli abbracci, alle lattine da inserire nel distributore e a vecchie passioni e difetti non per il piacere di indossare un visore, ma per quello di ritrovare se stessi e la propria vita. Casablancas e gli altri vorrebbero quasi convincersi del contrario con il conclusivo “Essere non è essere, essere non è il modo in cui essere” che scompagina il dubbio amletico e, forse, finalmente gli restituisce una risposta plausibile.

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